Amministratore

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Mercoledì, 20 Febbraio 2013 14:36

Quando la politica si affida solo ai proclami

È la formula magica che ci è capitato di ascoltare più frequentemente in questi giorni di campagna elettorale, da tutti i pulpiti da cui vi è stata una "predica": «Il bene del territorio». Bene, ovvero cosa giusta, corretta, ineccepibile dal punto di vista morale, per un territorio, quello della Calabria, della provincia di Vibo e dell'Alto Mesima, periferia di quest’ultima, più nel dettaglio, che ne avrebbe veramente bisogno ma che non si vede. Altrimenti non si spiegherebbe lo stato di abbandono in cui il territorio, quello dell’Alto Mesima in particolare, versa da anni, accelerato in maniera smisurata negli ultimi tempi da una non più velata tendenza, volontariamente portata a compimento, all’estinzione dei centri che vi fanno parte. Perché sconvenienti, antieconomici, indegni dall’investirvi risorse e utili soltanto al momento del voto, da dare, però con l’occhio rivolto al «bene del territorio». E poco importa se, passata l’euforia preelettorale, il bene, per questo territorio, si traduce inevitabilmente in un’azione volta esclusivamente a "stancare" la gente che vi vive, ed a spingerla a "scappare" per altri lidi, certamente più allettanti politicamente ed economicamente che non dei piccoli paesini insignificanti, dove pure la gente paga le tasse, per vedersi, ogni giorno di più, ridurre i servizi. Meno scuole, meno ospedali, meno uffici, tutti spostati in luoghi più centrali ed opportuni dal punto di vista economico. Perché da queste parti il compito dei cittadini è solo quello di pagare le tasse ed andare a votare quando è il momento. Non hanno diritto alla salute, all’istruzione, a strade degne di questo nome, ad occasioni di lavoro e di sviluppo. A meno di avere santi in paradiso. Non hanno diritto ad avere diritto, perché sono antieconomici e perché, comunque, quando è il momento alle urne ci andranno. Questo è l’importante. E poco importa se i figli di questo territorio, di questa Calabria che tutti vantano di conoscere meglio degli altri, siano costretti, ancora nel 2013, a seguire le orme che furono dei loro padri e dei loro nonni, facendo le valige ed andando a cercar fortuna, in Australia, magari, o in Canada. Tutto uguale a cinquant’anni fa, tranne la valigia che non è più di cartone. Solo che siamo nel 2013 e, di «bene del territorio» in tutti questi anni, come "u pilu" di "Cetto", ne è stato propinato a fiumi. A vagonate. Solo a parole, però. E lo dicono i fatti. Sicuramente non condividiamo l’antipolitica fine a se stessa. è inopportuna, non produce effetti. Però, se questa negli ultimi tempi è imperante e travalica i più alti livelli mai raggiunti, non basta semplicemente criticarla da tutti i pulpiti. Occorrerebbe chiedersi perché essa è imperante. Occorrerebbe chiedersi: «Io amo davvero il territorio?» e, se si «se, come me, l’hanno amato quelli che mi hanno preceduto e, al momento del voto, lo hanno detto ad altri cittadini che hanno preceduto gli attuali, perché è tutto fermo a 50 anni fa?». Fatevi queste domande e datevi voi stessi la risposta.

Valerio Colaci

Calabria Ora del 12 febbraio 2012

Un buco. Un enorme buco con la sanità intorno. Una falla da un miliardo e rotti di euro che ha spinto a correre ai ripari, predisponendo un Piano di rientro colossale che cade sul capo dei calabresi, rivoluzionando una sanità da anni allo sbando e causando ulteriori disagi ai cittadini la cui unica colpa imputabile, è quella di avere eletto, negli anni, quei rappresentanti che il buco lo hanno fatto. Perché questa è l'unica colpa dei calabresi. Inseguire perennemente un cambiamento che non arriva. E se arriva è in negativo. Perché la tiritera è sempre quella: c'era una volta un re che disse alla sua serva: raccontami una storia. E la serva incominciò: c'era una volta un re... Ed allora è giusto che ad un certo punto si scopra che alcuni ospedali sono inutili e li si chiude. Poco importa che le zone in cui si trovano sono ad un salto d'aereo dai centri importanti. Poco importa se le loro popolazioni siano composte prevalentemente da anziani, che richiedono maggiore assistenza. Poco importa se sono privi di sistemi di trasporto pubblico e se sono attraversati da una rete viaria per cui non è un eufemismo dire che si trova ogni tanto un tratto buono tra la miriade di buche. Poco importa se i disagi cadranno sempre e solo sui cittadini che chiedono buona assistenza sanitaria. Chiedono che, se costretti a doversi curare in un ospedale pubblico, possano uscirne in verticale. E se non è così, se una struttura, eventualmente, non funziona o è giudicata inutile, non è loro la colpa. Ma bisogna rientrare, ed allora i disagi si devono accettare. Si deve contribuire. Si deve pagare il ticket, e lo si deve pagare in ragione delle proprie possibilità e del proprio reddito. Delle proprie possibilità e del proprio reddito. Ed allora, ad esempio, ci si indigna nell'apprendere che, se in un nucleo familiare con un reddito di 11 mila euro annui è presente un disoccupato, costui deve pagare il ticket. E ci s'indigna perché, se deve pagare ognuno in ragione delle proprie possibilità e del proprio reddito, per definizione, un disoccupato non ha entrate con cui poter pagare alcunché, figuriamoci curarsi. E ci s'indigna scoprendo che i nostri rappresentanti in Consiglio regionale, che 11 mila euro li percepiscono mensilmente, il 28 giugno scorso hanno unanimemente deliberato (deliberazione n. 14 dell'ufficio di presidenza pubblicata sul Burc del 31/07/2010) per il rinnovo di una polizza assicurativa infortunistica con «l'eventuale estensione - recita il testo - anche alle spese sanitarie sostenute dai consiglieri, dagli assessori regionali, ivi compresi gli assessori esterni nonché dai sottosegretari». Forse abbiamo capito male, ma da ciò che abbiamo intuito un disoccupato con nucleo familiare con reddito di 11 mila euro paga il ticket, un consigliere regionale con lo stesso reddito, mensile, non lo paga. C'è, o no, da indignarsi. Già, è uno schiaffo alla povertà un simile stipendio in tale epoca (dimezzandolo, si va a prendere una cifra di tutto rispetto e si ha un bel risparmio nelle casse dell'ente da utilizzare nell'accelerazione della copertura del buco). Se poi, a questo si aggiungono simili, ed altri privilegi... e, no! Allora è troppo! E che legge è? Di cosa stiamo parlando? E se i cittadini avessero avuto delle responsabilità nel buco, gli sarebbe stato succhiato il sangue? E allora, cari rappresentanti istituzionali di destra, centro e sinistra, cari assessori e consiglieri regionali di destra, centro e sinistra: quando ci sono delle difficoltà, è giusto che vengano prese le dovute misure. I cittadini, anche se non ne hanno colpa, sono intelligenti e accettano. Però il bicchiere è colmo e a tutto c'è un limite. Bisogna contribuire, si. Ma in ragione ognuno delle proprie possibilità e del proprio reddito. E che reddito!

Intervento di Valerio Colaci pubblicato nella sezione "Il Chiosco" del quotidiano "Calabria Ora" del 9 marzo 2011

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