Lunedì, 24 Settembre 2018 10:21

Magnifica Occasione

Pubblicato da

Giovedi', 20 settembre 2018 ne ho avuto il grande piacere d'incontrare Pasquale Giofre' e la sua neo moglie, Elisa.  Pasquale e Elisa si trovano a Melbourne in Luna di Miele.

Siccome il tempo e' poco e loro sono molto impegnati ho arrangiato con Mary e Pino Olivieri quando mi sarebbe possibile incontrarli.  Mary mi ha indicato il giorno e l'orario e io sono stato d'accordo.  mary e Pino sono parenti con la famiglia Giofre' e durante il loro soggiorno a Melbourne Pasquale e Elisa  stanno a casa loro. 

Io ho saputo che i due sposi venivano a Melbourne perche' il mio caro amico Domenico Giofre' che e' fratello di Pasquale mi ha mandato un libro.  Il libro e' intitolato:  "Cosi Parlavano i nostri Avi", scritto dal Professore Ferdinando Ierardo. 

Sono stato veramente molto felice incontrare questa magnifica, giovane coppia. E' stata una magnifica e unica occasione di poterle incontrare.  Mi ha fatto anche piacere che sembra anche loro sembrava erano contenti. 

Abbiamo parlato un bel poco, maggiormente di cose a riguardo il nostro piccolo paese, il dialetto e i tempi moderni che molte cose del passato non esistono piu'.  Di sicuro ci sono stati tanti cambiamenti con il passara degli anni.

E' stata veramente una magnifica occasione che per conto mio vale un mondo di soddisfazione.  Annio fa ho incontrato anche l'altro fratello di Domenico e di Pasquale, Gianluca.  Gianluca e' stato a Melbourne per circa esi mesi e l'h incontrato parecchie volte.  Siamo stati a pranzo almeno un paio di volte.  Sfortunatamente non ne ho avuto ancora la possibilita' di conoscere Domenico di presenza ma sembra che a Domenico l'ho sempre conosciuto, siamo in contatto da forse 10 anni.  Grazie Domenico per la tua amicizia.  Grazie per il tuo buon cuore.

Pietro

Lunedì, 24 Settembre 2018 08:00

IL NOSTRO DIALETTO

Pubblicato da

Recentemente ne ho ricevuto una copia del libro "Cosi' Parlavano i Nostri Avi" scritto e preparato dal Professore Ferdinando Ierardo.  Sara' l'unica copia che e' arrivata a Melbourne fino al momento.  Per questo voglio tanto ringraziare al mio caro amico, Domenico Giofre' e poi suo fratello, Pasquale che si trova ancora a Melbourne in Luna di Miele assieme alla bellissima moglie, Elisa.  Attraverso questa bella coppia ne ho avuta la fortuna d'incontrarli e abbiamo chiacchierato per qualche oretta.  Ambedue molto sompatici e sembra erano abbastanza interessati di quello che io dicevo a riguardo al nostro paese del passato e l'uso del dialetto che sembra sta a venire di poco uso.  Certo delle parole che usavano una volta non si usano piu'.  Con i tempi moderni le cose sono assai cambiate.

Ancora non l'ho letto tanto ma di sicuro lo trovo molto interessante.  Cerchero' di leggerlo attentemente e con tanto entusiasmo.

Grazie Domenco, Grazie Pasquale e Elisa e Grazie Professore Ierardo.

Pietro Carnovale

 

Martedì, 30 Gennaio 2018 22:47

Il sogno di Ayaan

Pubblicato da

Il sogno di Ayaan

Camminavo senza fretta, infagottata nel mio lungo cappotto. Faceva freddo quella sera, ma avevo voglia di sentirmi sferzare il viso dalle folate gelide. Avevo bisogno di respirare il freddo fin dentro l’anima ed inebriarmi di aria. C’era una piccola fiera notturna nel quartiere, di quelle paesane e l’aria natalizia, anche se il Natale era ancora lontano, cominciava a farsi sentire. La gente desiderava uscire, stare in compagnia, voleva ridere, amava l’allegria…io no. Non amavo tutto questo. Non ero asociale, ma la confusione mi stordiva e l’allegria mi rattristava. Preferivo starmene per i fatti miei ed uscire solo se necessario. Ero giunta da poco nella bella città di Siracusa per una supplenza scolastica che sarebbe durata fino a fine giugno e dovevo ancora ambientarmi, ma soprattutto cercare una casa o una stanza in affitto. Da qualche giorno vivevo in una pensione vicina al centro storico e vicino alla scuola dove insegnavo storia dell’arte. Con mio marito, professore di matematica e i nostri due figli, Luna di dieci anni e Matteo di quindici, avevamo deciso di accettare quel lavoro. Ero precaria da molto tempo e qualche soldo in più, nonostante le spese, faceva sempre comodo. Il mio sogno era naturalmente quello di uscire dal precariato e non potevo rifiutare nulla. Vivevamo a Roma da sempre, fortunatamente vicini a mia suocera che avrebbe dato una mano coi ragazzi. Stranamente quella sera, seppur stanca, una vaga inquietudine mi spingeva fuori, nella fredda aria dicembrina.

Attraversai lentamente il ponte Umbertino e mi soffermai a guardare le barche ormeggiate che dondolavano dolcemente come cullate da un’ invisibile melodia. L’acqua sembrava immobile nell’oscurità, ma qua e là s’udiva un flebile sciabordio lungo le chiglie fluttuanti. In quella zona c’era poca confusione mentre dal mercatino arrivavano voci, risate, profumi, pianti e grida gioiose di bimbi che giocavano sul piccolo trenino delle giostrine. Il buon profumo di mele caramellate si mischiava con quello acre delle caldarroste che fumavano in un calderone ben visibile da dove mi trovavo. I commercianti invitavano ai loro banchi colmi di mercanzia. Ortigia, già addobbata a festa con le luminarie natalizie, in vista della festa della patrona Santa Lucia, sembrava magica. Avevo visitato ancora poco della città e data l’ora non volevo allontanarmi dalla pensione. Mi ero già riproposta di uscire la domenica seguente. Decisi svogliatamente di fare un giro veloce tra le bancarelle e poi rientrare al calduccio della camera dove alloggiavo. Alle otto avevo appuntamento con la mia famiglia via webcam. Non era la prima volta che mi allontanavo per lavoro, ma ogni volta la lontananza era sempre più dura. Tutte le sere davo la buonanotte ai miei figli e a mio marito virtualmente, e ringraziavo il cielo per questi nuovi strumenti che abbreviavano in qualche modo le distanze. Da tempo non giravo in un mercato ma nessuna emozione, nessun ricordo piacevole, mi sovvenne. Le cineserie avevano invaso la nostra quotidianità. Tutto sembrava identico. Solo i banchi di dolciumi, tronfi di leccornie, si distinguevano. Erano i più illuminati e colorati. Caramelle di tutti i tipi e aromi vari si mescolavano tra loro in un tripudio festoso che ammaliava grandi e piccini.

-Posali se non hai i soldi!- Un vocione arrabbiato destò la mia attenzione. “T’ajju dittu i posallu! Capisti?”- (T’ho detto di posarlo, hai capito?) Lo vidi là, vicino ad un banco di frutta secca, con in mano un fascio di rose rosse e in un’altra una vaschetta di datteri. Un ragazzetto dalla carnagione scura, i capelli corti, ricci ricci e due occhi d’ebano vivaci. L’espressione di chi era indeciso se correre via col bottino in mano o posarlo mestamente. M’avvicinai e senza pensarci, rivolta al commerciante, chiesi: -Quant’è?- -Due euro, signorina!- Pagai e consegnai la vaschetta al ragazzo che aveva osservato tutto e faceva cenno di no con la testa. -Prendili. Sono per te.- Con un gran sorriso chinò il capo e li prese felice. Sì, sembrava proprio felice di quel piccolo dono. Ricambiai il sorriso e me ne andai, mentre udivo il commerciante borbottare qualcosa nel suo dialetto catanese. Fatti pochi passi, una mano mi toccò il braccio. -Signo-rrina! Per te.- Il ragazzo mi stava porgendo una delle sue rose. -No, non devi. Devi venderle- Gli dissi. -Per te, per te!- continuava a ripetermi col più bel sorriso che avessi mai visto. L’accettai e lo ringraziai. Lui continuava a sorridere e a guardarmi. Avrà avuto si e no sedici-diciassette anni. -Io Ayaan! Mio nome!- -Io Elisa- Risposi. Aprì la confezione di datteri e me la offrì. -Tu prima!- -No, grazie. Sono tuoi. Li ho presi per te- -Capito io, ma io dividere con te- Ne presi uno col sottile bastoncino e lo ringraziai. Poi fu il suo turno. Non dimenticherò mai la sua espressione quando l’assaggiò. Chiuse gli occhi e cominciò a parlare nel suo italiano stentato. -Vedere mio paese, io. Desider-rato tanto questo!- -Di dove sei?- Chiesi -Alger-ria- Mi rispose con la sua erre un po’ moscia e cominciò a raccontarmi del suo viaggio insieme ad altri conoscenti del villaggio. -Tutto bene, viaggio. Buono tempo e io arrivato bene qui, ma tanto freddo, tanta sete. Mangiar-re pane, ma no acqua. Brutta sete!- Raccontava e ricordava tristemente quel viaggio della speranza verso le nostre coste. Gli occhi si velarono di malinconia. “Dono del Signore” Significava il suo nome, o almeno, così capii dalle sue spiegazioni. I suoi, già avanti con l’età non aspettavano più un figlio e per loro, lui era un vero miracolo. Un dono da custodire e da far crescere il meglio possibile. Per questo avevano deciso di mandarlo oltre mare a cercare di costruire un futuro migliore. Già…un futuro migliore per Ayaan e tanti altri come lui. Per tanti giovani che non hanno speranza e non credono più in nulla… Mi parlò a lungo di se ed io l’ascoltai con attenzione. Il suo accento strano mi faceva un po’ ridere. Era di una simpatia unica. La malinconia passò subito ed apparve vispo ed allegro. Viveva in una casa famiglia per minorenni extracomunitari e di sera, quando poteva, cercava di vendere qualcosa per mandare pochi spicci ai suoi in Algeria. Sprizzava gioia, parlando. In una mezz’oretta mi raccontò quasi tutto di se. All’arrivo a Pozzallo aveva cercato di scappare insieme ad altri due giovani, ma dopo una breve fuga, li avevano trovati zuppi d’acqua e stremati dal freddo. Lui aveva la febbre alta e ci volle un po’ perché si riprendesse ed essendo minorenne non lo mandarono ai centri di accoglienza strapieni, ma prima a Catania e da qualche mese si trovava a Siracusa. Era in Italia da quasi due anni. Il destino sembrava benevolo e si trovava bene nella casa che lo ospitava. Si fidavano di lui e poteva uscire libero. Non erano prigionieri in fondo, ma solamente disperati in cerca di rifugio. Continueranno le guerre, gli attentati, le pandemie, “i viaggi della speranza” di milioni di profughi che cercano una vita migliore…la vita scorrerà col suo solito tran tran stressante… Forse vivremo nel buio di questa vita che va dal grigio al nero troppo in fretta e ci catapulta in baratri senza luce, ma poi… Mai perdere la speranza in un futuro migliore e il sole sorge ogni mattina proprio per ricordarcelo e così come l’alba si veste a festa per accogliere il nuovo giorno, così dovremmo far noi.

Aveva un sogno Ayaan e me lo raccontò. Desiderava tanto portare in Italia i suoi vecchi genitori, ma non su un barcone della speranza, no…il suo desiderio era un giorno quello di andare a prenderli personalmente su un aereo di linea e farli viaggiare come signori verso una vita se non migliore, almeno più tranquilla, più serena. Sembrava un fiume in piena. Parlava e parlava. Gli occhi ora s’illuminavano, ora diventavano tristi, ma sorrideva tanto e non stava fermo. Pensai anche che avesse freddo e glielo chiesi, ma mi disse che stava bene. Non aveva più avuto freddo da quando era arrivato. Ricordai del collegamento con la mia famiglia e lo salutai anche se a malincuore. Mi piaceva ascoltarlo. Chissà, magari lo avrei rivisto in giro per la città a vendere le sue rose. Gli augurai di realizzare il suo sogno e mi ringraziò con un inchino e un sorriso. Restai a guardarlo sgusciare tra la folla che stava aumentando e m’incamminai con la mia rosa in mano. Decisi che non l’avrei buttata una volta appassita. L’avrei chiusa tra le pagine di un libro e un giorno, ritrovandola, avrei raccontato di quell’ incontro ai miei figli. Avrei raccontato loro che seppur costretti alla lontananza per lavoro, eravamo molto fortunati mentre intorno a noi, spesso senza nemmeno rendercene conto, milioni di persone soffrono per motivi ben più grandi dei nostri. Viviamo mondi paralleli con esseri umani che come noi soffrono, amano, aspettano, sperano…eppure, troppo chiusi nei nostri recinti di burocrazia, di lavoro, di stress, di pregiudizi, preferiamo spesso per comodità, o per pigrizia, anche per paura, stare di qua dal recinto. E’ più sicuro. Oltre vi è l’ignoto e non siamo più capaci di esplorare. Preferiamo i nostri caldi rifugi, ma spero che un giorno tutto cambierà ed abbatteremo senza reticenze quei recinti ingombranti che ci dividono. Ed io voglio crederci ancora per il sorriso di Ayaan e per quello dei miei figli. Mai perdere la speranza in un futuro migliore. Il sole sorge ogni mattina proprio per ricordarcelo e così come l’alba si veste a festa per accogliere il nuovo giorno, così dovremmo far noi squarciando tutti i recinti della nostra coscienza e i silenzi che molto spesso ci opprimono.

Anna Maria Chiapparo - tutti i diritti riservati a norma di legge

Racconto breve premiato con menzione d’onore e pubblicazione nel concorso letterario “Le città invisibili”.

NB: la foto è puramente indicativa ed è presa dal web

Martedì, 26 Dicembre 2017 21:59

Il Natale di Rocco

Pubblicato da

La piccola cucina della nonna, satura del buon odore di pasta lievitata e di quello acre di frittura che saliva su per il camino, era molto calda ed accogliente, ma il cuore delle persone che l'animavano era molto pesante.

Rocco guardava oltre i vetri della finestra, la strana nebbia che addensava l'aria e le nubi cupe, pesanti, come se volesse nevicare. Il nonno entrò con gran rumore, arrabbiato ed infreddolito.

-No trovai a nujiu! Nujiu si mova cu stu hfriddu e cu' Natale.-

Si sedette scoraggiato accanto al camino, sporgendo le mani per riscaldarle e la moglie gli offrí una "curujicchia" calda calda.

La sorellina di Rocco, Nella, sfogliava un libro svogliatamente. Tutti nella piccola stanza, sembravano tristi.

Qualche giorno prima, era infatti successa una disgrazia.

Il papà dei due bambini che ora stavano dai nonni, si era fatto male gravemente mentre lavorava su in montagna e lo avevano trasportato all'ospedale neanche tanto facilmente, perché prima l'avevano dovuto scendere in paese e poi chiamare il noleggio per trasportarlo. Ambulanze, nel piccolo paesino, neanche a parlarne e quindi si dovevano arrangiare, ogni volta che accadeva qualcosa, per fortuna, raramente.

Quella volta era toccato a Bruno. Un grosso tronco d'albero, gli era caduto addosso, frantumandogli quasi, la gamba. I suoi colleghi boscaioli l'avevano subito soccorso, ma il tempo materialmente perso, tra una cosa e l'altra era tanto, e si diceva che avrebbe perso la gamba.

Giunti in ospedale lo avevano operato, ma aveva perso molto sangue ed era in coma. La moglie era rimasta al suo fianco dal trasporto in ospedale e per questo i bambini si trovavano dai nonni.

La preoccupazione del nonno di Rocco, riguardava un piccolo gregge di caprette che tenevano su in montagna, in un piccolo appezzamento di terreno che possedevano. Era suo figlio ad occuparsene, ma ora da due giorni erano rimaste incustodite ed andavano assolutamente munte e controllate. Lui non riusciva a salire piú da molti anni e si limitava a fare in casa, ricotta e formaggi, col latte che gli portava il figlio. Ora era veramente preoccupato perché nessuno era disposto ad andare a controllare la situazione lassú, dove probabilmente, nevicava pure.

I due vecchi, parlottavano tra loro e non riuscivano a venire a capo di nulla. Era l'antivigilia di Natale e negli ultimi giorni la temperatura si era abbassata cosi tanto da presagire una nevicata. Tutti stavano rintanati in casa e presso tutti i focolari, non si parlava che della disgrazia del povero Bruno. Nessuno però, nemmeno uno dei tanti parenti, si era offerto di andare a vedere gli animali che giacevano al freddo.

Quasi tutti in paese, data la vicinanza alla montagna, erano boscaioli e carbonai e molti avevano qualche pecora o capretta. I piú fortunati avevano un piccolo ovile vicino casa, altri come Bruno, l'avevano in montagna.

-'Nci vajiu io!-

Disse all'improvviso Rocco.

-Pijjiu u carríattu e vajiu.-

-Adduva vai tu?! Tu si pacciu. Ava u 'ndi 'mbatte natra disgrazia?-

Rispose alterato il nonno.

-A nannu, e chi hfacimu? Avanti, mentre ca é ancora juarnu. Si vajiu ora, arrivu prima ca scura e ríastu jíà, 'nto pajjiaru.-

-No, ti dissa! Ci su i lupi 'nta muntagna e cui sapa si 'ssi mangiaru, chiji povari crapi!-

-E cuamu u sapimu, si no vidimu? Vajiu io, vi dicu. A strata a sacciu e puru u mungiu, sacciu. No sugnu cotraru!-

Mai Rocco si era permesso di alzare la voce con suo nonno.

Agli anziani e ai piú grandi in genere, era dovuto molto rispetto, specie dai bambini. Lui aveva compiuto da poco dodici anni. Era ancora un bambino, ma capiva che la situazione era grave e doveva fare qualcosa. Era da ore che rimuginava sul da farsi ed era giunto a quella conclusione. Piú volte era salito su con suo padre, al sicuro...sul carretto trainato dal mulo, sembrava un gioco, ma ora sapeva che sarebbe stato diverso.

Voleva aiutare la famiglia. Chi poteva sennò? Era deciso e ci sarebbe andato nonostante la decisione del nonno.

Insistendo insistendo, la spuntò.

Anche la nonna era contraria, ma cedette e gli preparò un fagotto con qualcosa da mangiare. Del formaggio e delle "curujicchie" appena fatte.

Non era in vena di fare festa, ma proprio per quei due nipotini tanto tristi, aveva deciso d'impastarne due, come facevano ogni Natale.

Anche lei pensava al figlio in un letto d'ospedale e non avere notizie, la stordiva.

Era lontana la città ed erano rimasti con la nuora che avrebbe telefonato al centralino, presso il bar del paese, per dare notizie, ma ancora non aveva chiamato. Le uniche le aveva portato il noleggiatore, rimasto fino a che era uscito dalla sala operatoria, poi il nulla. Non c'erano telefoni nel piccolo paese ai piedi della montagna. L'unico, era il centralino del bar.

Nel basso, Rocco aveva legato il piccolo mulo al carretto. Su c'erano i due contenitori per il latte e il secchio di stagno che suo padre usava per mungere.

Faceva molto freddo, ma pur pensando al calduccio della cucina, era pronto per quella lunga arrampicata.

Si vestí pesante e il nonno gli mise sulle spalle una grossa mantella di lana di pecora.

Rocco si sentí rincuorato e convinto di fare la cosa giusta. Suo nonno, man mano che preparavano il tutto, gli andava spiegando cosa fare e cosa piú importante, era accendere un fuoco per tenere lontani i lupi dal recinto.

Erano quasi le undici del mattino anche se sembrava già pomeriggio per il brutto tempo che andava raccattando nuvoloni e li ammassava. Il ragazzo, tenendo il mulo per la cavezza, attraversò le strade deserte e s'avviò su per la montagna. La cosa buona era che i boscaioli, tutti insieme, avevano allargato lo stretto sentiero esistente per agevolare il cammino coi muli. Le povere bestie trasportavano di tutto in quegli impervi luoghi e perciò, quasi tutti avevano un mulo o un asinello per amico.

Camminava già da un paio d'ore e nonostante il freddo gli sferzasse il viso scoperto, stava bene al caldo della mantella di lana. Il tepore del corpo, grazie anche alla salita, s'irradiava dappertutto facendolo stare bene. Solo le dita dei piedi, chiusi nei grossi scarponi, sentiva ghiacciati, ma faceva di tutto per non pensarci.

Quando ebbe fame, tirò fuori una ciambella della nonna e la sbocconcellò lentamente per strada, senza fermarsi.

Il paese coi comignoli fumanti, giú nella valle, andava scomparendo avvolto da una coltre di nebbia.

Ogni tanto il vento portava il rintocco della campana dell'orologio che scandiva ogni quarto.

Era ormai tardo pomeriggio quando cominciò ad udire qualche belato e già imbruniva.

Salendo, il freddo era piú intenso e cadeva qualche fiocco di neve che per fortuna si scioglieva subito. Il nonno, nelle lunghe sere invernali gli aveva insegnato tante cose e sapeva che con una bella nevicata, l'aria si sarebbe addolcita, ma non era ancora tempo, a quanto pareva...

Finalmente arrivò al suo piccolo podere dove le caprette erano rinchiuse in una piccola catapecchia dal tetto di lamiera che aveva costruito suo padre.

Dai belati sembravano inquiete e leste sgattoiolarono fuori, appena aprí la porticina di legno.

Intorno alla casupola, c'era un grande recinto chiuso da reti e pali di legno e gli animali, cominciarono a scorrazzare qua e là, finalmente liberi.

Le caprette femmine avevano le mammelle gonfie di latte e si muovevano buffe ed impacciate.

Rocco fu contento di trovarle bene e s'accinse a prendere del fieno ammassato e a spargerlo intorno per le affamate.

Accese poi un bel fuoco e solo dopo cominciò a mungerle una ad una portandosele vicino al caldo dei ceppi scoppiettanti.

Non fu facile, perché scappavano di continuo, ma un po' di latte a tutte le femmine, riuscí a toglierlo.

Era ormai buio quando finí, anche se il suo orologio segnava solo le sei del pomeriggio.

Si accorse di essere sudato per lo sforzo che aveva fatto e si sentí stremato dalla stanchezza.

Accanto al fuoco sgranocchiò un po' di pane e formaggio e dopo una bella bevuta d'acqua fresca della sorgente là vicino, restò a pensare. Le caprette sazie erano piú calme e le lasciò tranquille ancora nel recinto. Aveva tutto il tempo per farle rientrare al coperto dato che doveva passare là, la notte.

Intorno sentiva molti rumori sconosciuti e qualche brivido di paura lo aveva, anche se cercava d'incoraggiarsi.

Ogni tanto parlava col mulo legato al castagno, ogni tanto canticchiava.

Quando si sentí riposato, corse intorno per far entrare le capre nell'ovile. Là sarebbero state piú protette dal freddo della notte.

Chiuse la porta e s'adoperò ad accendere un altro fuoco nello spiazzo al di là del recinto per paura dei lupi. Legna ve n'era in abbondanza e pregò che non piovesse o nevicasse, spegnendolo.

Accanto alla porticina aveva ammassato del fieno e vi s'accucciò. Il calore del fuoco poco distante, il fieno e la pelle di lana, lo accarezzavano dolcemente e le fiammelle lo rischiaravano.

Il cielo, nell'oscurità s'intravvedeva cupo, ma tra una nuvola e l'altra facevano capolino miriadi di stelle come non aveva mai viste.

I belati nella casupola lo rincuoravano ed ogni tanto s'assopiva vinto dal sonno.

Quando era sveglio canticchiava, pregava, suonava la piccola armonica che portava sempre in tasca. Sobbalzava ad ogni rumore o fruscio, ma rimase ben vigile per tutto il tempo, attizzando spesso i due fuochi.

L'alba lo sorprese meravigliosamente. Nonostante il freddo gelido che aveva gelato tutto, una coltre rossastra, ora sbiadita, ora vivida, lo incantò dolcemente e rimase in uno stato di torpore per ore, incapace di riaddormentarsi.

In quella notte aveva pensato a tante cose e tanti ricordi lo avevano cullato. Pensò a suo padre e pregò che guarisse. Ricordò i Natali passati, i giochi davanti al caminetto, alle noci e nocciole sgusciate con le pietre...

Le scorribande nei vicoli coi suoi amichetti che intanto dormivano al calduccio.

Pensò tantissimo ed immaginò di essere giá grande ed aiutare suo padre.

A giorno fatto aprí nuovamente la porticina e il piccolo gregge si riversò lesto fuori. Non erano tante le sue caprette. Una quindicina, ma davano da fare, dato che per lo piú erano femmine da mungere. Bevve un po' di latte tiepido arrangiandosi col secchio e dopo cominciò una nuova mungitura. Aveva deciso di portar giú il gregge anche se col nonno non ne avevano parlato e piú leggere, avrebbero affrontato meglio la discesa.

Dietro casa dei nonni c'era un bell'orto con una catapecchia che fungeva da legnaia e ripostiglio e dato che in inverno non coltivavano nulla, aveva pensato che sarebbe stato ideale. Sul posto poteva aiutarlo il nonno e se necessario, lui le avrebbe portate anche a pascolare nei campi.

Spense per bene i fuochi con secchi d'acqua gelata e assicuratosi d'aver legato bene i contenitori del latte al carretto, si mise in cammino.

Sapeva che la discesa sarebbe stata piú veloce, ma doveva stare attento alle caprette. Non doveva "stramandarle" (disperderle).

Pian piano riuscí a scendere. La neve aveva cominciato a cadere copiosa e i fiocchi lasciavano già dei piccoli ricami sulle piante lungo i cigli. In certi punti la strada era scivolosa, ma rincuorando il povero mulo, passo a passo, seguí il sentiero. Il gregge festoso lo seguiva come ubbidiente ad un comando invisibile e bastava un fischio per riportarne qualcuna in carreggiata. Quando suo padre sarebbe tornato, gli avrebbe detto di prendere un cane. I cani per i greggi, sono ottimi aiutanti, aveva sentito...

Intravedeva le luci del paese e si sentí felice. Si, proprio felice e sperava anche di rivedere suo padre a casa ad aspettarlo.

In lontananza si udiva una musica come di ciaramelle e man mano che scendeva si faceva piú chiara.

Si ricordò che era la vigilia di Natale ed erano arrivati gli zampognari a girare per il paese.

Non sentiva piú freddo, Rocco.

Dopo una notte in montagna era contento di tornare a casa e i belati per le vie facevano affacciare le donne curiose che si sporgevano a guardare, a vedere di chi fosse il gregge. Molte non riconobbero il figlio di Bruno "u disgraziatu", in quel piccolo pastorello imbacuccato e si ritirarono infreddolite.

I nonni invece erano sull'uscio speranzosi.

Quando avevano sentito i belati e le ruote del carretto, erano corsi fuori increduli.

Mai si sarebbero aspettati che il nipote tornasse con le capre giú in paese ed invece era proprio lui, il loro ometto coraggioso.

Rocco spiegò al nonno il suo piano e lui sorridendo contento corse ad aprire la porta dell'orto.

-Ah giuvaniajiu mio! U Signuri u ti benedicía!-

Andava replicando la nonna col rosario in mano.

-Quantu pregai nommu ti succeda nenta e u túarni pa casa-

Aiutò il nonno a sistemare il gregge ed entrarono in casa.

Con le caprette al sicuro, Rocco si sentí felice, ma sentí addosso anche tanta stanchezza e tristezza al contempo perché non vedeva i suoi genitori.

La nonna però lo aveva tranquillizzato.

Sua madre aveva finalmente chiamato per dire che suo padre si andava riprendendo.

Ci voleva ancora tanto tempo, ma l'operazione era andata bene.

La piccola Nella abbracciò il fratellino e si sciolse in un pianto liberatorio.

-E pecchí giangi? Su ccà mo. Basta va, no hfare a scema-

Il nonno mise a bollire il latte. La notte era ancora lunga e decise che avrebbe preparato la ricotta.

Proprio mentre stavano per sedersi a tavola, con Rocco affamato, passarono nella via, gli zampognari.

Il nonno prese la bottiglia di vino ed uscí ad offrirne loro, un bicchiere per riscaldarli.

Nevicava, ma l'aria si era addolcita.

Era la notte di Natale.

(Anna M. Chiapparo)

Venerdì, 10 Febbraio 2017 17:45

U tripodìajiu arraggiatu

Pubblicato da

 

Ironicamente, ma neanche troppo...

 

C'era na vota, 'nta nu focularu,
nu tripodiajiu nigru e arruggiatu
ca na matina si rivijjiau tutt'arraggiatu.

“Non cià hfazzu cchiù! 
Na suppùartu sta cundanna!
Prima m'arrustanu, puà mi rifriscano
cu nu catu d'acqua 'njelata, 
pùa mi jettanu a na ripata.
Si mi va bbona mi dassano
'nta cinnari cunzumata.
Ma u sapiti chi vi dicu?
Tri gambi 'l'ajiu e minda vajiu!”

A hfiancu c'era nu pignatiajiu
chi gujjiìa chianu chianu
e mìanzu addormentato,
'nci domandau:

“E duva tinda vai, 
puru ca i gambi l'hai?”

“No sacciu e no tu dicu!
Pemmò su trùappu arraggiatu.
Ti pare giustu, 
c'hajiu u suppùartu a chistu? 
Ijiu sta assettatu cùamu
nu baruni 'mpistunatu
ed io su tuttu 'mbunnatu!”

“Chi vorrissi dira?”

Rispundiu u puzzunìattu,
quasi 'nto gujjire.

“Puru io su nigru e ammaccatu.
Mi votanu, mi giranu 
e mi mettanu i latu.”

“Ma chi vai dicìandu?
A vui vi pijjianu, vi votanu, 
vi giranu, vi lavanu puliti puliti
e vi posanu sistemati.
Ammìa mi jettanu 
cùamu mi trùavu trùavu
ammìanzu a surici e hfolijini
hfilati e sapiti chi vi dicu?
Vùajjiu cchiù rispìattu!
Sugnu io chi ti tìagnu, puzzunìattu!”

“Ohhh...e chi ti vinna?
Stamatina cummìa ta pijjiasti?
Cerca u stai ccittu e mutu,
ca si sulu nu tripùadi arruggiatu,
mancu u m'ìari nu rrè 'ncurunatu!”

U tripodiajiu si ccittìu 
quietu e penzerusu...

“Quasi, quasi, 'nci hfazzu
nu partusu e u divacu, accussì
c'abbascìanu l'ali a stu 'mbriacu.”

Tutti si ccittiru muti muti e
mentre a hfiamma s'arrìdia 
zzumpìandu, u pignatiajiu
jìa penzandu...

“E chi mi vinna a mmia cu sti dui!
Vorrìa u dùarmu e no pùazzu hfare,
vorrìa u gridu e no pùazzu parrare.
Sti dui scìami su cumbinti, ca sulu iji
hannu i chi hfare.
Avìanu raggiuni a ggìanti antichi: 
i guai da pignata, i sapa 
a cucchiara chi manijia.
Sulu ijia, cummara mia,
u sapa cùamu mi sìantu.
M'inchìanu sempa 
di ciciari e suriaca
e rujjiu pe tutta a jornata!”

Si rivijjiau u zzuccu
mianzu cunzumatu e nu gridu minau
pe tuttu u vicinatu:

“O povaru io a chi mani capitai!
Su tuttu vruscìatu!”

Anna M. Chiapparo

(Tutti i diritti riservati)

Venerdì, 30 Dicembre 2016 11:44

Anno Nuovo 2017

Pubblicato da

Un'altro anno sta gia' tramontando e io vorrei augurare a tutti i lettori di questo blog e ai partecipanti a questo sito che siamo maggiormente paesani e amici un felice anno nuovo.  Voglio farlo perche' mi e' sembrato che l'anno 2016 e' stato un'anno disastroso, un' anno che ogni volta che leggevo il giornale oppure guardavo i cuminicati in televisione ogni sera c'era sempre dei disastri accaduti, a Melbourne, in altri posti dell'Australia e in numerose altre parti del mondo.

Il mondo e' assai cambiato come tutti sappiamo, in certi casi per il bene ma in tanti altri casi per il male.  Son tempi moderni, almeno qui' in Australia tempi che i valori di una famiglia sono assai diminuiti, la fede per il cristianesimo e' quasi scomparsa, di rispetto verso il prossimo sembra non esiste mentre la gente di oggi va in cerca delle cose materiali.  Questo e' il nostro mondo e gente come me cerca di ambientarsi con i cambiamenti e le cose moderne ma certi cambiamenti son sono facili e nel caso mio, di certe cose non sono neanche interessato.

 

Auguro a tutti un Felicissimo Anno Nuovo

Amico di tutti   Pietro Carnovale

 

 

Giovedì, 08 Dicembre 2016 18:18

Bruno e "a hfera i Dasà"

Pubblicato da

Quella sera Bruno andò a dormire tutto contento subito dopo il Carosello.
L'indomani era vacanza e non c'era scuola essendo la festa dell'Immacolata, ma la cosa che lo rendeva ancor più gioioso era la fiera di Dasà.
La mamma e la nonna gli avevano promesso che ci sarebbero andati e lui non vedeva l'ora di fare quella passeggiata tanto attesa.
Aveva contato i giorni fin dal suo compleanno, il venticinque di ottobre, quando sua madre gli aveva consegnato ventimila lire e una lettera di suo padre.
Ciccio, il papà di Bruno era emigrato in Svizzera e non tornava a casa dal Natale scorso. Di solito tornava in estate giù in Calabria, ma quell'anno gli era capitato un lavoro extra ed era rimasto su a far qualche soldo in più.
D'accordo con sua madre gli avevano quindi fatto quel sostanzioso regalo di compleanno.
L'assegno era arrivato a fine settembre. Ciccio aveva preso la paga del lavoro estivo e tenendo per se solo qualcosa, triste per la lontananza, spedì un bel gruzzoletto inaspettato alla famiglia.
Maria corse subito alla posta e versò tutto nel libretto postale. Preferiva prendere i soldi poco a poco man mano che le servivano. Aveva paura a tenerli in casa e d'altronde cercava di arrangiarsi senza spendere troppo. Usava i soldi giusto per pagare le bollette e per qualche spesa inevitabile.
L'orto bastava a sfamarli e ogni volta che i suoi prendevano la pensione, le regalavano qualcosa per fare la spesa alla bottega. Il pane lo faceva in casa e comprando la farina, era più conveniente.
Bruno e sua sorella Nina erano abituati da sempre al pane duro e non facevano capricci, ma ogni tanto la mamma comprava loro il panino con la mortadella da portare a scuola.
Il pane fatto in casa, appena sfornato, d'altronde era buonissimo e ne faceva sempre una bella scorpacciata condito con l'olio o col pomodoro fresco in estate.
In paese non c'erano svaghi dopo la festa di San Rocco che movimentava un po' il paese, e il periodo autunnale era sempre quello più indaffarato per le famiglie.
Bisognava preparare la salsa per l'inverno, raccogliere gli ultimi frutti estivi e far seccare peperoncini e legumi. Chi aveva la vigna doveva prepararsi alla vendemmia e cosa più faticosa era preparare le campagne alla raccolta delle olive. Per chi come Maria, aveva i mariti emigrati, il lavoro era sicuramente più pesante e i bambini non potevano certo permettersi il lusso di far capricci e storie. Buoni buoni se ne andavano a scuola quando iniziava e in casa aiutavano come potevano. Anche sbrigare qualche piccola commissione in casa o in paese, era un grande aiuto.
Ogni volta che il papà partiva, prima di entrare nell'auto a noleggio insieme ad altri paesani, diceva sempre a Bruno: “Ora si tu l'ùamu i casa, mi raccumandu no hfare arraggiare a mamma ca pùa mu cunta e io no ti pùartu nenta. No cicculati e no caramelli”
Bruno annuiva mogio mogio e in cuor suo sentiva quel compito come una missione da portare a termine fino al prossimo ritorno di suo padre.
Ogni volta vedeva la mamma piangere seminascosta perché intorno c'era altra gente e allora anche a lui spuntavano le lacrime, ma lesto le ricacciava indietro e faceva lo scemo ridendo e scherzando col papà che lo abbracciava stretto e poi s'infilava subito in auto per non far vedere le sue di lacrime...
Tutti piangevano, ma chissà perché, tutti cercavano di nasconderlo.
Quando sua madre gli diede quelle ventimila lire, non credeva ai suoi occhi.
“Su tutti i mia?”
“E cìartu, su u rigalu mio e du papà pammu t'accatti 'ncuna cosa pe Natale. Ti servanu i scarpi e puru nu giubbotto, ca cchiù criscisti e chijiu chi hai ti va piccirijiu”.

Le madri avevano la capacità di prendere sempre due piccioni con una fava. Sapevano quello di cui avevi bisogno e facendo finta di regalarti qualcosa, sapevano fartela usare per quel che avevano previsto. Ti facevano contento e gabbato con poco, ma a dieci anni, fino ad una quarantina d'anni fa, non avevamo la malizia di oggi e ogni minima cosa ci sembrava un dono. Bastava poco a farci felici.
Bruno guardò e riguardò cento volte quei “soldi di carta” e si sentì ricco.
Mai aveva avuto un tale dono, ma quel giorno compiva dieci anni, stava diventando grande e nella lettera a lui indirizzata, suo padre gli ribadiva che doveva aver cura della famiglia mentre lui era lontano a lavorare. Le altre diecimila lire della nonna poi, lo resero euforico per tutto il giorno. Sapeva che servivano a comprare dei vestiti, ma era tanto contento di sapersi padrone di un simile dono e andò subito fuori a raccontarlo a Rocco e Franco, i suoi amici di giochi, nonché vicini di casa.
L'indomani Bruno tornò da scuola e consegnò un foglio a quadretti piegato in quattro a sua madre dicendole che era una lettera di ringraziamento per il suo papà e se gliela poteva spedire.
Maria sorrise facendo finta di nulla.
Le mamme di un tempo, stanche e sempre indaffarate, erano poco espansive e per un'innata e incomprensibile ragione, cercavano sempre di nascondere gli amorevoli sentimenti. Erano poco propense alle carezze, ma facevano di tutto per accontentarti senza darlo a vedere. Tutto sembrava casuale o peggio, dovuto e non s'aspettavano ringraziamenti.
A vederle oggi, sembrerebbero fredde, le madri calabresi di un tempo.
Piene di affanni e pensieri chiusi nel cuore e la vita scritta dalle rughe sul viso.
Capelli presto canuti e labbra senza sorriso.
Solo la rabbia sapevano sfogare...

“Nina tu si cuntenta ca jìamu a hfera?”
“Boh...si è bellu... a nanna mi dissa ca m'accatta a calia”.
I due fratellini dormivano nella stessa stanzetta. Nina era una dolce bimba di sette anni, timida e silenziosa che stava sempre attaccata a sua madre osservando con interesse tutto ciò che faceva. A questo modo aveva già imparato a rifarsi il letto, a lavare i piatti, a spazzare e lavare il pavimento e tanti altri piccoli lavoretti. Di nascosto stava facendo una bella sciarpa calda per il suo papà con la lana che le aveva acquistata la nonna quando l'estate scorsa le aveva insegnato a lavorare ai ferri. Cose semplici, dritto e rovescio, ma per la sua età era un gran bel risultato e la nonna ne era orgogliosa. Insieme, complici, avevano deciso di fare quel regalo al papà per Natale. In Svizzera faceva freddo e una bella sciarpa calda avrebbe fatto comodo.
Bruno smaniava nel letto e non riusciva a prendere sonno.
D'altronde erano ancora le nove di sera, ma sempre a quell'ora andava a letto e tutte le sere crollava stanco dopo i giochi pomeridiani in giro per il quartiere. Quella sera era molto eccitato pregustando la gita a Dasà e cercò di ricordare la fiera degli anni prima. L'anno precedente non c'erano stati per la pioggia e in cuor suo pregava che facesse bel tempo. A dir la verità in serata qualche nuvoletta c'era, ma sua madre gli aveva detto di stare tranquillo...
Lungo la strada avevano incontrato tanti altri Acquarùati che andavano a Dasà e lui si era accodato ad altri bambini a parlare di figurine. Chiacchierando, il tragitto gli sembrò breve e appena svoltata l'ultima curva, dove i rami d'ulivo dei fondi sotto la strada pendevano fino a terra, s'incominciavano ad intravedere le prime bancarelle. I cigli erano pieni di auto parcheggiate su ambo i lati e cominciava già la confusione perché alla fiera andavano anche limpidesi e dinamesi che erano più lontani e quindi usavano l'auto.
Le voci dei mercanti che urlavano "vandìando" la loro mercanzia, si confondevano tra loro ed intorno la folla di donne e bambini che guardavano tutto, s'accalcava ad ogni bancarella. Pur non dovendo acquistare nulla, la curiosità di vedere cose belle e novità, era sempre tanta per tutti. Gli uomini più che i vestiti, cercavano attrezzi da lavoro, pantaloni di fustagno e stivali, i bambini come lui s'incantavano davanti ai dolciumi di Soriano e alle bancarelle di giocattoli. Quella volta il nonno gli aveva comprato il tamburo di plastica e lui lo aveva battuto felice fino a casa prendendosi più volte i rimproveri di sua madre.
Quella notte gli tornarono alla mente molti particolari della fiera e non seppe mai se fu un sogno o veri ricordi confusi nel dormiveglia inquieto.
Vedeva bambini con le trombette rosse che suonavano gonfiando a dismisura le gote, bambine con Cicciobello ancora inscatolato; altre con lunghe trecce che chiedevano mollette e nastri. Bimbi piccoli che piangevano perchè non volevano scendere dal cavalluccio rosso di plastica con le rotelle.
Ragazze che cercavano cappotti e vestiti e mamme che pazienti stavano dietro a tutto. Poi improvviso un profumo allettante stuzzicava le narici e come un miraggio nel deserto.
Bella tra le belle, apparve la bancarella più ricca e desiderata:
quella dei dolciumi!
Un tripudio di colori invitanti danzava davanti agli occhi di Bruno e tutto sembrava animarsi ed andargli incontro.
Cavallucci di “mostazzola” col cavaliere in groppa, inscenavano un invisibile duello davanti allo sguardo languido delle dame che li osservavano dalla “cascia” ammassate all'altro pubblico incartato di fiocchi rossi e carta trasparente.
Mandorle tostate che avevano fatto lunghi viaggi, occhieggiavano stizzite dalle gote pallide du “nzujiu” e sembravano chiedersi dove fossero finite. Vassoi di “sussumelle” di cioccolato e di glassa bianca, se ne stavano in bella mostra su un drappo rosso ed ammiccavano i passanti col loro fare invitante. Ceste di fichi secchi, incartapecoriti dal forno, nascondevano al loro interno noci croccanti... e liquirizia, caramelle, coni finti...si muovevano sinuosi in una danza orientaleggiante. Più in là, sulla stessa bancarella che sembrava grandissima, mucchi spropositati di “cacao”(noccioline), “calia” (ceci) e “ossa i cucuzzara” (semi di zucca), sembravano ridere a crepapelle e facevano il tifo per l'uno o l'altro cavaliere.
Bruno ammaliato, prendeva a piene mani un po' di tutto. Riempiva le tasche di calia e cacao e mangiava uno dietro l'altro, lacci di liquirizia che gli annerivano le dita. D'improvviso si fece silenzio e intorno non c'era anima viva. Solo lui e la bancarella golosa. Più nulla.
“Mangia mangia e pua vidi cùamu ti dola a panza!”
Bruno si guardò intorno, ma non vide nessuno e continuò a mangiare.
“E ti pare ca a hfina! Basta ti dissa”
“Ohhh, ma cu si? Chi vùa?”
“Ccà, guarda ccà. O 'ndi vidi?”
Dietro il mucchio di calia abbrustolita, accatastati in diversi colori, c'erano piccole file ordinate di torroni incartati a caramella.
Bruno si stropicciò gli occhi e pensò che non potevano essere quelli a parlare.
Una fragorosa risata, lo spaventò e sussultò.
“Babbu! E chi ti pare ca mo i turruna e i mastazzola parranu? O scìamu! Ahahahahhhhhhaaahhh”

Bruno si sentì gridare e si ritrovò a terra nella sua stanzetta.
Aprì gli occhi confuso e vide sua madre che lo prendeva in braccio per rimetterlo a letto.
“Mi hfacisti u schiantu. Minasti na gridata! Mianu male ca Nina no si rivijjiau ca ancora è prìastu.”
“E' ura, ma? E' ura u jiamu a hfera?”
Chiese, tutto contento e incurante di ciò che gli era appena successo.
“O Brunu mio, u sai, quandu gridasti stava venìandu u ti chìamu io u ti dicu na cosa. U sìanti chi vìantu chi c'è? Minau forte tutta a nottata e io non mi hfitta u pijjiu suannu. Stajiu jìandu a Petrugnanu u vijiu. Armìanu chiji quattro coccia 'nta strata ajiu mu i cuàjjiu”
“E a hfera no jìamu allura?”
“O hfijjiu, si mi sbrigu prìastu, jiamu, sinnò no' ti preoccupare ca u sabbatu jìamu a Vibbu e t'accattu jà 'ncuna cosa”
Bruno si mise a piangere.
“U sapìa io. Mo tinda vai in campagna e cu sapa quandu tùarni”
Senza tante cerimonie, sua madre si alzò dal letto dove si era appoggiata.
“Oh, finiscila e dorma. Ti stai curcatu ccà o caddu e io vajiu. Ancora su i sia du matinu. Passu i jia nanna e 'nci dicu u vena ccà. Quandu tùarnu sinda parra”.
Bruno si tirò le coperte al collo e si nascose a piangere sul cuscino.
In un attimo vide sparire la gioia di passeggiare per la fiera a guardare le bancarelle, a scegliere le scarpe nuove e il nuovo giubbotto. Aveva sperato d'indossarlo all'arrivo di suo padre a Natale ed invece...il vento...ma proprio quella notte doveva “minare?” Non poteva aspettare un altro po'?
Non riuscì a prendere sonno e udì la mamma uscire e la nonna arrivare dopo poco.
Alle sette, tra gli ululati del vento, sentì la campana della chiesa, scoccare l'ora e si alzò arrabbiato.
Sua nonna stava accendendo la cucina a legna e appena lo vide gli chiese se voleva il latte.
Si sedette arrabbiato e non le diede conto. Sua nonna scaldò il latte e glielo mise davanti con dei biscotti.
“Avanti, mangia ca hai u crisci”
La nonna, sapendo il suo cruccio, cercava di sdrammatizzare per tirarlo su, ma lui rimase imbronciato a lungo e non disse una parola.
Nel frattempo si era svegliata anche Nina.
Lei non sembrava dispiaciuta per la fiera, ma per la mamma che era andata con quel vento in campagna. Si sistemò, mangiò il suo latte e si sedette accanto alla stufa coi suoi ferri, mentre la nonna preparava qualcosa da mangiare.
“Nanna no jiamu a missa?” Le chiese Nina.
“Cìartu ca jìamu. A cchija di dìaci. Intantu fazzu u sucu accussì quandu vena mammata mangiamu tutti ccà e pua sinda parra.”
“E a mamma quandu vena?”
“E pìanzu ca vena prìastu. Jìu sulu u s'adduna 'nta strata”
“E pùa jiamu a hfera?”
“Pùa vidimu”.
Bruno si era rinchiuso nella sua stanza a giocare con le figurine. Le guardava e riguardava. Le contava e le sistemava annoiato. Sdraiato sul letto ripensava al sogno della notte trascorsa e si sentiva confuso ed arrabbiato. Aveva atteso tanto quel giorno ed ora...
Alle dieci, la campana gioiosa, invitò alla messa dell'Immacolata, ma Bruno disse alla nonna che sarebbe rimasto in casa a studiare.
Non era la prima volta che restava solo e la nonna sapendo che poteva fidarsi, uscì con Nina.
In realtà Bruno aveva rimuginato il suo da fare e appena fu solo, indossò una vecchia tuta, prese un cappello e uscì a sua volta.
Fuori c'era Rocco coi pantaloni nuovi che stava andando a Dasà.
“Oh, no vìani a hfera?”
Bruno non gli rispose e filò dritto con le mani in tasca verso l'uscita del paese. Aveva deciso di andare da sua madre.

“MAAA. DUVAAA SIII?”
Il vento ancora forte, riportò l'eco della flebile voce del bambino tra gli ulivi.
Seppur arrabbiato e deluso, aveva capito che sua madre aveva le sue ragioni per andare in campagna anche in quel giorno di festa ed aveva deciso di andarla ad aiutare.
Maria, dal canto suo era uscita di casa piangendo.
Piangeva la sua sorte di moglie senza marito che doveva fare da madre e padre ai suoi figli sembrando dura anche quando non voleva; piangeva per il lavoro che mancava e che la costringeva a raccogliere olive dal padrone “a tìarzu” e senza jornati; piangeva per quel figlio arrabbiato che voleva solo un poco di svago...piangeva mentre raccoglieva le belle olive ormai mature che luccicavano come perle nere appena sgusciate. Guardando l'abbondanza che era caduta in quella notte, si rincuorò e lesta lesta cercò di raccoglierne il più possibile dalla strada pregando che non piovesse perché dopo il vento di solito arrivava la pioggia...
Sola coi suoi pensieri non badava all'ora e estraniata da tutto, non s'accorse subito del richiamo del figlio. Quando le parve di udire, pensò fosse il vento e continuò il suo lavoro.

“OH MA, AVA TRI URI CA TI CHIAMU!!!” Gridò Bruno ridendo.
“O fijjiu i bona mamma, mi hfacisti u schiantu! E chi fai ccà?”
“Vinna u t'aiutu! Forza, dai, movimundi c'avimu u jiamu a hfera!”
Maria lo abbracciò sorridendo e decise che quel figlio si meritava davvero un premio. Con la sua compagnia e il suo piccolo aiuto, raccolse quel che poté e dopo aver nascosto nella casetta, i sacchi riempiti in mattinata, decise che era ora di tornare a casa. Legarono l'ultimo e se lo caricò sulla testa.
Nella strada del ritorno, accompagnati dal vento che si andava man mano calmando, madre e figlio, chiacchierarono allegri fino a casa dove la nonna aveva preparato un bel ragù.
I nonni mai avrebbero pensato che Bruno sarebbe andato fino in campagna da sua madre. Pensavano fosse in giro a giocare e rimasero stupiti quando Maria glielo raccontò.
Pranzarono in fretta e all'una e mezza erano tutti in cammino verso Dasà. Bruno, finalmente contento, andò alla sua “hfera”, acquistò le sue belle scarpe nuove e la mamma comprò pure i torroni e le sussumelle per Natale.
Lui osservò divertito tutto e scrutò ben bene la bancarella dei dolci per vedere se qualcosa si muovesse...ma nulla.
Il duello e i torroni parlanti erano stati solamente un sogno...bello!

(Anna Maria Chiapparo 8 dicembre 2016)
Tutti i diritti riservati a norma di legge

https://www.facebook.com/pg/RicordieRaccontidiCalabria/photos/?tab=album&album_id=581403765317687

Mercoledì, 30 Novembre 2016 22:29

Quest' autunno

Pubblicato da



D' eterna primavera 
sa quest'autunno
eppure gli alberi 
han scrollato le foglie.
Tappeti multicolori 
su viali assolati.
E quando a sera 
spuntano le stelle,
le conto una ad una 
senza veli di nubi curiose.
Rose e ginestre adornano 
ancora ringhiere.
Verrà Natale,
verrà il freddo?
Dolce autunno 
rimani nel cuore,
scrigno di profumi
e ricordi lontani.
Non è tempo questo mio, 
di nenie e balocchi.
Nel silenzio mi rivedo
accanto al focolare
di scintille scoppiettante
e la voglia di tepore
scalda ancora,
come allora.

Anna M. Chiapparo

(Poesia selezionata e pubblicata nell'antologia del Premio Merini 2016 - Catanzaro)

Mercoledì, 18 Maggio 2016 10:08

Pranzo

Pubblicato da

Tanti dei paesani che mi conoscono sia di persona come pure attraverso comunicazioni media sanno che a me piace mantenere contatto  e amicizia con i paesani.  Qui' a Melbourne siamo in gran numero, anche se stiamo diventanto vecchi e piu' ristretti nei nostri movimenti.  Certo che con l'eta' avanzata e con le malattie ne abbiamo persi tanti di quelli che erano nati in Acquaro.  Io conosco la maggioranza dei paesani e cerco di mantenere contatto e amicizia con tutti.

Recentemente ne ho avuto il piacere di avere avuta l'opportunita' di andare a pranzo con due magnifiche signore paesane,  Maria Caterina Giogha' e Nina Carnovale.  Maria Caterina e' la moglie di (buonanima) Romolo Barilaro, Nina e' la figlia di Domenico Carnovale, soprannome in Acquaro (Vilata).  Io conoscevo soltanto Maria Caterina perche' avendo sposato ad un paesano ci vedevamo di tanto in tanto a diverse funzioni.  Con Nina non ci eravamo mai incontrati perche' lei avendo sposato a un non paesano non praticava i stessi luogi o funzioni.  Con Nina abbiamo comunicato tramite email e al telefono.

Nei principi del mese di aprile siamo stati a pranzo assieme ad un ristorante italiano a Carlton.  Abbiamo passato un paio d'ore assieme conversando maggiormente cose riguradanti al paese di Acquaro, abbiamo un po' parlato dei parenti che ancora si trovano in paese e di quelli che si trovano in altri posti in Italia o dove sia in Europa.  Abbiamo parlato anche delle nostre famiglie e tante altre cosette.  Piu' che altro siamo stati tutti e tre contenti del nostro incontro e delle nostre conversazioni e nello stesso tempo abbiamo rafforzata l'amicia.  E' stata una magnifica occasione.

Pietro Carnovale

 

Martedì, 22 Marzo 2016 22:33

Attimi

Pubblicato da

Come farfalle tristi
Nell'ora del declino
Pietre annerite dal sole
Del primo mattino
Attimi rubati al tempo
Di quell'età vissuta
Tra gesti usuali
Di vita passata
E s'ode un canto 
Che accarezza
le imposte e l'uscio varca
Poi lentamente scende
I gradini sconnessi
Tornerà messer silenzio
A regnare sovrano
Tra quelle antiche stanze
Che sanno di pianto

 

Anna M. Chiapparo

Foto dal web)

https://www.facebook.com/Ricordi-e-Profumi-di-Calabria-437578559700209/

Domenica, 03 Gennaio 2016 22:39

La mia terra (Calabria)

Pubblicato da

La mia terra danza nel mare

e canta nel vento

Insegue stelle da regalare

come gemme preziose

a giovani spose

Raccoglie profumi e mesce essenze

in notti insonni di vetuste presenze

La mia terra geme solitaria

quando scompare la luna

e greve culla l’anima ribelle

Accarezza capi di orfani fieri

Raccoglie preci e desideri

Conforta vedove in ogni dove

Ascolta silente serenate d’amore

Tra anfratti, boschi e diroccati manieri

cela  ninfe ed avi guerrieri

Maestosa s’inchina ad antichi cavalieri

La mia terra è uno scrigno prezioso

di tesori nascosti da coltri pesanti

che lacerano l’aria 

con grida incessanti

La mia terra è un aratro 

dai solchi profondi

semina grano e raccoglie pane 

lenisce ferite lasciate dalle frane

Rimane mesta e dolente a meditare

sulla sorte, sempre più impotente

La mia terra muore di una lenta agonia

quando un suo figlio parte e va via

 

(Anna M. Chiapparo)

 

 

Poesia selezionata e pubblicata nella rispettiva antologia nel concorso "Il Federiciano 2015"

Martedì, 21 Luglio 2015 06:59

Anniversario Acquaro-Limpidi Social Club

Pubblicato da

Sabato scorso, 18 luglio 2015 a Melbourne, Australia gli acquaresi abbiamo festeggiato il 23simo anniversario dell'Acquaro-Limpidi Social Club.  E' stata come altre volte una bellissima serata con la partecipazione di 200 ospiti, non tutti paesani.  Ci stavano amici e parenti provenienti da altre regioni dall'Italia e da altri paesi della Calabria.

Era una cena danzante dove e' stata servita una cena abbastanza elaborata e tradizionale acquarese.  La cena e' stata preparata sul posto dalle brave signore appartenenti all'amministrazione del club, anche loro tutte paesane.  La musica al vivo dove tutti hanno potuto ballare.  La pista di ballo era sempre piena di coppie che ballavano durante la serata.

Ci siamo tutti tanto divertiti in mezzo agli amici, paesani e conoscenti.  Ai tavoli dove la maggior parte dei seduti si era paesani, si parlava maggiormente in dialetto acquarese.  Si sentiva un senso di unita' parlare in dialetto e condividere le nostre storielle preferite.  Le nostre storielle che sono accadute tanti anni fa, quando ancora eravamo al paese e molto giovani.  Noi ancora le ricordiamo con tanta chiarezza e con tanto piacere.  I tempi son cambiati e in tanti modi son cambiati per il bene ma tante cose della nostra gioventu', quando al paese, rimangono nelle nostre menti e a noi care.   Caro e' rimasto a noi anche Acquaro e senza nessun dubbio cerchiamo di mantenerlo vivo e caro nei nostri cuori.

Mercoledì, 01 Aprile 2015 22:43

U gridu da 'Ndolurata

Pubblicato da

 

Fijju aduratu 
di tutti abbandunatu,
‘ntisa dira da cundanna mentre
era ‘nta capanna duva ti criscivi
e ti cuntava ogni spanna.
Duva patrita piallava 
mentre ti parrava.
Ti cìarcu fijjiu e non ti truavu.
Dimmi duva si, fijju aduratu
di lu cìalu mandatu.

Non aju cchiù lacrimi né suspira.
Non mi cridia ca accussì, jia a finira.
Viju aggìanti chi fujianu cuntianti
mu ti vidanu passare, o fijju
chi fini ti ficìaru fari!

Eccu, ti viju, fijju sbenturatu
cu nu pannu russu cumbojjatu.
Chi sta succediandu 
supa ssu munti?
Cruci i lignu chiantati 
e sordati arraggiati.
Mancu na guccia i sangu 
mi ficiaru asciucare.
Mancu di mamma ti 
puazzu abbrazzare.

Mi spingianu, fijju, 
nommu ti viju, ma 
su ccà, sutta a stu peniju.
Dimmi cuamu ti puazzu aiutare,
parrami fijju, non mi dassare.
Chi stai dicìandu, fijju aduratu,
di lu cìalu mandatu?
C’è viantu e non ti siantu,
eppuru sacciu ca mi vidi…
guardami fijju e 
parrami ‘nto cuari, 
dimmi ancora paruali.

Pe trent’anni ti criscivi 
e sulu ti dassai
‘nta chiju uartu d’alivi. 
Perdunami fijju mio aduratu ,
si no fu bona u ti dugnu aiutu.
Chi succeda a stu momiantu?
Scurau fijju e trema tuttu…
Non mi dira ca stai moriandu!
Non cia fazzu fijju, u campu
senza i tia, eppuru u sapìa, 
ca st’ura venìa.

Fijju, fijju aduratu, 
di tutti abbandunatu!
Sula restai sutta a sta cruci,
cchiù no siantu a vucca tua duci.
Eccu ti stannu scindiandu.
Cuamu nu saccu vacanti 
Ti stannu jettandu.
Ora si ‘mbrazza ammìa
fijju mio duci…Quandu nascisti
‘nta chija grutta luntana, 
già morivi supa a sta cruci.

Non aju cchiù lacrimi pe ciangira, 
non aju hjiatu pe parrare.
Sula ccà, cu ttia vuajju stare.
Finiu u spassu pe 
stu puapulu ‘ngratu.
Siti cuntianti? 
Ammazzastuvu nu 
fijju innocìanti 
ca a tanti avìa aiutatu.
Ma vi perdunu cu u cuari ‘nte mani
cuamu vorrìa iju, a tutti pari pari.
Ora jiativinda ca no ccè nenta 
chiù i vidira…U fijjiu a sta mamma
fatinci jiangira!

(Anna M. Chiapparo)

Mercoledì, 25 Marzo 2015 17:01

A vita è na rota

Pubblicato da

 

Vi para ca duarmu
supa a sta seggia,
ccà assettata
e ‘mbeci di penziari 
‘ndaju na carrettata.
U tiampu, cu mia si divertiu.
Mi scavau cuamu
nu zappaturi, rivotandu 
e sarchijandu a tutti l’uri.
Supa a sta hfacci,
rughi a no finira,
mi chiantau senza cura
e a vita lesta lesta,
mi stranghijiau 
cuamu na minestra.

Mi tajjiaru chiji trizzi 
accussì belli 
chi m’incurunavanu 
cuamu na reggina.
Ora, hajiu capiji jianchi,
curti e senz’amuri.
Na pettinata e su 
subbitu arriggettata.
Non hannu tiampu 
sti hfijji d’oja, 
mu ‘ntrizzanu cannola.
Su stressati e ‘ndaffarati 
e ‘nci fujianu i jornati.
Mai na parola i cunfuartu, 
mai n’abbrazzata disijata.
Ciartu ca u tiampu
è disgraziatu!
Cu mia si divertiu 
cuamu nu mascheratu.
Amuri e sdiagnu 
siminau a tuttu schianu.

Guardu tuttu 
e stajiu cittu cittu
‘nta stu cantu 
duva mi posaru.
No parru ma 
pianzu ‘ndolorata
a sta vita sbenturata.
A vui vi para ca su scema,
surda e rimbambita, 
ma tuttu viju e siantu
di sta vita sdarrupata.
Ciartu, ora su vecchia, 
ciunca e arrunchiata,
ma no penzati
ca sugnu ‘ntronata.
A nenta siarvu e 
diventai nu pisu,
ma na cosa vuajjiu
u vi dicu:

- "Fijji mia cari, ‘ndaffarati,
chi cchiù tiampu, 
pe mmia non aviti, 
è inutili ca v’affannati e fujiti…
a vita è na rota 
chi gira e vota.
Oja ammìa, 
domani tocca 
a attìa sta fermata.
Finda ca era bona
a e vi servia,
mamma e nanna adurata,
ora restai sula 
e abbandunata.
A vucca mia no parra e no 
dicia nenta, stanca sugnu 
i stare supa a sta terra.
Priagu notte e
juarnu u Signuri
mu mi caccia i sti doluri.
No ssu doluri d’ossa 
e di vecchiajia,
ma doluri di “mannaja”!

Si sapìa, fijji non
‘nda hfacìa!
Miajju suli e sbenturati, 
ca suli e abbandunati.
Ma a vita è na rota.
Oja gira, domani vota!
Cerca cuntu e 
non ‘nda duna,
‘nci vola sulu bona fortuna!” -

 

(Anna M. Chiapparo)

(Fotografia di Radu Albu - dolore)

Pagina 1 di 9

Lock full review www.8betting.co.uk 888 Bookmaker

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua navigazione. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento ne acconsenti l'uso. Per saperne di più leggi la Cookie Policy.