Giovedì, 08 Dicembre 2016 18:18

Bruno e "a hfera i Dasà"

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Quella sera Bruno andò a dormire tutto contento subito dopo il Carosello.
L'indomani era vacanza e non c'era scuola essendo la festa dell'Immacolata, ma la cosa che lo rendeva ancor più gioioso era la fiera di Dasà.
La mamma e la nonna gli avevano promesso che ci sarebbero andati e lui non vedeva l'ora di fare quella passeggiata tanto attesa.
Aveva contato i giorni fin dal suo compleanno, il venticinque di ottobre, quando sua madre gli aveva consegnato ventimila lire e una lettera di suo padre.
Ciccio, il papà di Bruno era emigrato in Svizzera e non tornava a casa dal Natale scorso. Di solito tornava in estate giù in Calabria, ma quell'anno gli era capitato un lavoro extra ed era rimasto su a far qualche soldo in più.
D'accordo con sua madre gli avevano quindi fatto quel sostanzioso regalo di compleanno.
L'assegno era arrivato a fine settembre. Ciccio aveva preso la paga del lavoro estivo e tenendo per se solo qualcosa, triste per la lontananza, spedì un bel gruzzoletto inaspettato alla famiglia.
Maria corse subito alla posta e versò tutto nel libretto postale. Preferiva prendere i soldi poco a poco man mano che le servivano. Aveva paura a tenerli in casa e d'altronde cercava di arrangiarsi senza spendere troppo. Usava i soldi giusto per pagare le bollette e per qualche spesa inevitabile.
L'orto bastava a sfamarli e ogni volta che i suoi prendevano la pensione, le regalavano qualcosa per fare la spesa alla bottega. Il pane lo faceva in casa e comprando la farina, era più conveniente.
Bruno e sua sorella Nina erano abituati da sempre al pane duro e non facevano capricci, ma ogni tanto la mamma comprava loro il panino con la mortadella da portare a scuola.
Il pane fatto in casa, appena sfornato, d'altronde era buonissimo e ne faceva sempre una bella scorpacciata condito con l'olio o col pomodoro fresco in estate.
In paese non c'erano svaghi dopo la festa di San Rocco che movimentava un po' il paese, e il periodo autunnale era sempre quello più indaffarato per le famiglie.
Bisognava preparare la salsa per l'inverno, raccogliere gli ultimi frutti estivi e far seccare peperoncini e legumi. Chi aveva la vigna doveva prepararsi alla vendemmia e cosa più faticosa era preparare le campagne alla raccolta delle olive. Per chi come Maria, aveva i mariti emigrati, il lavoro era sicuramente più pesante e i bambini non potevano certo permettersi il lusso di far capricci e storie. Buoni buoni se ne andavano a scuola quando iniziava e in casa aiutavano come potevano. Anche sbrigare qualche piccola commissione in casa o in paese, era un grande aiuto.
Ogni volta che il papà partiva, prima di entrare nell'auto a noleggio insieme ad altri paesani, diceva sempre a Bruno: “Ora si tu l'ùamu i casa, mi raccumandu no hfare arraggiare a mamma ca pùa mu cunta e io no ti pùartu nenta. No cicculati e no caramelli”
Bruno annuiva mogio mogio e in cuor suo sentiva quel compito come una missione da portare a termine fino al prossimo ritorno di suo padre.
Ogni volta vedeva la mamma piangere seminascosta perché intorno c'era altra gente e allora anche a lui spuntavano le lacrime, ma lesto le ricacciava indietro e faceva lo scemo ridendo e scherzando col papà che lo abbracciava stretto e poi s'infilava subito in auto per non far vedere le sue di lacrime...
Tutti piangevano, ma chissà perché, tutti cercavano di nasconderlo.
Quando sua madre gli diede quelle ventimila lire, non credeva ai suoi occhi.
“Su tutti i mia?”
“E cìartu, su u rigalu mio e du papà pammu t'accatti 'ncuna cosa pe Natale. Ti servanu i scarpi e puru nu giubbotto, ca cchiù criscisti e chijiu chi hai ti va piccirijiu”.

Le madri avevano la capacità di prendere sempre due piccioni con una fava. Sapevano quello di cui avevi bisogno e facendo finta di regalarti qualcosa, sapevano fartela usare per quel che avevano previsto. Ti facevano contento e gabbato con poco, ma a dieci anni, fino ad una quarantina d'anni fa, non avevamo la malizia di oggi e ogni minima cosa ci sembrava un dono. Bastava poco a farci felici.
Bruno guardò e riguardò cento volte quei “soldi di carta” e si sentì ricco.
Mai aveva avuto un tale dono, ma quel giorno compiva dieci anni, stava diventando grande e nella lettera a lui indirizzata, suo padre gli ribadiva che doveva aver cura della famiglia mentre lui era lontano a lavorare. Le altre diecimila lire della nonna poi, lo resero euforico per tutto il giorno. Sapeva che servivano a comprare dei vestiti, ma era tanto contento di sapersi padrone di un simile dono e andò subito fuori a raccontarlo a Rocco e Franco, i suoi amici di giochi, nonché vicini di casa.
L'indomani Bruno tornò da scuola e consegnò un foglio a quadretti piegato in quattro a sua madre dicendole che era una lettera di ringraziamento per il suo papà e se gliela poteva spedire.
Maria sorrise facendo finta di nulla.
Le mamme di un tempo, stanche e sempre indaffarate, erano poco espansive e per un'innata e incomprensibile ragione, cercavano sempre di nascondere gli amorevoli sentimenti. Erano poco propense alle carezze, ma facevano di tutto per accontentarti senza darlo a vedere. Tutto sembrava casuale o peggio, dovuto e non s'aspettavano ringraziamenti.
A vederle oggi, sembrerebbero fredde, le madri calabresi di un tempo.
Piene di affanni e pensieri chiusi nel cuore e la vita scritta dalle rughe sul viso.
Capelli presto canuti e labbra senza sorriso.
Solo la rabbia sapevano sfogare...

“Nina tu si cuntenta ca jìamu a hfera?”
“Boh...si è bellu... a nanna mi dissa ca m'accatta a calia”.
I due fratellini dormivano nella stessa stanzetta. Nina era una dolce bimba di sette anni, timida e silenziosa che stava sempre attaccata a sua madre osservando con interesse tutto ciò che faceva. A questo modo aveva già imparato a rifarsi il letto, a lavare i piatti, a spazzare e lavare il pavimento e tanti altri piccoli lavoretti. Di nascosto stava facendo una bella sciarpa calda per il suo papà con la lana che le aveva acquistata la nonna quando l'estate scorsa le aveva insegnato a lavorare ai ferri. Cose semplici, dritto e rovescio, ma per la sua età era un gran bel risultato e la nonna ne era orgogliosa. Insieme, complici, avevano deciso di fare quel regalo al papà per Natale. In Svizzera faceva freddo e una bella sciarpa calda avrebbe fatto comodo.
Bruno smaniava nel letto e non riusciva a prendere sonno.
D'altronde erano ancora le nove di sera, ma sempre a quell'ora andava a letto e tutte le sere crollava stanco dopo i giochi pomeridiani in giro per il quartiere. Quella sera era molto eccitato pregustando la gita a Dasà e cercò di ricordare la fiera degli anni prima. L'anno precedente non c'erano stati per la pioggia e in cuor suo pregava che facesse bel tempo. A dir la verità in serata qualche nuvoletta c'era, ma sua madre gli aveva detto di stare tranquillo...
Lungo la strada avevano incontrato tanti altri Acquarùati che andavano a Dasà e lui si era accodato ad altri bambini a parlare di figurine. Chiacchierando, il tragitto gli sembrò breve e appena svoltata l'ultima curva, dove i rami d'ulivo dei fondi sotto la strada pendevano fino a terra, s'incominciavano ad intravedere le prime bancarelle. I cigli erano pieni di auto parcheggiate su ambo i lati e cominciava già la confusione perché alla fiera andavano anche limpidesi e dinamesi che erano più lontani e quindi usavano l'auto.
Le voci dei mercanti che urlavano "vandìando" la loro mercanzia, si confondevano tra loro ed intorno la folla di donne e bambini che guardavano tutto, s'accalcava ad ogni bancarella. Pur non dovendo acquistare nulla, la curiosità di vedere cose belle e novità, era sempre tanta per tutti. Gli uomini più che i vestiti, cercavano attrezzi da lavoro, pantaloni di fustagno e stivali, i bambini come lui s'incantavano davanti ai dolciumi di Soriano e alle bancarelle di giocattoli. Quella volta il nonno gli aveva comprato il tamburo di plastica e lui lo aveva battuto felice fino a casa prendendosi più volte i rimproveri di sua madre.
Quella notte gli tornarono alla mente molti particolari della fiera e non seppe mai se fu un sogno o veri ricordi confusi nel dormiveglia inquieto.
Vedeva bambini con le trombette rosse che suonavano gonfiando a dismisura le gote, bambine con Cicciobello ancora inscatolato; altre con lunghe trecce che chiedevano mollette e nastri. Bimbi piccoli che piangevano perchè non volevano scendere dal cavalluccio rosso di plastica con le rotelle.
Ragazze che cercavano cappotti e vestiti e mamme che pazienti stavano dietro a tutto. Poi improvviso un profumo allettante stuzzicava le narici e come un miraggio nel deserto.
Bella tra le belle, apparve la bancarella più ricca e desiderata:
quella dei dolciumi!
Un tripudio di colori invitanti danzava davanti agli occhi di Bruno e tutto sembrava animarsi ed andargli incontro.
Cavallucci di “mostazzola” col cavaliere in groppa, inscenavano un invisibile duello davanti allo sguardo languido delle dame che li osservavano dalla “cascia” ammassate all'altro pubblico incartato di fiocchi rossi e carta trasparente.
Mandorle tostate che avevano fatto lunghi viaggi, occhieggiavano stizzite dalle gote pallide du “nzujiu” e sembravano chiedersi dove fossero finite. Vassoi di “sussumelle” di cioccolato e di glassa bianca, se ne stavano in bella mostra su un drappo rosso ed ammiccavano i passanti col loro fare invitante. Ceste di fichi secchi, incartapecoriti dal forno, nascondevano al loro interno noci croccanti... e liquirizia, caramelle, coni finti...si muovevano sinuosi in una danza orientaleggiante. Più in là, sulla stessa bancarella che sembrava grandissima, mucchi spropositati di “cacao”(noccioline), “calia” (ceci) e “ossa i cucuzzara” (semi di zucca), sembravano ridere a crepapelle e facevano il tifo per l'uno o l'altro cavaliere.
Bruno ammaliato, prendeva a piene mani un po' di tutto. Riempiva le tasche di calia e cacao e mangiava uno dietro l'altro, lacci di liquirizia che gli annerivano le dita. D'improvviso si fece silenzio e intorno non c'era anima viva. Solo lui e la bancarella golosa. Più nulla.
“Mangia mangia e pua vidi cùamu ti dola a panza!”
Bruno si guardò intorno, ma non vide nessuno e continuò a mangiare.
“E ti pare ca a hfina! Basta ti dissa”
“Ohhh, ma cu si? Chi vùa?”
“Ccà, guarda ccà. O 'ndi vidi?”
Dietro il mucchio di calia abbrustolita, accatastati in diversi colori, c'erano piccole file ordinate di torroni incartati a caramella.
Bruno si stropicciò gli occhi e pensò che non potevano essere quelli a parlare.
Una fragorosa risata, lo spaventò e sussultò.
“Babbu! E chi ti pare ca mo i turruna e i mastazzola parranu? O scìamu! Ahahahahhhhhhaaahhh”

Bruno si sentì gridare e si ritrovò a terra nella sua stanzetta.
Aprì gli occhi confuso e vide sua madre che lo prendeva in braccio per rimetterlo a letto.
“Mi hfacisti u schiantu. Minasti na gridata! Mianu male ca Nina no si rivijjiau ca ancora è prìastu.”
“E' ura, ma? E' ura u jiamu a hfera?”
Chiese, tutto contento e incurante di ciò che gli era appena successo.
“O Brunu mio, u sai, quandu gridasti stava venìandu u ti chìamu io u ti dicu na cosa. U sìanti chi vìantu chi c'è? Minau forte tutta a nottata e io non mi hfitta u pijjiu suannu. Stajiu jìandu a Petrugnanu u vijiu. Armìanu chiji quattro coccia 'nta strata ajiu mu i cuàjjiu”
“E a hfera no jìamu allura?”
“O hfijjiu, si mi sbrigu prìastu, jiamu, sinnò no' ti preoccupare ca u sabbatu jìamu a Vibbu e t'accattu jà 'ncuna cosa”
Bruno si mise a piangere.
“U sapìa io. Mo tinda vai in campagna e cu sapa quandu tùarni”
Senza tante cerimonie, sua madre si alzò dal letto dove si era appoggiata.
“Oh, finiscila e dorma. Ti stai curcatu ccà o caddu e io vajiu. Ancora su i sia du matinu. Passu i jia nanna e 'nci dicu u vena ccà. Quandu tùarnu sinda parra”.
Bruno si tirò le coperte al collo e si nascose a piangere sul cuscino.
In un attimo vide sparire la gioia di passeggiare per la fiera a guardare le bancarelle, a scegliere le scarpe nuove e il nuovo giubbotto. Aveva sperato d'indossarlo all'arrivo di suo padre a Natale ed invece...il vento...ma proprio quella notte doveva “minare?” Non poteva aspettare un altro po'?
Non riuscì a prendere sonno e udì la mamma uscire e la nonna arrivare dopo poco.
Alle sette, tra gli ululati del vento, sentì la campana della chiesa, scoccare l'ora e si alzò arrabbiato.
Sua nonna stava accendendo la cucina a legna e appena lo vide gli chiese se voleva il latte.
Si sedette arrabbiato e non le diede conto. Sua nonna scaldò il latte e glielo mise davanti con dei biscotti.
“Avanti, mangia ca hai u crisci”
La nonna, sapendo il suo cruccio, cercava di sdrammatizzare per tirarlo su, ma lui rimase imbronciato a lungo e non disse una parola.
Nel frattempo si era svegliata anche Nina.
Lei non sembrava dispiaciuta per la fiera, ma per la mamma che era andata con quel vento in campagna. Si sistemò, mangiò il suo latte e si sedette accanto alla stufa coi suoi ferri, mentre la nonna preparava qualcosa da mangiare.
“Nanna no jiamu a missa?” Le chiese Nina.
“Cìartu ca jìamu. A cchija di dìaci. Intantu fazzu u sucu accussì quandu vena mammata mangiamu tutti ccà e pua sinda parra.”
“E a mamma quandu vena?”
“E pìanzu ca vena prìastu. Jìu sulu u s'adduna 'nta strata”
“E pùa jiamu a hfera?”
“Pùa vidimu”.
Bruno si era rinchiuso nella sua stanza a giocare con le figurine. Le guardava e riguardava. Le contava e le sistemava annoiato. Sdraiato sul letto ripensava al sogno della notte trascorsa e si sentiva confuso ed arrabbiato. Aveva atteso tanto quel giorno ed ora...
Alle dieci, la campana gioiosa, invitò alla messa dell'Immacolata, ma Bruno disse alla nonna che sarebbe rimasto in casa a studiare.
Non era la prima volta che restava solo e la nonna sapendo che poteva fidarsi, uscì con Nina.
In realtà Bruno aveva rimuginato il suo da fare e appena fu solo, indossò una vecchia tuta, prese un cappello e uscì a sua volta.
Fuori c'era Rocco coi pantaloni nuovi che stava andando a Dasà.
“Oh, no vìani a hfera?”
Bruno non gli rispose e filò dritto con le mani in tasca verso l'uscita del paese. Aveva deciso di andare da sua madre.

“MAAA. DUVAAA SIII?”
Il vento ancora forte, riportò l'eco della flebile voce del bambino tra gli ulivi.
Seppur arrabbiato e deluso, aveva capito che sua madre aveva le sue ragioni per andare in campagna anche in quel giorno di festa ed aveva deciso di andarla ad aiutare.
Maria, dal canto suo era uscita di casa piangendo.
Piangeva la sua sorte di moglie senza marito che doveva fare da madre e padre ai suoi figli sembrando dura anche quando non voleva; piangeva per il lavoro che mancava e che la costringeva a raccogliere olive dal padrone “a tìarzu” e senza jornati; piangeva per quel figlio arrabbiato che voleva solo un poco di svago...piangeva mentre raccoglieva le belle olive ormai mature che luccicavano come perle nere appena sgusciate. Guardando l'abbondanza che era caduta in quella notte, si rincuorò e lesta lesta cercò di raccoglierne il più possibile dalla strada pregando che non piovesse perché dopo il vento di solito arrivava la pioggia...
Sola coi suoi pensieri non badava all'ora e estraniata da tutto, non s'accorse subito del richiamo del figlio. Quando le parve di udire, pensò fosse il vento e continuò il suo lavoro.

“OH MA, AVA TRI URI CA TI CHIAMU!!!” Gridò Bruno ridendo.
“O fijjiu i bona mamma, mi hfacisti u schiantu! E chi fai ccà?”
“Vinna u t'aiutu! Forza, dai, movimundi c'avimu u jiamu a hfera!”
Maria lo abbracciò sorridendo e decise che quel figlio si meritava davvero un premio. Con la sua compagnia e il suo piccolo aiuto, raccolse quel che poté e dopo aver nascosto nella casetta, i sacchi riempiti in mattinata, decise che era ora di tornare a casa. Legarono l'ultimo e se lo caricò sulla testa.
Nella strada del ritorno, accompagnati dal vento che si andava man mano calmando, madre e figlio, chiacchierarono allegri fino a casa dove la nonna aveva preparato un bel ragù.
I nonni mai avrebbero pensato che Bruno sarebbe andato fino in campagna da sua madre. Pensavano fosse in giro a giocare e rimasero stupiti quando Maria glielo raccontò.
Pranzarono in fretta e all'una e mezza erano tutti in cammino verso Dasà. Bruno, finalmente contento, andò alla sua “hfera”, acquistò le sue belle scarpe nuove e la mamma comprò pure i torroni e le sussumelle per Natale.
Lui osservò divertito tutto e scrutò ben bene la bancarella dei dolci per vedere se qualcosa si muovesse...ma nulla.
Il duello e i torroni parlanti erano stati solamente un sogno...bello!

(Anna Maria Chiapparo 8 dicembre 2016)
Tutti i diritti riservati a norma di legge

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