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Racconti (18)

Martedì, 30 Gennaio 2018 22:47

Il sogno di Ayaan

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Il sogno di Ayaan

Camminavo senza fretta, infagottata nel mio lungo cappotto. Faceva freddo quella sera, ma avevo voglia di sentirmi sferzare il viso dalle folate gelide. Avevo bisogno di respirare il freddo fin dentro l’anima ed inebriarmi di aria. C’era una piccola fiera notturna nel quartiere, di quelle paesane e l’aria natalizia, anche se il Natale era ancora lontano, cominciava a farsi sentire. La gente desiderava uscire, stare in compagnia, voleva ridere, amava l’allegria…io no. Non amavo tutto questo. Non ero asociale, ma la confusione mi stordiva e l’allegria mi rattristava. Preferivo starmene per i fatti miei ed uscire solo se necessario. Ero giunta da poco nella bella città di Siracusa per una supplenza scolastica che sarebbe durata fino a fine giugno e dovevo ancora ambientarmi, ma soprattutto cercare una casa o una stanza in affitto. Da qualche giorno vivevo in una pensione vicina al centro storico e vicino alla scuola dove insegnavo storia dell’arte. Con mio marito, professore di matematica e i nostri due figli, Luna di dieci anni e Matteo di quindici, avevamo deciso di accettare quel lavoro. Ero precaria da molto tempo e qualche soldo in più, nonostante le spese, faceva sempre comodo. Il mio sogno era naturalmente quello di uscire dal precariato e non potevo rifiutare nulla. Vivevamo a Roma da sempre, fortunatamente vicini a mia suocera che avrebbe dato una mano coi ragazzi. Stranamente quella sera, seppur stanca, una vaga inquietudine mi spingeva fuori, nella fredda aria dicembrina.

Attraversai lentamente il ponte Umbertino e mi soffermai a guardare le barche ormeggiate che dondolavano dolcemente come cullate da un’ invisibile melodia. L’acqua sembrava immobile nell’oscurità, ma qua e là s’udiva un flebile sciabordio lungo le chiglie fluttuanti. In quella zona c’era poca confusione mentre dal mercatino arrivavano voci, risate, profumi, pianti e grida gioiose di bimbi che giocavano sul piccolo trenino delle giostrine. Il buon profumo di mele caramellate si mischiava con quello acre delle caldarroste che fumavano in un calderone ben visibile da dove mi trovavo. I commercianti invitavano ai loro banchi colmi di mercanzia. Ortigia, già addobbata a festa con le luminarie natalizie, in vista della festa della patrona Santa Lucia, sembrava magica. Avevo visitato ancora poco della città e data l’ora non volevo allontanarmi dalla pensione. Mi ero già riproposta di uscire la domenica seguente. Decisi svogliatamente di fare un giro veloce tra le bancarelle e poi rientrare al calduccio della camera dove alloggiavo. Alle otto avevo appuntamento con la mia famiglia via webcam. Non era la prima volta che mi allontanavo per lavoro, ma ogni volta la lontananza era sempre più dura. Tutte le sere davo la buonanotte ai miei figli e a mio marito virtualmente, e ringraziavo il cielo per questi nuovi strumenti che abbreviavano in qualche modo le distanze. Da tempo non giravo in un mercato ma nessuna emozione, nessun ricordo piacevole, mi sovvenne. Le cineserie avevano invaso la nostra quotidianità. Tutto sembrava identico. Solo i banchi di dolciumi, tronfi di leccornie, si distinguevano. Erano i più illuminati e colorati. Caramelle di tutti i tipi e aromi vari si mescolavano tra loro in un tripudio festoso che ammaliava grandi e piccini.

-Posali se non hai i soldi!- Un vocione arrabbiato destò la mia attenzione. “T’ajju dittu i posallu! Capisti?”- (T’ho detto di posarlo, hai capito?) Lo vidi là, vicino ad un banco di frutta secca, con in mano un fascio di rose rosse e in un’altra una vaschetta di datteri. Un ragazzetto dalla carnagione scura, i capelli corti, ricci ricci e due occhi d’ebano vivaci. L’espressione di chi era indeciso se correre via col bottino in mano o posarlo mestamente. M’avvicinai e senza pensarci, rivolta al commerciante, chiesi: -Quant’è?- -Due euro, signorina!- Pagai e consegnai la vaschetta al ragazzo che aveva osservato tutto e faceva cenno di no con la testa. -Prendili. Sono per te.- Con un gran sorriso chinò il capo e li prese felice. Sì, sembrava proprio felice di quel piccolo dono. Ricambiai il sorriso e me ne andai, mentre udivo il commerciante borbottare qualcosa nel suo dialetto catanese. Fatti pochi passi, una mano mi toccò il braccio. -Signo-rrina! Per te.- Il ragazzo mi stava porgendo una delle sue rose. -No, non devi. Devi venderle- Gli dissi. -Per te, per te!- continuava a ripetermi col più bel sorriso che avessi mai visto. L’accettai e lo ringraziai. Lui continuava a sorridere e a guardarmi. Avrà avuto si e no sedici-diciassette anni. -Io Ayaan! Mio nome!- -Io Elisa- Risposi. Aprì la confezione di datteri e me la offrì. -Tu prima!- -No, grazie. Sono tuoi. Li ho presi per te- -Capito io, ma io dividere con te- Ne presi uno col sottile bastoncino e lo ringraziai. Poi fu il suo turno. Non dimenticherò mai la sua espressione quando l’assaggiò. Chiuse gli occhi e cominciò a parlare nel suo italiano stentato. -Vedere mio paese, io. Desider-rato tanto questo!- -Di dove sei?- Chiesi -Alger-ria- Mi rispose con la sua erre un po’ moscia e cominciò a raccontarmi del suo viaggio insieme ad altri conoscenti del villaggio. -Tutto bene, viaggio. Buono tempo e io arrivato bene qui, ma tanto freddo, tanta sete. Mangiar-re pane, ma no acqua. Brutta sete!- Raccontava e ricordava tristemente quel viaggio della speranza verso le nostre coste. Gli occhi si velarono di malinconia. “Dono del Signore” Significava il suo nome, o almeno, così capii dalle sue spiegazioni. I suoi, già avanti con l’età non aspettavano più un figlio e per loro, lui era un vero miracolo. Un dono da custodire e da far crescere il meglio possibile. Per questo avevano deciso di mandarlo oltre mare a cercare di costruire un futuro migliore. Già…un futuro migliore per Ayaan e tanti altri come lui. Per tanti giovani che non hanno speranza e non credono più in nulla… Mi parlò a lungo di se ed io l’ascoltai con attenzione. Il suo accento strano mi faceva un po’ ridere. Era di una simpatia unica. La malinconia passò subito ed apparve vispo ed allegro. Viveva in una casa famiglia per minorenni extracomunitari e di sera, quando poteva, cercava di vendere qualcosa per mandare pochi spicci ai suoi in Algeria. Sprizzava gioia, parlando. In una mezz’oretta mi raccontò quasi tutto di se. All’arrivo a Pozzallo aveva cercato di scappare insieme ad altri due giovani, ma dopo una breve fuga, li avevano trovati zuppi d’acqua e stremati dal freddo. Lui aveva la febbre alta e ci volle un po’ perché si riprendesse ed essendo minorenne non lo mandarono ai centri di accoglienza strapieni, ma prima a Catania e da qualche mese si trovava a Siracusa. Era in Italia da quasi due anni. Il destino sembrava benevolo e si trovava bene nella casa che lo ospitava. Si fidavano di lui e poteva uscire libero. Non erano prigionieri in fondo, ma solamente disperati in cerca di rifugio. Continueranno le guerre, gli attentati, le pandemie, “i viaggi della speranza” di milioni di profughi che cercano una vita migliore…la vita scorrerà col suo solito tran tran stressante… Forse vivremo nel buio di questa vita che va dal grigio al nero troppo in fretta e ci catapulta in baratri senza luce, ma poi… Mai perdere la speranza in un futuro migliore e il sole sorge ogni mattina proprio per ricordarcelo e così come l’alba si veste a festa per accogliere il nuovo giorno, così dovremmo far noi.

Aveva un sogno Ayaan e me lo raccontò. Desiderava tanto portare in Italia i suoi vecchi genitori, ma non su un barcone della speranza, no…il suo desiderio era un giorno quello di andare a prenderli personalmente su un aereo di linea e farli viaggiare come signori verso una vita se non migliore, almeno più tranquilla, più serena. Sembrava un fiume in piena. Parlava e parlava. Gli occhi ora s’illuminavano, ora diventavano tristi, ma sorrideva tanto e non stava fermo. Pensai anche che avesse freddo e glielo chiesi, ma mi disse che stava bene. Non aveva più avuto freddo da quando era arrivato. Ricordai del collegamento con la mia famiglia e lo salutai anche se a malincuore. Mi piaceva ascoltarlo. Chissà, magari lo avrei rivisto in giro per la città a vendere le sue rose. Gli augurai di realizzare il suo sogno e mi ringraziò con un inchino e un sorriso. Restai a guardarlo sgusciare tra la folla che stava aumentando e m’incamminai con la mia rosa in mano. Decisi che non l’avrei buttata una volta appassita. L’avrei chiusa tra le pagine di un libro e un giorno, ritrovandola, avrei raccontato di quell’ incontro ai miei figli. Avrei raccontato loro che seppur costretti alla lontananza per lavoro, eravamo molto fortunati mentre intorno a noi, spesso senza nemmeno rendercene conto, milioni di persone soffrono per motivi ben più grandi dei nostri. Viviamo mondi paralleli con esseri umani che come noi soffrono, amano, aspettano, sperano…eppure, troppo chiusi nei nostri recinti di burocrazia, di lavoro, di stress, di pregiudizi, preferiamo spesso per comodità, o per pigrizia, anche per paura, stare di qua dal recinto. E’ più sicuro. Oltre vi è l’ignoto e non siamo più capaci di esplorare. Preferiamo i nostri caldi rifugi, ma spero che un giorno tutto cambierà ed abbatteremo senza reticenze quei recinti ingombranti che ci dividono. Ed io voglio crederci ancora per il sorriso di Ayaan e per quello dei miei figli. Mai perdere la speranza in un futuro migliore. Il sole sorge ogni mattina proprio per ricordarcelo e così come l’alba si veste a festa per accogliere il nuovo giorno, così dovremmo far noi squarciando tutti i recinti della nostra coscienza e i silenzi che molto spesso ci opprimono.

Anna Maria Chiapparo - tutti i diritti riservati a norma di legge

Racconto breve premiato con menzione d’onore e pubblicazione nel concorso letterario “Le città invisibili”.

NB: la foto è puramente indicativa ed è presa dal web

Martedì, 26 Dicembre 2017 21:59

Il Natale di Rocco

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La piccola cucina della nonna, satura del buon odore di pasta lievitata e di quello acre di frittura che saliva su per il camino, era molto calda ed accogliente, ma il cuore delle persone che l'animavano era molto pesante.

Rocco guardava oltre i vetri della finestra, la strana nebbia che addensava l'aria e le nubi cupe, pesanti, come se volesse nevicare. Il nonno entrò con gran rumore, arrabbiato ed infreddolito.

-No trovai a nujiu! Nujiu si mova cu stu hfriddu e cu' Natale.-

Si sedette scoraggiato accanto al camino, sporgendo le mani per riscaldarle e la moglie gli offrí una "curujicchia" calda calda.

La sorellina di Rocco, Nella, sfogliava un libro svogliatamente. Tutti nella piccola stanza, sembravano tristi.

Qualche giorno prima, era infatti successa una disgrazia.

Il papà dei due bambini che ora stavano dai nonni, si era fatto male gravemente mentre lavorava su in montagna e lo avevano trasportato all'ospedale neanche tanto facilmente, perché prima l'avevano dovuto scendere in paese e poi chiamare il noleggio per trasportarlo. Ambulanze, nel piccolo paesino, neanche a parlarne e quindi si dovevano arrangiare, ogni volta che accadeva qualcosa, per fortuna, raramente.

Quella volta era toccato a Bruno. Un grosso tronco d'albero, gli era caduto addosso, frantumandogli quasi, la gamba. I suoi colleghi boscaioli l'avevano subito soccorso, ma il tempo materialmente perso, tra una cosa e l'altra era tanto, e si diceva che avrebbe perso la gamba.

Giunti in ospedale lo avevano operato, ma aveva perso molto sangue ed era in coma. La moglie era rimasta al suo fianco dal trasporto in ospedale e per questo i bambini si trovavano dai nonni.

La preoccupazione del nonno di Rocco, riguardava un piccolo gregge di caprette che tenevano su in montagna, in un piccolo appezzamento di terreno che possedevano. Era suo figlio ad occuparsene, ma ora da due giorni erano rimaste incustodite ed andavano assolutamente munte e controllate. Lui non riusciva a salire piú da molti anni e si limitava a fare in casa, ricotta e formaggi, col latte che gli portava il figlio. Ora era veramente preoccupato perché nessuno era disposto ad andare a controllare la situazione lassú, dove probabilmente, nevicava pure.

I due vecchi, parlottavano tra loro e non riuscivano a venire a capo di nulla. Era l'antivigilia di Natale e negli ultimi giorni la temperatura si era abbassata cosi tanto da presagire una nevicata. Tutti stavano rintanati in casa e presso tutti i focolari, non si parlava che della disgrazia del povero Bruno. Nessuno però, nemmeno uno dei tanti parenti, si era offerto di andare a vedere gli animali che giacevano al freddo.

Quasi tutti in paese, data la vicinanza alla montagna, erano boscaioli e carbonai e molti avevano qualche pecora o capretta. I piú fortunati avevano un piccolo ovile vicino casa, altri come Bruno, l'avevano in montagna.

-'Nci vajiu io!-

Disse all'improvviso Rocco.

-Pijjiu u carríattu e vajiu.-

-Adduva vai tu?! Tu si pacciu. Ava u 'ndi 'mbatte natra disgrazia?-

Rispose alterato il nonno.

-A nannu, e chi hfacimu? Avanti, mentre ca é ancora juarnu. Si vajiu ora, arrivu prima ca scura e ríastu jíà, 'nto pajjiaru.-

-No, ti dissa! Ci su i lupi 'nta muntagna e cui sapa si 'ssi mangiaru, chiji povari crapi!-

-E cuamu u sapimu, si no vidimu? Vajiu io, vi dicu. A strata a sacciu e puru u mungiu, sacciu. No sugnu cotraru!-

Mai Rocco si era permesso di alzare la voce con suo nonno.

Agli anziani e ai piú grandi in genere, era dovuto molto rispetto, specie dai bambini. Lui aveva compiuto da poco dodici anni. Era ancora un bambino, ma capiva che la situazione era grave e doveva fare qualcosa. Era da ore che rimuginava sul da farsi ed era giunto a quella conclusione. Piú volte era salito su con suo padre, al sicuro...sul carretto trainato dal mulo, sembrava un gioco, ma ora sapeva che sarebbe stato diverso.

Voleva aiutare la famiglia. Chi poteva sennò? Era deciso e ci sarebbe andato nonostante la decisione del nonno.

Insistendo insistendo, la spuntò.

Anche la nonna era contraria, ma cedette e gli preparò un fagotto con qualcosa da mangiare. Del formaggio e delle "curujicchie" appena fatte.

Non era in vena di fare festa, ma proprio per quei due nipotini tanto tristi, aveva deciso d'impastarne due, come facevano ogni Natale.

Anche lei pensava al figlio in un letto d'ospedale e non avere notizie, la stordiva.

Era lontana la città ed erano rimasti con la nuora che avrebbe telefonato al centralino, presso il bar del paese, per dare notizie, ma ancora non aveva chiamato. Le uniche le aveva portato il noleggiatore, rimasto fino a che era uscito dalla sala operatoria, poi il nulla. Non c'erano telefoni nel piccolo paese ai piedi della montagna. L'unico, era il centralino del bar.

Nel basso, Rocco aveva legato il piccolo mulo al carretto. Su c'erano i due contenitori per il latte e il secchio di stagno che suo padre usava per mungere.

Faceva molto freddo, ma pur pensando al calduccio della cucina, era pronto per quella lunga arrampicata.

Si vestí pesante e il nonno gli mise sulle spalle una grossa mantella di lana di pecora.

Rocco si sentí rincuorato e convinto di fare la cosa giusta. Suo nonno, man mano che preparavano il tutto, gli andava spiegando cosa fare e cosa piú importante, era accendere un fuoco per tenere lontani i lupi dal recinto.

Erano quasi le undici del mattino anche se sembrava già pomeriggio per il brutto tempo che andava raccattando nuvoloni e li ammassava. Il ragazzo, tenendo il mulo per la cavezza, attraversò le strade deserte e s'avviò su per la montagna. La cosa buona era che i boscaioli, tutti insieme, avevano allargato lo stretto sentiero esistente per agevolare il cammino coi muli. Le povere bestie trasportavano di tutto in quegli impervi luoghi e perciò, quasi tutti avevano un mulo o un asinello per amico.

Camminava già da un paio d'ore e nonostante il freddo gli sferzasse il viso scoperto, stava bene al caldo della mantella di lana. Il tepore del corpo, grazie anche alla salita, s'irradiava dappertutto facendolo stare bene. Solo le dita dei piedi, chiusi nei grossi scarponi, sentiva ghiacciati, ma faceva di tutto per non pensarci.

Quando ebbe fame, tirò fuori una ciambella della nonna e la sbocconcellò lentamente per strada, senza fermarsi.

Il paese coi comignoli fumanti, giú nella valle, andava scomparendo avvolto da una coltre di nebbia.

Ogni tanto il vento portava il rintocco della campana dell'orologio che scandiva ogni quarto.

Era ormai tardo pomeriggio quando cominciò ad udire qualche belato e già imbruniva.

Salendo, il freddo era piú intenso e cadeva qualche fiocco di neve che per fortuna si scioglieva subito. Il nonno, nelle lunghe sere invernali gli aveva insegnato tante cose e sapeva che con una bella nevicata, l'aria si sarebbe addolcita, ma non era ancora tempo, a quanto pareva...

Finalmente arrivò al suo piccolo podere dove le caprette erano rinchiuse in una piccola catapecchia dal tetto di lamiera che aveva costruito suo padre.

Dai belati sembravano inquiete e leste sgattoiolarono fuori, appena aprí la porticina di legno.

Intorno alla casupola, c'era un grande recinto chiuso da reti e pali di legno e gli animali, cominciarono a scorrazzare qua e là, finalmente liberi.

Le caprette femmine avevano le mammelle gonfie di latte e si muovevano buffe ed impacciate.

Rocco fu contento di trovarle bene e s'accinse a prendere del fieno ammassato e a spargerlo intorno per le affamate.

Accese poi un bel fuoco e solo dopo cominciò a mungerle una ad una portandosele vicino al caldo dei ceppi scoppiettanti.

Non fu facile, perché scappavano di continuo, ma un po' di latte a tutte le femmine, riuscí a toglierlo.

Era ormai buio quando finí, anche se il suo orologio segnava solo le sei del pomeriggio.

Si accorse di essere sudato per lo sforzo che aveva fatto e si sentí stremato dalla stanchezza.

Accanto al fuoco sgranocchiò un po' di pane e formaggio e dopo una bella bevuta d'acqua fresca della sorgente là vicino, restò a pensare. Le caprette sazie erano piú calme e le lasciò tranquille ancora nel recinto. Aveva tutto il tempo per farle rientrare al coperto dato che doveva passare là, la notte.

Intorno sentiva molti rumori sconosciuti e qualche brivido di paura lo aveva, anche se cercava d'incoraggiarsi.

Ogni tanto parlava col mulo legato al castagno, ogni tanto canticchiava.

Quando si sentí riposato, corse intorno per far entrare le capre nell'ovile. Là sarebbero state piú protette dal freddo della notte.

Chiuse la porta e s'adoperò ad accendere un altro fuoco nello spiazzo al di là del recinto per paura dei lupi. Legna ve n'era in abbondanza e pregò che non piovesse o nevicasse, spegnendolo.

Accanto alla porticina aveva ammassato del fieno e vi s'accucciò. Il calore del fuoco poco distante, il fieno e la pelle di lana, lo accarezzavano dolcemente e le fiammelle lo rischiaravano.

Il cielo, nell'oscurità s'intravvedeva cupo, ma tra una nuvola e l'altra facevano capolino miriadi di stelle come non aveva mai viste.

I belati nella casupola lo rincuoravano ed ogni tanto s'assopiva vinto dal sonno.

Quando era sveglio canticchiava, pregava, suonava la piccola armonica che portava sempre in tasca. Sobbalzava ad ogni rumore o fruscio, ma rimase ben vigile per tutto il tempo, attizzando spesso i due fuochi.

L'alba lo sorprese meravigliosamente. Nonostante il freddo gelido che aveva gelato tutto, una coltre rossastra, ora sbiadita, ora vivida, lo incantò dolcemente e rimase in uno stato di torpore per ore, incapace di riaddormentarsi.

In quella notte aveva pensato a tante cose e tanti ricordi lo avevano cullato. Pensò a suo padre e pregò che guarisse. Ricordò i Natali passati, i giochi davanti al caminetto, alle noci e nocciole sgusciate con le pietre...

Le scorribande nei vicoli coi suoi amichetti che intanto dormivano al calduccio.

Pensò tantissimo ed immaginò di essere giá grande ed aiutare suo padre.

A giorno fatto aprí nuovamente la porticina e il piccolo gregge si riversò lesto fuori. Non erano tante le sue caprette. Una quindicina, ma davano da fare, dato che per lo piú erano femmine da mungere. Bevve un po' di latte tiepido arrangiandosi col secchio e dopo cominciò una nuova mungitura. Aveva deciso di portar giú il gregge anche se col nonno non ne avevano parlato e piú leggere, avrebbero affrontato meglio la discesa.

Dietro casa dei nonni c'era un bell'orto con una catapecchia che fungeva da legnaia e ripostiglio e dato che in inverno non coltivavano nulla, aveva pensato che sarebbe stato ideale. Sul posto poteva aiutarlo il nonno e se necessario, lui le avrebbe portate anche a pascolare nei campi.

Spense per bene i fuochi con secchi d'acqua gelata e assicuratosi d'aver legato bene i contenitori del latte al carretto, si mise in cammino.

Sapeva che la discesa sarebbe stata piú veloce, ma doveva stare attento alle caprette. Non doveva "stramandarle" (disperderle).

Pian piano riuscí a scendere. La neve aveva cominciato a cadere copiosa e i fiocchi lasciavano già dei piccoli ricami sulle piante lungo i cigli. In certi punti la strada era scivolosa, ma rincuorando il povero mulo, passo a passo, seguí il sentiero. Il gregge festoso lo seguiva come ubbidiente ad un comando invisibile e bastava un fischio per riportarne qualcuna in carreggiata. Quando suo padre sarebbe tornato, gli avrebbe detto di prendere un cane. I cani per i greggi, sono ottimi aiutanti, aveva sentito...

Intravedeva le luci del paese e si sentí felice. Si, proprio felice e sperava anche di rivedere suo padre a casa ad aspettarlo.

In lontananza si udiva una musica come di ciaramelle e man mano che scendeva si faceva piú chiara.

Si ricordò che era la vigilia di Natale ed erano arrivati gli zampognari a girare per il paese.

Non sentiva piú freddo, Rocco.

Dopo una notte in montagna era contento di tornare a casa e i belati per le vie facevano affacciare le donne curiose che si sporgevano a guardare, a vedere di chi fosse il gregge. Molte non riconobbero il figlio di Bruno "u disgraziatu", in quel piccolo pastorello imbacuccato e si ritirarono infreddolite.

I nonni invece erano sull'uscio speranzosi.

Quando avevano sentito i belati e le ruote del carretto, erano corsi fuori increduli.

Mai si sarebbero aspettati che il nipote tornasse con le capre giú in paese ed invece era proprio lui, il loro ometto coraggioso.

Rocco spiegò al nonno il suo piano e lui sorridendo contento corse ad aprire la porta dell'orto.

-Ah giuvaniajiu mio! U Signuri u ti benedicía!-

Andava replicando la nonna col rosario in mano.

-Quantu pregai nommu ti succeda nenta e u túarni pa casa-

Aiutò il nonno a sistemare il gregge ed entrarono in casa.

Con le caprette al sicuro, Rocco si sentí felice, ma sentí addosso anche tanta stanchezza e tristezza al contempo perché non vedeva i suoi genitori.

La nonna però lo aveva tranquillizzato.

Sua madre aveva finalmente chiamato per dire che suo padre si andava riprendendo.

Ci voleva ancora tanto tempo, ma l'operazione era andata bene.

La piccola Nella abbracciò il fratellino e si sciolse in un pianto liberatorio.

-E pecchí giangi? Su ccà mo. Basta va, no hfare a scema-

Il nonno mise a bollire il latte. La notte era ancora lunga e decise che avrebbe preparato la ricotta.

Proprio mentre stavano per sedersi a tavola, con Rocco affamato, passarono nella via, gli zampognari.

Il nonno prese la bottiglia di vino ed uscí ad offrirne loro, un bicchiere per riscaldarli.

Nevicava, ma l'aria si era addolcita.

Era la notte di Natale.

(Anna M. Chiapparo)

Giovedì, 08 Dicembre 2016 18:18

Bruno e "a hfera i Dasà"

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Quella sera Bruno andò a dormire tutto contento subito dopo il Carosello.
L'indomani era vacanza e non c'era scuola essendo la festa dell'Immacolata, ma la cosa che lo rendeva ancor più gioioso era la fiera di Dasà.
La mamma e la nonna gli avevano promesso che ci sarebbero andati e lui non vedeva l'ora di fare quella passeggiata tanto attesa.
Aveva contato i giorni fin dal suo compleanno, il venticinque di ottobre, quando sua madre gli aveva consegnato ventimila lire e una lettera di suo padre.
Ciccio, il papà di Bruno era emigrato in Svizzera e non tornava a casa dal Natale scorso. Di solito tornava in estate giù in Calabria, ma quell'anno gli era capitato un lavoro extra ed era rimasto su a far qualche soldo in più.
D'accordo con sua madre gli avevano quindi fatto quel sostanzioso regalo di compleanno.
L'assegno era arrivato a fine settembre. Ciccio aveva preso la paga del lavoro estivo e tenendo per se solo qualcosa, triste per la lontananza, spedì un bel gruzzoletto inaspettato alla famiglia.
Maria corse subito alla posta e versò tutto nel libretto postale. Preferiva prendere i soldi poco a poco man mano che le servivano. Aveva paura a tenerli in casa e d'altronde cercava di arrangiarsi senza spendere troppo. Usava i soldi giusto per pagare le bollette e per qualche spesa inevitabile.
L'orto bastava a sfamarli e ogni volta che i suoi prendevano la pensione, le regalavano qualcosa per fare la spesa alla bottega. Il pane lo faceva in casa e comprando la farina, era più conveniente.
Bruno e sua sorella Nina erano abituati da sempre al pane duro e non facevano capricci, ma ogni tanto la mamma comprava loro il panino con la mortadella da portare a scuola.
Il pane fatto in casa, appena sfornato, d'altronde era buonissimo e ne faceva sempre una bella scorpacciata condito con l'olio o col pomodoro fresco in estate.
In paese non c'erano svaghi dopo la festa di San Rocco che movimentava un po' il paese, e il periodo autunnale era sempre quello più indaffarato per le famiglie.
Bisognava preparare la salsa per l'inverno, raccogliere gli ultimi frutti estivi e far seccare peperoncini e legumi. Chi aveva la vigna doveva prepararsi alla vendemmia e cosa più faticosa era preparare le campagne alla raccolta delle olive. Per chi come Maria, aveva i mariti emigrati, il lavoro era sicuramente più pesante e i bambini non potevano certo permettersi il lusso di far capricci e storie. Buoni buoni se ne andavano a scuola quando iniziava e in casa aiutavano come potevano. Anche sbrigare qualche piccola commissione in casa o in paese, era un grande aiuto.
Ogni volta che il papà partiva, prima di entrare nell'auto a noleggio insieme ad altri paesani, diceva sempre a Bruno: “Ora si tu l'ùamu i casa, mi raccumandu no hfare arraggiare a mamma ca pùa mu cunta e io no ti pùartu nenta. No cicculati e no caramelli”
Bruno annuiva mogio mogio e in cuor suo sentiva quel compito come una missione da portare a termine fino al prossimo ritorno di suo padre.
Ogni volta vedeva la mamma piangere seminascosta perché intorno c'era altra gente e allora anche a lui spuntavano le lacrime, ma lesto le ricacciava indietro e faceva lo scemo ridendo e scherzando col papà che lo abbracciava stretto e poi s'infilava subito in auto per non far vedere le sue di lacrime...
Tutti piangevano, ma chissà perché, tutti cercavano di nasconderlo.
Quando sua madre gli diede quelle ventimila lire, non credeva ai suoi occhi.
“Su tutti i mia?”
“E cìartu, su u rigalu mio e du papà pammu t'accatti 'ncuna cosa pe Natale. Ti servanu i scarpi e puru nu giubbotto, ca cchiù criscisti e chijiu chi hai ti va piccirijiu”.

Le madri avevano la capacità di prendere sempre due piccioni con una fava. Sapevano quello di cui avevi bisogno e facendo finta di regalarti qualcosa, sapevano fartela usare per quel che avevano previsto. Ti facevano contento e gabbato con poco, ma a dieci anni, fino ad una quarantina d'anni fa, non avevamo la malizia di oggi e ogni minima cosa ci sembrava un dono. Bastava poco a farci felici.
Bruno guardò e riguardò cento volte quei “soldi di carta” e si sentì ricco.
Mai aveva avuto un tale dono, ma quel giorno compiva dieci anni, stava diventando grande e nella lettera a lui indirizzata, suo padre gli ribadiva che doveva aver cura della famiglia mentre lui era lontano a lavorare. Le altre diecimila lire della nonna poi, lo resero euforico per tutto il giorno. Sapeva che servivano a comprare dei vestiti, ma era tanto contento di sapersi padrone di un simile dono e andò subito fuori a raccontarlo a Rocco e Franco, i suoi amici di giochi, nonché vicini di casa.
L'indomani Bruno tornò da scuola e consegnò un foglio a quadretti piegato in quattro a sua madre dicendole che era una lettera di ringraziamento per il suo papà e se gliela poteva spedire.
Maria sorrise facendo finta di nulla.
Le mamme di un tempo, stanche e sempre indaffarate, erano poco espansive e per un'innata e incomprensibile ragione, cercavano sempre di nascondere gli amorevoli sentimenti. Erano poco propense alle carezze, ma facevano di tutto per accontentarti senza darlo a vedere. Tutto sembrava casuale o peggio, dovuto e non s'aspettavano ringraziamenti.
A vederle oggi, sembrerebbero fredde, le madri calabresi di un tempo.
Piene di affanni e pensieri chiusi nel cuore e la vita scritta dalle rughe sul viso.
Capelli presto canuti e labbra senza sorriso.
Solo la rabbia sapevano sfogare...

“Nina tu si cuntenta ca jìamu a hfera?”
“Boh...si è bellu... a nanna mi dissa ca m'accatta a calia”.
I due fratellini dormivano nella stessa stanzetta. Nina era una dolce bimba di sette anni, timida e silenziosa che stava sempre attaccata a sua madre osservando con interesse tutto ciò che faceva. A questo modo aveva già imparato a rifarsi il letto, a lavare i piatti, a spazzare e lavare il pavimento e tanti altri piccoli lavoretti. Di nascosto stava facendo una bella sciarpa calda per il suo papà con la lana che le aveva acquistata la nonna quando l'estate scorsa le aveva insegnato a lavorare ai ferri. Cose semplici, dritto e rovescio, ma per la sua età era un gran bel risultato e la nonna ne era orgogliosa. Insieme, complici, avevano deciso di fare quel regalo al papà per Natale. In Svizzera faceva freddo e una bella sciarpa calda avrebbe fatto comodo.
Bruno smaniava nel letto e non riusciva a prendere sonno.
D'altronde erano ancora le nove di sera, ma sempre a quell'ora andava a letto e tutte le sere crollava stanco dopo i giochi pomeridiani in giro per il quartiere. Quella sera era molto eccitato pregustando la gita a Dasà e cercò di ricordare la fiera degli anni prima. L'anno precedente non c'erano stati per la pioggia e in cuor suo pregava che facesse bel tempo. A dir la verità in serata qualche nuvoletta c'era, ma sua madre gli aveva detto di stare tranquillo...
Lungo la strada avevano incontrato tanti altri Acquarùati che andavano a Dasà e lui si era accodato ad altri bambini a parlare di figurine. Chiacchierando, il tragitto gli sembrò breve e appena svoltata l'ultima curva, dove i rami d'ulivo dei fondi sotto la strada pendevano fino a terra, s'incominciavano ad intravedere le prime bancarelle. I cigli erano pieni di auto parcheggiate su ambo i lati e cominciava già la confusione perché alla fiera andavano anche limpidesi e dinamesi che erano più lontani e quindi usavano l'auto.
Le voci dei mercanti che urlavano "vandìando" la loro mercanzia, si confondevano tra loro ed intorno la folla di donne e bambini che guardavano tutto, s'accalcava ad ogni bancarella. Pur non dovendo acquistare nulla, la curiosità di vedere cose belle e novità, era sempre tanta per tutti. Gli uomini più che i vestiti, cercavano attrezzi da lavoro, pantaloni di fustagno e stivali, i bambini come lui s'incantavano davanti ai dolciumi di Soriano e alle bancarelle di giocattoli. Quella volta il nonno gli aveva comprato il tamburo di plastica e lui lo aveva battuto felice fino a casa prendendosi più volte i rimproveri di sua madre.
Quella notte gli tornarono alla mente molti particolari della fiera e non seppe mai se fu un sogno o veri ricordi confusi nel dormiveglia inquieto.
Vedeva bambini con le trombette rosse che suonavano gonfiando a dismisura le gote, bambine con Cicciobello ancora inscatolato; altre con lunghe trecce che chiedevano mollette e nastri. Bimbi piccoli che piangevano perchè non volevano scendere dal cavalluccio rosso di plastica con le rotelle.
Ragazze che cercavano cappotti e vestiti e mamme che pazienti stavano dietro a tutto. Poi improvviso un profumo allettante stuzzicava le narici e come un miraggio nel deserto.
Bella tra le belle, apparve la bancarella più ricca e desiderata:
quella dei dolciumi!
Un tripudio di colori invitanti danzava davanti agli occhi di Bruno e tutto sembrava animarsi ed andargli incontro.
Cavallucci di “mostazzola” col cavaliere in groppa, inscenavano un invisibile duello davanti allo sguardo languido delle dame che li osservavano dalla “cascia” ammassate all'altro pubblico incartato di fiocchi rossi e carta trasparente.
Mandorle tostate che avevano fatto lunghi viaggi, occhieggiavano stizzite dalle gote pallide du “nzujiu” e sembravano chiedersi dove fossero finite. Vassoi di “sussumelle” di cioccolato e di glassa bianca, se ne stavano in bella mostra su un drappo rosso ed ammiccavano i passanti col loro fare invitante. Ceste di fichi secchi, incartapecoriti dal forno, nascondevano al loro interno noci croccanti... e liquirizia, caramelle, coni finti...si muovevano sinuosi in una danza orientaleggiante. Più in là, sulla stessa bancarella che sembrava grandissima, mucchi spropositati di “cacao”(noccioline), “calia” (ceci) e “ossa i cucuzzara” (semi di zucca), sembravano ridere a crepapelle e facevano il tifo per l'uno o l'altro cavaliere.
Bruno ammaliato, prendeva a piene mani un po' di tutto. Riempiva le tasche di calia e cacao e mangiava uno dietro l'altro, lacci di liquirizia che gli annerivano le dita. D'improvviso si fece silenzio e intorno non c'era anima viva. Solo lui e la bancarella golosa. Più nulla.
“Mangia mangia e pua vidi cùamu ti dola a panza!”
Bruno si guardò intorno, ma non vide nessuno e continuò a mangiare.
“E ti pare ca a hfina! Basta ti dissa”
“Ohhh, ma cu si? Chi vùa?”
“Ccà, guarda ccà. O 'ndi vidi?”
Dietro il mucchio di calia abbrustolita, accatastati in diversi colori, c'erano piccole file ordinate di torroni incartati a caramella.
Bruno si stropicciò gli occhi e pensò che non potevano essere quelli a parlare.
Una fragorosa risata, lo spaventò e sussultò.
“Babbu! E chi ti pare ca mo i turruna e i mastazzola parranu? O scìamu! Ahahahahhhhhhaaahhh”

Bruno si sentì gridare e si ritrovò a terra nella sua stanzetta.
Aprì gli occhi confuso e vide sua madre che lo prendeva in braccio per rimetterlo a letto.
“Mi hfacisti u schiantu. Minasti na gridata! Mianu male ca Nina no si rivijjiau ca ancora è prìastu.”
“E' ura, ma? E' ura u jiamu a hfera?”
Chiese, tutto contento e incurante di ciò che gli era appena successo.
“O Brunu mio, u sai, quandu gridasti stava venìandu u ti chìamu io u ti dicu na cosa. U sìanti chi vìantu chi c'è? Minau forte tutta a nottata e io non mi hfitta u pijjiu suannu. Stajiu jìandu a Petrugnanu u vijiu. Armìanu chiji quattro coccia 'nta strata ajiu mu i cuàjjiu”
“E a hfera no jìamu allura?”
“O hfijjiu, si mi sbrigu prìastu, jiamu, sinnò no' ti preoccupare ca u sabbatu jìamu a Vibbu e t'accattu jà 'ncuna cosa”
Bruno si mise a piangere.
“U sapìa io. Mo tinda vai in campagna e cu sapa quandu tùarni”
Senza tante cerimonie, sua madre si alzò dal letto dove si era appoggiata.
“Oh, finiscila e dorma. Ti stai curcatu ccà o caddu e io vajiu. Ancora su i sia du matinu. Passu i jia nanna e 'nci dicu u vena ccà. Quandu tùarnu sinda parra”.
Bruno si tirò le coperte al collo e si nascose a piangere sul cuscino.
In un attimo vide sparire la gioia di passeggiare per la fiera a guardare le bancarelle, a scegliere le scarpe nuove e il nuovo giubbotto. Aveva sperato d'indossarlo all'arrivo di suo padre a Natale ed invece...il vento...ma proprio quella notte doveva “minare?” Non poteva aspettare un altro po'?
Non riuscì a prendere sonno e udì la mamma uscire e la nonna arrivare dopo poco.
Alle sette, tra gli ululati del vento, sentì la campana della chiesa, scoccare l'ora e si alzò arrabbiato.
Sua nonna stava accendendo la cucina a legna e appena lo vide gli chiese se voleva il latte.
Si sedette arrabbiato e non le diede conto. Sua nonna scaldò il latte e glielo mise davanti con dei biscotti.
“Avanti, mangia ca hai u crisci”
La nonna, sapendo il suo cruccio, cercava di sdrammatizzare per tirarlo su, ma lui rimase imbronciato a lungo e non disse una parola.
Nel frattempo si era svegliata anche Nina.
Lei non sembrava dispiaciuta per la fiera, ma per la mamma che era andata con quel vento in campagna. Si sistemò, mangiò il suo latte e si sedette accanto alla stufa coi suoi ferri, mentre la nonna preparava qualcosa da mangiare.
“Nanna no jiamu a missa?” Le chiese Nina.
“Cìartu ca jìamu. A cchija di dìaci. Intantu fazzu u sucu accussì quandu vena mammata mangiamu tutti ccà e pua sinda parra.”
“E a mamma quandu vena?”
“E pìanzu ca vena prìastu. Jìu sulu u s'adduna 'nta strata”
“E pùa jiamu a hfera?”
“Pùa vidimu”.
Bruno si era rinchiuso nella sua stanza a giocare con le figurine. Le guardava e riguardava. Le contava e le sistemava annoiato. Sdraiato sul letto ripensava al sogno della notte trascorsa e si sentiva confuso ed arrabbiato. Aveva atteso tanto quel giorno ed ora...
Alle dieci, la campana gioiosa, invitò alla messa dell'Immacolata, ma Bruno disse alla nonna che sarebbe rimasto in casa a studiare.
Non era la prima volta che restava solo e la nonna sapendo che poteva fidarsi, uscì con Nina.
In realtà Bruno aveva rimuginato il suo da fare e appena fu solo, indossò una vecchia tuta, prese un cappello e uscì a sua volta.
Fuori c'era Rocco coi pantaloni nuovi che stava andando a Dasà.
“Oh, no vìani a hfera?”
Bruno non gli rispose e filò dritto con le mani in tasca verso l'uscita del paese. Aveva deciso di andare da sua madre.

“MAAA. DUVAAA SIII?”
Il vento ancora forte, riportò l'eco della flebile voce del bambino tra gli ulivi.
Seppur arrabbiato e deluso, aveva capito che sua madre aveva le sue ragioni per andare in campagna anche in quel giorno di festa ed aveva deciso di andarla ad aiutare.
Maria, dal canto suo era uscita di casa piangendo.
Piangeva la sua sorte di moglie senza marito che doveva fare da madre e padre ai suoi figli sembrando dura anche quando non voleva; piangeva per il lavoro che mancava e che la costringeva a raccogliere olive dal padrone “a tìarzu” e senza jornati; piangeva per quel figlio arrabbiato che voleva solo un poco di svago...piangeva mentre raccoglieva le belle olive ormai mature che luccicavano come perle nere appena sgusciate. Guardando l'abbondanza che era caduta in quella notte, si rincuorò e lesta lesta cercò di raccoglierne il più possibile dalla strada pregando che non piovesse perché dopo il vento di solito arrivava la pioggia...
Sola coi suoi pensieri non badava all'ora e estraniata da tutto, non s'accorse subito del richiamo del figlio. Quando le parve di udire, pensò fosse il vento e continuò il suo lavoro.

“OH MA, AVA TRI URI CA TI CHIAMU!!!” Gridò Bruno ridendo.
“O fijjiu i bona mamma, mi hfacisti u schiantu! E chi fai ccà?”
“Vinna u t'aiutu! Forza, dai, movimundi c'avimu u jiamu a hfera!”
Maria lo abbracciò sorridendo e decise che quel figlio si meritava davvero un premio. Con la sua compagnia e il suo piccolo aiuto, raccolse quel che poté e dopo aver nascosto nella casetta, i sacchi riempiti in mattinata, decise che era ora di tornare a casa. Legarono l'ultimo e se lo caricò sulla testa.
Nella strada del ritorno, accompagnati dal vento che si andava man mano calmando, madre e figlio, chiacchierarono allegri fino a casa dove la nonna aveva preparato un bel ragù.
I nonni mai avrebbero pensato che Bruno sarebbe andato fino in campagna da sua madre. Pensavano fosse in giro a giocare e rimasero stupiti quando Maria glielo raccontò.
Pranzarono in fretta e all'una e mezza erano tutti in cammino verso Dasà. Bruno, finalmente contento, andò alla sua “hfera”, acquistò le sue belle scarpe nuove e la mamma comprò pure i torroni e le sussumelle per Natale.
Lui osservò divertito tutto e scrutò ben bene la bancarella dei dolci per vedere se qualcosa si muovesse...ma nulla.
Il duello e i torroni parlanti erano stati solamente un sogno...bello!

(Anna Maria Chiapparo 8 dicembre 2016)
Tutti i diritti riservati a norma di legge

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Martedì, 02 Settembre 2014 10:44

Pranzo con gli amici

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Durante la vita si acquistano moltissimi amici ma ognuno di questi amici e' spesso diverso dagli altri.  Io ho fatto amicizia con persone molti anni fa, chissa' quanti amici abbia fatto, certamente numerosi.  Di questi tanti amici che ho fatto durante tutti questi anni ne son rimasti due a me fedeli, e spero anche io a loro.  Uno di questi amici e' Paul Spiteri che vive a Malta.  Tanti anni fa abbiamo lavorato assieme e siamo divenuti veramente buoni amici.  Paul era ancora celibe e viveva a Melbourne.  Ha deciso di tornate a Malta dove ha sposato e formato famiglia.  Con Paul prima dell'internet ( email )corrispondevamo per via di lettere e ogni tanto qualche telefonata.  Con Paul siamo rimasti amici e ci manterniamo in contatto per mezzo dell'internet, email costantemente.

L'altro mio amico e' Sergio Stocco che vive a Cairns, Nord Queensland.  Con Sergio abbiamo fatto conoscenza quando io ero ancora molto giovane e mi trovavo al Queensland.  Sergio era anche lui della mia eta'.   Da giovani a Babinda nel Queensland con Sergio eravamo quasi sempre assieme.  Conoscevo bene anche la sua famiglia, i suoi genitori e le due sue sorelle piu' piccole di lui.  Quasi tutti i venerdi' sera giocavamo a carte a casa dei genitori di Sergio.  Era soltanto un gioco per divertimento che si, si giocava a soldi ma una somma abbastanza minima.  Con Sergio dopo qualche tempo avevamo perso contatto ma recentemente ne ho ricevuto un messaggio dalla sorella di Sergio che mi chiedeva se io ero il Pietro Carnovale, l'amico di suo fratello.  Graziella, la sorella di Sergio tramite parenti che vivono a Trieste ha saputo che nel sistema dell'internet c'era un Pietro Carnovale che ha vissuto a Cairns, in Queensland.   I parenti che vivono a Trieste hanno letto un mio post che ho caricato nel blog di questo sito un po' di anni fa.  Con Sergio abbiamo adesso reacquistato il contatto e l'amicizia e sia lui, come pure io ne siamo rimasti molto contenti e l'amicizia continua viva e sincera.

Qui a Melbourne siamo tanti paesani.  Ci salutiamo con tutti ma l'amicizia intima e' sincera e' difficile coltivarla senonche' due persone si rispettano sinceramente senza invidia, senza rancore, senza sentimenti di superiorita', senza critica ma volersi bene, capirsi, essere generosi, pazienti, calmi e piu' che altro rispettarsi a vicenda.  

I miei due cari amici che spesso andiamo a pranzo assieme con il nostro gruppo di uomini.  A volte andiamo anche a cena dove naturalmente partecipano anche le nostre signore.  Con me sono Giuseppe Comito alla mia sinistra e Francesco Luzza.    Pietro Carnovale.  

 

Martedì, 28 Gennaio 2014 06:06

Viantu e Alivi

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Quandu cojjiamu alivi a mercujjianu

Spissu di notte minava u viantu 

Patrima ndi rivijjiava adunu, adunu

Pemmu scappamu viarzu all'oluvari

 

Tanti arrami pendianu nta strata

L'alivi cadianu a rande quantita'

E pecchi' era ancora scuru fittu

Patrima jia avanti cu a lanterna

 

I dui suaru rande seguianu cu a scupa

Scanzandu alivi all'argini da strata

Chistu si facia pecchi' a gianti

Avianu u vannu puru o sua lavuru

 

Nceranu speciarmente ciarti omani

Cu li scarpuna cu attacci di fiarru

Cu nna pedata i chiji supa alivi

Nda potianu marcicare a no finire

 

Quandu njiornava alivi si cojjianu

E li mentiamu inta a lu panaru

Duapu ca cista era bella e china

Ntesta si carrijiava a lu zzimbuni

 

Era assai fatigatu i chiji tiampi

Picciriji e rande tutti si lavurava

Ca puazzu dira l'uajjiu supa a pitta

Muarti di friddu e scazi ndu sudamme.

 

 







Sabato, 15 Giugno 2013 06:16

Piccolo Mondo

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Io e' ormai da tanti anni che sono un frequentatore di facebook. Durante questo tempo sono venuto a conoscenza di tanti paesani che vivono in differenti posti in giro al mondo.

Tempo fa ho deciso di creare un blog (gruppo) di quelli che portano il cognome come me, CARNOVALE. Il gruppo e' stato creato particolarmente per i Carnovale ma se persone con differente cognome vorrebbero fare parte sono certamente benevenuti. Al momento il gruppo contiene 105 partecipanti. Un numero di questi e' da diverse parti d'Italia, un caro amico e' direttamente da Acquaro, un'altra splendida e cara signora e' da Limpidi ma vive con la sua famiglia a Nicotera, Calabria. Un vasto numero e' dall'Argentina e un paio dall'America, USA. Ci sta un uomo che mi ha fatto tanto piacere conoscerlo, non perche' e' piu' favorito degli altri ma perche' io e lui ne abbiamo tanto in comune.

Il nome di questo signore e' Domenico (Mimmo) Carnovale e vive sposato con la sua famiglia a Belo Horizonte, in Brasile. Mimmo mi ha detto che i suoi genitori erano ambedue da Acquaro ma lui anche se ha visitato il paese tante volte era nato fuori da Acquaro. Suo padre, Francesco Carnovale faceva il Carabiniere e prestava servizio in altri paesi della Calabria. Il padre di Mimmo, Francesco ha poi sposato Mariantonia Imeneo, figlia di Francesco Imeneo e Raffaella De Nardo. Francesco Imeneo aveva perso un braccio durante la guerra 15-18 e gestiva il tabbacchino in Via Amello, assieme al tabbacchino gestiva anche la cantina dove gli uomini giocavano a carte a padrone e sotto e bevevano il vino, spesse volte non tanto sincero.

Io conoscevo bene la famiglia Imeneo perché la mia famiglia abitava a meno di cento metri di distanza dal tabbacchino. Era una famiglia numerosa ma io conoscevo quelli piu' piccoli perche' i figli piu' grandi erano fuori per studi, apprendistato o lavoro. Conoscevo pero' i tre piu' piccoli come Rosina, Pina e Umberto, conoscevo se di meno anche Raffaele.

I genitori di Mimmo hanno vissuto in diversi posti come il servizio di carabiniere richiedeva. Credo Mimmo ha frequentato l'universita' a Torino.

Passano gli anni. Spesso si estende la lontananza e poi, ad un bel punto si prova il grande piacere, la grande soddisfazione di reincontrarsi, di condividere storielle e fatti dal passato con gli stessi sentimenti, con le stesse radici, provando lo stesso straordinario orgoglio.

Grazie a facebook e alle tecnologie moderne per fare questi incontri possibile.

Martedì, 28 Maggio 2013 07:18

GLI OLEIFICI

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Nella foto vecchie ruote che servivano a macinare le ulive per fare l'olio.

Ricordo alla mia epoca che per ben piu' di tre mesi ogni anno durante l'inverno quasi tutta la comunita' del nostro paese era continuamente impegnata con la raccolta delle ulive.

La maggior parte del paese era circondato di uliveti. Cerano delle zone dove i rami delle piante di ulivi secolari si estendevano sopra la strada. Tante volte durante la notte soffiava il vento e causava una grande cascata di ulive. I nostri genitori si preparavano di buon'ora e provvisti di lanterne e scope e col buio andavano portando anche i figli per allontanare con le scope le ulive dal centro della strada verso l'orlo. Questo si faceva in modo che la gente che passava per la strada per andare in campagna non le schiacciasse. Piu' tardi, quando faceva giorno le ulive accanto la strada si raccoglievano mettendoli nei panieri.

A quei tempi non ci stavano tante comodita' o altri mezzi che ci sono adesso. Le ulive si raccoglievano a mano, con le dita, uno per uno. Si riempiva il paniere ed il contenuto si metteva in una cesta (coppareja). Le povere donne poi portavano le ceste sulla testa pieni di ulive all'oleificio accululandoli in un posto (u zzimbuni) fino a che non veniva il proprio turno di macinarle e fare l'olio. Spesse volte le donne dovevano fare piu' d'un viaggio al giorno. Specialmente per le donne erano tempi assai difficili. La donna d'allora aveva tante altre faccende. Doveva cucinare per la famiglia, doveva andare al fiume per lavare i panni, doveva badare ai figli, specialmente se erano ancora piccoli, doveva prepararsi la legna per quando doveva fare il pane in casa. La donna di allora non credo trovava un minuto di svago. Con tutto cio', quella donna cosi' tenace non si lamentava.

Per la macinatura delle ulive per fare l'olio, a quei tempi ci stavano undici oleifici. In Via IV Novembre ce ne stavano due, quello dei Comito (1) e un cento metri andando verso Salandria sulla sinistra c'era quello di Domenicantonio Colaci (2). A circa cento metri dalla chiesa Matrice andando verso Manetta c'era quello di Nicola Crupi (3). In Via Oleifici ne stavano tre. Il primo era prossimamente come si scendeva dalla strada Provinciale che di come ricordo io non era funzionante (4). Circa 200 metri piu' avanti era quello del Dottore Calcaterra (5) e ancora piu' avanti andando per Semiatoli, prima di arrivare ad Annasi ne stava un'altro che era gestito da tre o piu' soci (6). Dall'altro lato del fiume, dopo il ponte, al posto chiamato Serra c'era l'oleificio che era una volta dell'avvocato Calcaterra e dopo del Dottore Pasquale Stramandinoli (7). Ritornando verso il paese in Via Ortenzia, a i Poteja era quello di Cesarelli (8). Naturalmente, prima du Cannale era l'oleificio della famiglia Galati (9). A Santo Nicola, contrada vicinio Limpidi c'era l'oleificio che era di Don Pietro David (10) e non tanto lontano tornando verso Acquaro a Savoca' c'era quello di Domenico Crupi che ad un tempo a merito della famiglia Galati ha fatto anche il sindaco (11). Tranne tre di questi oleifici gli altri erano pienamente funzionanti.

Ricordo quando mia madre faceva il pane in casa. Dopo che il forno era riscaldato, per primo faceva "a pitta", una specie di focaccia. Capitava a volte che quando mia madre faceva il pane e al frantoio si macinavano le ulive e si faceva l'olio, mia madre mandava me o una delle mie sorelle a portare due o piu' pitte al frantoio. Arrivando la che non era tanto lontano, le pitte erano ancora calde. Queste pitte si innaffiavano con quell'olio fresco, di colore verde e direttamente dal tino, si metteva sopra un po' di peperone piccante macinato e sembrava che era davvero un mangiare squisito.

Tempi duri, tempi di vita semplice, tempi abbastanza primitivi, tempi che ci hanno insegnato a vivere.

Martedì, 13 Dicembre 2011 11:29

Gli amici non si abbandonano mai (Paulo Coelho)

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Un uomo, il suo cavallo ed il suo cane camminavano lungo una strada.
Mentre passavano vicino ad un albero gigantesco, un fulmine li colpì, uccidendoli all'istante.
Ma il viandante non si accorse di aver lasciato questo mondo e continuò a camminare, accompagnato dai suoi animali.
A volte, i morti impiegano qualche tempo per rendersi conto della loro nuova condizione...
Il cammino era molto lungo; dovevano salire una collina, il sole picchiava forte ed erano sudati e assetati.
A una curva della strada, videro un portone magnifico, di marmo, che conduceva a una piazza pavimentata con blocchi d'oro, al centro della quale s'innalzava una fontana da cui sgorgava dell'acqua cristallina.
Il viandante si rivolse all'uomo che sorvegliava l'entrata.
- "Buongiorno"
- "Buongiorno" rispose il guardiano.
- "Che luogo è mai questo, tanto bello?"
- "E' il cielo"
- "Che bello essere arrivati in cielo, abbiamo tanta sete!"
- "Puoi entrare e bere a volontà".
Il guardiano indicò la fontana.
- "Anche il mio cavallo ed il mio cane hanno sete"
- "Mi dispiace molto", disse il guardiano, "ma qui non è permesso l'entrata agli animali".
L'uomo fu molto deluso: la sua sete era grande, ma non avrebbe mai bevuto da solo.
Ringraziò il guardiano e proseguì. Dopo avere camminato a lungo su per la collina, il viandante e gli animali giunsero in un luogo il cui ingresso era costituito da una vecchia porta, che si apriva su un sentiero di terra battuta, fiancheggiato da alberi.
All'ombra di uno di essi era sdraiato un uomo che portava un cappello; probabilmente era addormentato.
- "Buongiorno" disse il viandante.
L'uomo fece un cenno con il capo.
- "Io, il mio cavallo ed il mio cane abbiamo molta sete".
- "C'è una fonte fra quei massi", disse l'uomo, indicando il luogo, e aggiunse:
- "Potete bere a volontà".
L'uomo, il cavallo ed il cane si avvicinarono alla fonte e si dissetarono.
Il viandante andò a ringraziare.
- "Tornate quando volete", rispose l'uomo.
- "A proposito, come si chiama questo posto?"
- " CIELO."
- "Cielo? Ma il guardiano del portone di marmo ha detto che il cielo era quello là!"
- "Quello non è il cielo, è l'inferno".
Il viandante rimase perplesso.
- "Dovreste proibire loro di utilizzare il vostro nome! Di certo, questa falsa informazione causa grandi confusioni!"
- "Assolutamente no. In realtà, ci fanno un grande favore. Perché là si fermano tutti quelli che non esitano ad abbandonare i loro migliori amici..." rispose il guardiano.
Non abbandonare mai i tuoi veri amici perchè:
Trovare un Amico è una Grazia,
Avere un Amico è un Regalo,
Conservare un Amico è una Virtù,
Essere Tuo Amico! è un Onore!!!

Sabato, 03 Dicembre 2011 23:06

La leggenda della stella di natale

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Era la vigilia di Natale,

in fondo alla cappella, Lola, una piccola messicana, in lacrime pregava:
"Per favore Dio mio, aiutami! Come protrò dimostrare al bambino Gesù che lo amo? Non ho niente, neanche un fiore da mettere a piedi del suo presepe."
D'un colpo apparve una bellissima luce e Lola vide apparire accanto a lei il suo angelo custode.
"Gesù sa che lo ami, Lola, lui sa quello che fai per gli altri. Raccogli solo qualche fiore sul bordo della strada e portalo qui." disse l'angelo.
"Ma sono delle cattive erbe, quelle che si trovano sul bordo della strada." rispose la bambina.
"Non sono erbe cattive, sono solo piante che l'uomo non ha ancora scoperto quello che Dio desidera farne." disse l'angelo con un sorriso .
Lola uscì e qualche minuto più tardi entrò nella cappella con in braccio un mazzo di verdure che depositò con rispetto davanti al presepe in mezzo ai fiori che gli altri abitanti del villaggio avevano portato. Poco dopo nella cappella si senti un breve sussurro, le erbe cattive portate da Lola si erano trasformate in bellissimi fiori rossi, rosso fuoco.
Da quel giorno le stelle di Natale in Messico sono chiamate "Flores de la Noce Buena", fiori della Santa Notte ♥
Nel 1825 Joel Poinsett, ambasciatore americano in Messico, riportò in America semi di Stelle di Natale e le fece conoscere in tutto il mondo.

Martedì, 23 Agosto 2011 17:03

La leggenda della Bella di notte

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Una leggenda racconta che...

Una notte, tanto tempo fa, un pianto lungo e sommesso si aggiungeva ai rumori dell'oscurità. Questo pianto si ripeté a lungo, finché la Luna decise di trovarne la fonte.
A lungo girò intorno a tutto il pianeta e, quando aveva ormai perso del tutto le speranze, lo scorse.
Un piccolo punto luminoso: era da lì che proveniva il pianto.
La Luna scese dal suo cocchio e si avvicinò.
Accanto ad un pozzo, ai margini del bosco, era seduta una lucciola. "Chi sei tu? E perché rattristi con il tuo pianto tutte le mie stelle? " chiese la Luna. La lucciola spaventata alzò gli occhi e rimase stupita nel vedere il suo interlocutore.
Allora disse: "Deve scusarmi, signora Luna, non volevo mettere tristezza alle sue stelle!"
"Io sono Lumil, il principe delle lucciole!"
"Perché piangi principe Lumil?" chiese la luna.
"Si avvicina la primavera e il mio popolo comincerà a vagare per i prati e i giardini, per illuminare le calde notti" disse Lumil "Ma noi non troveremo nessuna corolla dischiusa ad attenderci. Solo tanto verde!"
"E qual è il problema? " chiese la Luna. "Il tuo popolo, da quando è stato creato, è sempre stato il popolo della notte! Voi avete un ruolo importante: dovete illuminare, come me e le stelle, le notti degli alberi".
"E questo compito ci onora !" rispose Lumil. "Ma, vede signora Luna, c'è un sogno che ogni lucciola ha da quando nasce: io questo sogno lo faccio da sempre!"
"E qual è questo sogno?" chiese la Luna.
"Uscire dalla nostra casa, volare in un prato e trovare, almeno per una volta, un fiore che ci attenda e poterci posare sui suoi petali!" esclamò Lumil.
"Ma è un sogno, e solo un sogno rimarrà. Buona notte signora Luna e mi perdoni se l'ho disturbata". E così dicendo Lumil volò via.
La Luna ritornò in cielo, ma non riusciva a smettere di pensare a Lumil e al sogno delle lucciole.
Le notti passavano e il pianto di Lumil le riempiva, ma all'improvviso il pianto cessò.
Sirio, una delle stelle, andò dalla luna e le disse: "Mamma ascolta!"e la invitò a tendere l'orecchio.
"Cosa devo ascoltare?"chiese la Luna.
"Il principe triste! Questa notte il suo pianto non si sente." rispose Sirio.
"E' vero ! esclamò la Luna . Non odo il suo lamento!"
"E se gli fosse accaduto qualcosa?" aggiunse Sirio molto preoccupata. "Ti prego mamma va a vedere!"
E cosi fu. La Luna salì sul suo cocchio e andò in cerca del pozzo presso il quale aveva incontrato Lumil per la prima volta.
Quando lo ebbe trovato, si fermò e si avvicinò.
Ferme, vicino al pozzo, trovò tante lucciole e ad una di loro chiese:
"Cosa accade?"la risposta la rattristò.
"Il nostro principe si è ammalato. Era molto triste perché sapeva che i suoi giorni stavano finendo, e che non sarebbe mai riuscito a realizzare il sogno del suo popolo. E il dispiacere lo ha consumato."
La Luna rimase lì ferma ad attendere di poter vedere il principe Lumil.
Quando la vide il principe disse: "Signora Luna, come mai è ritornata?Io non ho pianto questa notte!"
"Ero preoccupata per te, ragazzo mio e volevo assicurarmi che tu stessi bene!" rispose la Luna dolcemente.
"Non deve preoccuparsi per me. Il mio tempo ormai è finito.
Raggiungerò i miei antenati con un unico rimpianto: non aver potuto realizzare il sogno del mio popolo. Spero che il prossimo principe ci riesca!"
Le forze stavano abbandonando il principe delle lucciole.
Tutto il suo popolo era preso da grande tristezza.
L'amore che le lucciole dimostravano al loro principe e la dolcezza di Lumil colpirono al cuore la Luna.
"Lumil la tua luce si spegnerà presto, questo io non posso evitarlo, ma – disse la Luna – andrai via sapendo di aver realizzato il sogno del tuo popolo. Guarda…….."
La Luna si strappò una ciglia, la prese tra le mani e la posò in terra di fianco a Lumil.
Come d'incanto dalla terra cominciarono a spuntare foglie.
Le foglie presero a germogliare, d'improvviso una gemma si schiuse e fece capolino un bel fiore giallo e fucsia.
"Ecco Lumil!Questo sarà il fiore delle lucciole, per sempre, e si chiamerà come te: Lumil, che nella lingua delle lucciole significa colui che rende bella la notte!" Lumil pianse di gioia e disse: "Grazie o luminosa Luna, sarà bella di notte per il mio popolo!"
E con tutta la forza che gli rimaneva, accese la sua lucina e volò sul suo fiore. E lì si spense felice.
Da quella notte, tante volte la Luna si è levata in cielo, ma ancora oggi quando, nelle notti d'estate guarda i prati, sorride.
Ogni notte le lucciole raggiungono le belle di notte che si schiudono solo per loro e c'è soltanto una pianta, la più bella, che non permette a nessuna lucciola di sedersi sui suoi petali e illuminarla: è la pianta nata vicino al pozzo ed è la sola che non ha bisogno di luce perché nei suoi fiori vive Lumil.

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