Racconti

Racconti (16)

Giovedì, 08 Dicembre 2016 18:18

Bruno e "a hfera i Dasà"

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Quella sera Bruno andò a dormire tutto contento subito dopo il Carosello.
L'indomani era vacanza e non c'era scuola essendo la festa dell'Immacolata, ma la cosa che lo rendeva ancor più gioioso era la fiera di Dasà.
La mamma e la nonna gli avevano promesso che ci sarebbero andati e lui non vedeva l'ora di fare quella passeggiata tanto attesa.
Aveva contato i giorni fin dal suo compleanno, il venticinque di ottobre, quando sua madre gli aveva consegnato ventimila lire e una lettera di suo padre.
Ciccio, il papà di Bruno era emigrato in Svizzera e non tornava a casa dal Natale scorso. Di solito tornava in estate giù in Calabria, ma quell'anno gli era capitato un lavoro extra ed era rimasto su a far qualche soldo in più.
D'accordo con sua madre gli avevano quindi fatto quel sostanzioso regalo di compleanno.
L'assegno era arrivato a fine settembre. Ciccio aveva preso la paga del lavoro estivo e tenendo per se solo qualcosa, triste per la lontananza, spedì un bel gruzzoletto inaspettato alla famiglia.
Maria corse subito alla posta e versò tutto nel libretto postale. Preferiva prendere i soldi poco a poco man mano che le servivano. Aveva paura a tenerli in casa e d'altronde cercava di arrangiarsi senza spendere troppo. Usava i soldi giusto per pagare le bollette e per qualche spesa inevitabile.
L'orto bastava a sfamarli e ogni volta che i suoi prendevano la pensione, le regalavano qualcosa per fare la spesa alla bottega. Il pane lo faceva in casa e comprando la farina, era più conveniente.
Bruno e sua sorella Nina erano abituati da sempre al pane duro e non facevano capricci, ma ogni tanto la mamma comprava loro il panino con la mortadella da portare a scuola.
Il pane fatto in casa, appena sfornato, d'altronde era buonissimo e ne faceva sempre una bella scorpacciata condito con l'olio o col pomodoro fresco in estate.
In paese non c'erano svaghi dopo la festa di San Rocco che movimentava un po' il paese, e il periodo autunnale era sempre quello più indaffarato per le famiglie.
Bisognava preparare la salsa per l'inverno, raccogliere gli ultimi frutti estivi e far seccare peperoncini e legumi. Chi aveva la vigna doveva prepararsi alla vendemmia e cosa più faticosa era preparare le campagne alla raccolta delle olive. Per chi come Maria, aveva i mariti emigrati, il lavoro era sicuramente più pesante e i bambini non potevano certo permettersi il lusso di far capricci e storie. Buoni buoni se ne andavano a scuola quando iniziava e in casa aiutavano come potevano. Anche sbrigare qualche piccola commissione in casa o in paese, era un grande aiuto.
Ogni volta che il papà partiva, prima di entrare nell'auto a noleggio insieme ad altri paesani, diceva sempre a Bruno: “Ora si tu l'ùamu i casa, mi raccumandu no hfare arraggiare a mamma ca pùa mu cunta e io no ti pùartu nenta. No cicculati e no caramelli”
Bruno annuiva mogio mogio e in cuor suo sentiva quel compito come una missione da portare a termine fino al prossimo ritorno di suo padre.
Ogni volta vedeva la mamma piangere seminascosta perché intorno c'era altra gente e allora anche a lui spuntavano le lacrime, ma lesto le ricacciava indietro e faceva lo scemo ridendo e scherzando col papà che lo abbracciava stretto e poi s'infilava subito in auto per non far vedere le sue di lacrime...
Tutti piangevano, ma chissà perché, tutti cercavano di nasconderlo.
Quando sua madre gli diede quelle ventimila lire, non credeva ai suoi occhi.
“Su tutti i mia?”
“E cìartu, su u rigalu mio e du papà pammu t'accatti 'ncuna cosa pe Natale. Ti servanu i scarpi e puru nu giubbotto, ca cchiù criscisti e chijiu chi hai ti va piccirijiu”.

Le madri avevano la capacità di prendere sempre due piccioni con una fava. Sapevano quello di cui avevi bisogno e facendo finta di regalarti qualcosa, sapevano fartela usare per quel che avevano previsto. Ti facevano contento e gabbato con poco, ma a dieci anni, fino ad una quarantina d'anni fa, non avevamo la malizia di oggi e ogni minima cosa ci sembrava un dono. Bastava poco a farci felici.
Bruno guardò e riguardò cento volte quei “soldi di carta” e si sentì ricco.
Mai aveva avuto un tale dono, ma quel giorno compiva dieci anni, stava diventando grande e nella lettera a lui indirizzata, suo padre gli ribadiva che doveva aver cura della famiglia mentre lui era lontano a lavorare. Le altre diecimila lire della nonna poi, lo resero euforico per tutto il giorno. Sapeva che servivano a comprare dei vestiti, ma era tanto contento di sapersi padrone di un simile dono e andò subito fuori a raccontarlo a Rocco e Franco, i suoi amici di giochi, nonché vicini di casa.
L'indomani Bruno tornò da scuola e consegnò un foglio a quadretti piegato in quattro a sua madre dicendole che era una lettera di ringraziamento per il suo papà e se gliela poteva spedire.
Maria sorrise facendo finta di nulla.
Le mamme di un tempo, stanche e sempre indaffarate, erano poco espansive e per un'innata e incomprensibile ragione, cercavano sempre di nascondere gli amorevoli sentimenti. Erano poco propense alle carezze, ma facevano di tutto per accontentarti senza darlo a vedere. Tutto sembrava casuale o peggio, dovuto e non s'aspettavano ringraziamenti.
A vederle oggi, sembrerebbero fredde, le madri calabresi di un tempo.
Piene di affanni e pensieri chiusi nel cuore e la vita scritta dalle rughe sul viso.
Capelli presto canuti e labbra senza sorriso.
Solo la rabbia sapevano sfogare...

“Nina tu si cuntenta ca jìamu a hfera?”
“Boh...si è bellu... a nanna mi dissa ca m'accatta a calia”.
I due fratellini dormivano nella stessa stanzetta. Nina era una dolce bimba di sette anni, timida e silenziosa che stava sempre attaccata a sua madre osservando con interesse tutto ciò che faceva. A questo modo aveva già imparato a rifarsi il letto, a lavare i piatti, a spazzare e lavare il pavimento e tanti altri piccoli lavoretti. Di nascosto stava facendo una bella sciarpa calda per il suo papà con la lana che le aveva acquistata la nonna quando l'estate scorsa le aveva insegnato a lavorare ai ferri. Cose semplici, dritto e rovescio, ma per la sua età era un gran bel risultato e la nonna ne era orgogliosa. Insieme, complici, avevano deciso di fare quel regalo al papà per Natale. In Svizzera faceva freddo e una bella sciarpa calda avrebbe fatto comodo.
Bruno smaniava nel letto e non riusciva a prendere sonno.
D'altronde erano ancora le nove di sera, ma sempre a quell'ora andava a letto e tutte le sere crollava stanco dopo i giochi pomeridiani in giro per il quartiere. Quella sera era molto eccitato pregustando la gita a Dasà e cercò di ricordare la fiera degli anni prima. L'anno precedente non c'erano stati per la pioggia e in cuor suo pregava che facesse bel tempo. A dir la verità in serata qualche nuvoletta c'era, ma sua madre gli aveva detto di stare tranquillo...
Lungo la strada avevano incontrato tanti altri Acquarùati che andavano a Dasà e lui si era accodato ad altri bambini a parlare di figurine. Chiacchierando, il tragitto gli sembrò breve e appena svoltata l'ultima curva, dove i rami d'ulivo dei fondi sotto la strada pendevano fino a terra, s'incominciavano ad intravedere le prime bancarelle. I cigli erano pieni di auto parcheggiate su ambo i lati e cominciava già la confusione perché alla fiera andavano anche limpidesi e dinamesi che erano più lontani e quindi usavano l'auto.
Le voci dei mercanti che urlavano "vandìando" la loro mercanzia, si confondevano tra loro ed intorno la folla di donne e bambini che guardavano tutto, s'accalcava ad ogni bancarella. Pur non dovendo acquistare nulla, la curiosità di vedere cose belle e novità, era sempre tanta per tutti. Gli uomini più che i vestiti, cercavano attrezzi da lavoro, pantaloni di fustagno e stivali, i bambini come lui s'incantavano davanti ai dolciumi di Soriano e alle bancarelle di giocattoli. Quella volta il nonno gli aveva comprato il tamburo di plastica e lui lo aveva battuto felice fino a casa prendendosi più volte i rimproveri di sua madre.
Quella notte gli tornarono alla mente molti particolari della fiera e non seppe mai se fu un sogno o veri ricordi confusi nel dormiveglia inquieto.
Vedeva bambini con le trombette rosse che suonavano gonfiando a dismisura le gote, bambine con Cicciobello ancora inscatolato; altre con lunghe trecce che chiedevano mollette e nastri. Bimbi piccoli che piangevano perchè non volevano scendere dal cavalluccio rosso di plastica con le rotelle.
Ragazze che cercavano cappotti e vestiti e mamme che pazienti stavano dietro a tutto. Poi improvviso un profumo allettante stuzzicava le narici e come un miraggio nel deserto.
Bella tra le belle, apparve la bancarella più ricca e desiderata:
quella dei dolciumi!
Un tripudio di colori invitanti danzava davanti agli occhi di Bruno e tutto sembrava animarsi ed andargli incontro.
Cavallucci di “mostazzola” col cavaliere in groppa, inscenavano un invisibile duello davanti allo sguardo languido delle dame che li osservavano dalla “cascia” ammassate all'altro pubblico incartato di fiocchi rossi e carta trasparente.
Mandorle tostate che avevano fatto lunghi viaggi, occhieggiavano stizzite dalle gote pallide du “nzujiu” e sembravano chiedersi dove fossero finite. Vassoi di “sussumelle” di cioccolato e di glassa bianca, se ne stavano in bella mostra su un drappo rosso ed ammiccavano i passanti col loro fare invitante. Ceste di fichi secchi, incartapecoriti dal forno, nascondevano al loro interno noci croccanti... e liquirizia, caramelle, coni finti...si muovevano sinuosi in una danza orientaleggiante. Più in là, sulla stessa bancarella che sembrava grandissima, mucchi spropositati di “cacao”(noccioline), “calia” (ceci) e “ossa i cucuzzara” (semi di zucca), sembravano ridere a crepapelle e facevano il tifo per l'uno o l'altro cavaliere.
Bruno ammaliato, prendeva a piene mani un po' di tutto. Riempiva le tasche di calia e cacao e mangiava uno dietro l'altro, lacci di liquirizia che gli annerivano le dita. D'improvviso si fece silenzio e intorno non c'era anima viva. Solo lui e la bancarella golosa. Più nulla.
“Mangia mangia e pua vidi cùamu ti dola a panza!”
Bruno si guardò intorno, ma non vide nessuno e continuò a mangiare.
“E ti pare ca a hfina! Basta ti dissa”
“Ohhh, ma cu si? Chi vùa?”
“Ccà, guarda ccà. O 'ndi vidi?”
Dietro il mucchio di calia abbrustolita, accatastati in diversi colori, c'erano piccole file ordinate di torroni incartati a caramella.
Bruno si stropicciò gli occhi e pensò che non potevano essere quelli a parlare.
Una fragorosa risata, lo spaventò e sussultò.
“Babbu! E chi ti pare ca mo i turruna e i mastazzola parranu? O scìamu! Ahahahahhhhhhaaahhh”

Bruno si sentì gridare e si ritrovò a terra nella sua stanzetta.
Aprì gli occhi confuso e vide sua madre che lo prendeva in braccio per rimetterlo a letto.
“Mi hfacisti u schiantu. Minasti na gridata! Mianu male ca Nina no si rivijjiau ca ancora è prìastu.”
“E' ura, ma? E' ura u jiamu a hfera?”
Chiese, tutto contento e incurante di ciò che gli era appena successo.
“O Brunu mio, u sai, quandu gridasti stava venìandu u ti chìamu io u ti dicu na cosa. U sìanti chi vìantu chi c'è? Minau forte tutta a nottata e io non mi hfitta u pijjiu suannu. Stajiu jìandu a Petrugnanu u vijiu. Armìanu chiji quattro coccia 'nta strata ajiu mu i cuàjjiu”
“E a hfera no jìamu allura?”
“O hfijjiu, si mi sbrigu prìastu, jiamu, sinnò no' ti preoccupare ca u sabbatu jìamu a Vibbu e t'accattu jà 'ncuna cosa”
Bruno si mise a piangere.
“U sapìa io. Mo tinda vai in campagna e cu sapa quandu tùarni”
Senza tante cerimonie, sua madre si alzò dal letto dove si era appoggiata.
“Oh, finiscila e dorma. Ti stai curcatu ccà o caddu e io vajiu. Ancora su i sia du matinu. Passu i jia nanna e 'nci dicu u vena ccà. Quandu tùarnu sinda parra”.
Bruno si tirò le coperte al collo e si nascose a piangere sul cuscino.
In un attimo vide sparire la gioia di passeggiare per la fiera a guardare le bancarelle, a scegliere le scarpe nuove e il nuovo giubbotto. Aveva sperato d'indossarlo all'arrivo di suo padre a Natale ed invece...il vento...ma proprio quella notte doveva “minare?” Non poteva aspettare un altro po'?
Non riuscì a prendere sonno e udì la mamma uscire e la nonna arrivare dopo poco.
Alle sette, tra gli ululati del vento, sentì la campana della chiesa, scoccare l'ora e si alzò arrabbiato.
Sua nonna stava accendendo la cucina a legna e appena lo vide gli chiese se voleva il latte.
Si sedette arrabbiato e non le diede conto. Sua nonna scaldò il latte e glielo mise davanti con dei biscotti.
“Avanti, mangia ca hai u crisci”
La nonna, sapendo il suo cruccio, cercava di sdrammatizzare per tirarlo su, ma lui rimase imbronciato a lungo e non disse una parola.
Nel frattempo si era svegliata anche Nina.
Lei non sembrava dispiaciuta per la fiera, ma per la mamma che era andata con quel vento in campagna. Si sistemò, mangiò il suo latte e si sedette accanto alla stufa coi suoi ferri, mentre la nonna preparava qualcosa da mangiare.
“Nanna no jiamu a missa?” Le chiese Nina.
“Cìartu ca jìamu. A cchija di dìaci. Intantu fazzu u sucu accussì quandu vena mammata mangiamu tutti ccà e pua sinda parra.”
“E a mamma quandu vena?”
“E pìanzu ca vena prìastu. Jìu sulu u s'adduna 'nta strata”
“E pùa jiamu a hfera?”
“Pùa vidimu”.
Bruno si era rinchiuso nella sua stanza a giocare con le figurine. Le guardava e riguardava. Le contava e le sistemava annoiato. Sdraiato sul letto ripensava al sogno della notte trascorsa e si sentiva confuso ed arrabbiato. Aveva atteso tanto quel giorno ed ora...
Alle dieci, la campana gioiosa, invitò alla messa dell'Immacolata, ma Bruno disse alla nonna che sarebbe rimasto in casa a studiare.
Non era la prima volta che restava solo e la nonna sapendo che poteva fidarsi, uscì con Nina.
In realtà Bruno aveva rimuginato il suo da fare e appena fu solo, indossò una vecchia tuta, prese un cappello e uscì a sua volta.
Fuori c'era Rocco coi pantaloni nuovi che stava andando a Dasà.
“Oh, no vìani a hfera?”
Bruno non gli rispose e filò dritto con le mani in tasca verso l'uscita del paese. Aveva deciso di andare da sua madre.

“MAAA. DUVAAA SIII?”
Il vento ancora forte, riportò l'eco della flebile voce del bambino tra gli ulivi.
Seppur arrabbiato e deluso, aveva capito che sua madre aveva le sue ragioni per andare in campagna anche in quel giorno di festa ed aveva deciso di andarla ad aiutare.
Maria, dal canto suo era uscita di casa piangendo.
Piangeva la sua sorte di moglie senza marito che doveva fare da madre e padre ai suoi figli sembrando dura anche quando non voleva; piangeva per il lavoro che mancava e che la costringeva a raccogliere olive dal padrone “a tìarzu” e senza jornati; piangeva per quel figlio arrabbiato che voleva solo un poco di svago...piangeva mentre raccoglieva le belle olive ormai mature che luccicavano come perle nere appena sgusciate. Guardando l'abbondanza che era caduta in quella notte, si rincuorò e lesta lesta cercò di raccoglierne il più possibile dalla strada pregando che non piovesse perché dopo il vento di solito arrivava la pioggia...
Sola coi suoi pensieri non badava all'ora e estraniata da tutto, non s'accorse subito del richiamo del figlio. Quando le parve di udire, pensò fosse il vento e continuò il suo lavoro.

“OH MA, AVA TRI URI CA TI CHIAMU!!!” Gridò Bruno ridendo.
“O fijjiu i bona mamma, mi hfacisti u schiantu! E chi fai ccà?”
“Vinna u t'aiutu! Forza, dai, movimundi c'avimu u jiamu a hfera!”
Maria lo abbracciò sorridendo e decise che quel figlio si meritava davvero un premio. Con la sua compagnia e il suo piccolo aiuto, raccolse quel che poté e dopo aver nascosto nella casetta, i sacchi riempiti in mattinata, decise che era ora di tornare a casa. Legarono l'ultimo e se lo caricò sulla testa.
Nella strada del ritorno, accompagnati dal vento che si andava man mano calmando, madre e figlio, chiacchierarono allegri fino a casa dove la nonna aveva preparato un bel ragù.
I nonni mai avrebbero pensato che Bruno sarebbe andato fino in campagna da sua madre. Pensavano fosse in giro a giocare e rimasero stupiti quando Maria glielo raccontò.
Pranzarono in fretta e all'una e mezza erano tutti in cammino verso Dasà. Bruno, finalmente contento, andò alla sua “hfera”, acquistò le sue belle scarpe nuove e la mamma comprò pure i torroni e le sussumelle per Natale.
Lui osservò divertito tutto e scrutò ben bene la bancarella dei dolci per vedere se qualcosa si muovesse...ma nulla.
Il duello e i torroni parlanti erano stati solamente un sogno...bello!

(Anna Maria Chiapparo 8 dicembre 2016)
Tutti i diritti riservati a norma di legge

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Martedì, 02 Settembre 2014 10:44

Pranzo con gli amici

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Durante la vita si acquistano moltissimi amici ma ognuno di questi amici e' spesso diverso dagli altri.  Io ho fatto amicizia con persone molti anni fa, chissa' quanti amici abbia fatto, certamente numerosi.  Di questi tanti amici che ho fatto durante tutti questi anni ne son rimasti due a me fedeli, e spero anche io a loro.  Uno di questi amici e' Paul Spiteri che vive a Malta.  Tanti anni fa abbiamo lavorato assieme e siamo divenuti veramente buoni amici.  Paul era ancora celibe e viveva a Melbourne.  Ha deciso di tornate a Malta dove ha sposato e formato famiglia.  Con Paul prima dell'internet ( email )corrispondevamo per via di lettere e ogni tanto qualche telefonata.  Con Paul siamo rimasti amici e ci manterniamo in contatto per mezzo dell'internet, email costantemente.

L'altro mio amico e' Sergio Stocco che vive a Cairns, Nord Queensland.  Con Sergio abbiamo fatto conoscenza quando io ero ancora molto giovane e mi trovavo al Queensland.  Sergio era anche lui della mia eta'.   Da giovani a Babinda nel Queensland con Sergio eravamo quasi sempre assieme.  Conoscevo bene anche la sua famiglia, i suoi genitori e le due sue sorelle piu' piccole di lui.  Quasi tutti i venerdi' sera giocavamo a carte a casa dei genitori di Sergio.  Era soltanto un gioco per divertimento che si, si giocava a soldi ma una somma abbastanza minima.  Con Sergio dopo qualche tempo avevamo perso contatto ma recentemente ne ho ricevuto un messaggio dalla sorella di Sergio che mi chiedeva se io ero il Pietro Carnovale, l'amico di suo fratello.  Graziella, la sorella di Sergio tramite parenti che vivono a Trieste ha saputo che nel sistema dell'internet c'era un Pietro Carnovale che ha vissuto a Cairns, in Queensland.   I parenti che vivono a Trieste hanno letto un mio post che ho caricato nel blog di questo sito un po' di anni fa.  Con Sergio abbiamo adesso reacquistato il contatto e l'amicizia e sia lui, come pure io ne siamo rimasti molto contenti e l'amicizia continua viva e sincera.

Qui a Melbourne siamo tanti paesani.  Ci salutiamo con tutti ma l'amicizia intima e' sincera e' difficile coltivarla senonche' due persone si rispettano sinceramente senza invidia, senza rancore, senza sentimenti di superiorita', senza critica ma volersi bene, capirsi, essere generosi, pazienti, calmi e piu' che altro rispettarsi a vicenda.  

I miei due cari amici che spesso andiamo a pranzo assieme con il nostro gruppo di uomini.  A volte andiamo anche a cena dove naturalmente partecipano anche le nostre signore.  Con me sono Giuseppe Comito alla mia sinistra e Francesco Luzza.    Pietro Carnovale.  

 

Martedì, 28 Gennaio 2014 06:06

Viantu e Alivi

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Quandu cojjiamu alivi a mercujjianu

Spissu di notte minava u viantu 

Patrima ndi rivijjiava adunu, adunu

Pemmu scappamu viarzu all'oluvari

 

Tanti arrami pendianu nta strata

L'alivi cadianu a rande quantita'

E pecchi' era ancora scuru fittu

Patrima jia avanti cu a lanterna

 

I dui suaru rande seguianu cu a scupa

Scanzandu alivi all'argini da strata

Chistu si facia pecchi' a gianti

Avianu u vannu puru o sua lavuru

 

Nceranu speciarmente ciarti omani

Cu li scarpuna cu attacci di fiarru

Cu nna pedata i chiji supa alivi

Nda potianu marcicare a no finire

 

Quandu njiornava alivi si cojjianu

E li mentiamu inta a lu panaru

Duapu ca cista era bella e china

Ntesta si carrijiava a lu zzimbuni

 

Era assai fatigatu i chiji tiampi

Picciriji e rande tutti si lavurava

Ca puazzu dira l'uajjiu supa a pitta

Muarti di friddu e scazi ndu sudamme.

 

 







Sabato, 15 Giugno 2013 06:16

Piccolo Mondo

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Io e' ormai da tanti anni che sono un frequentatore di facebook. Durante questo tempo sono venuto a conoscenza di tanti paesani che vivono in differenti posti in giro al mondo.

Tempo fa ho deciso di creare un blog (gruppo) di quelli che portano il cognome come me, CARNOVALE. Il gruppo e' stato creato particolarmente per i Carnovale ma se persone con differente cognome vorrebbero fare parte sono certamente benevenuti. Al momento il gruppo contiene 105 partecipanti. Un numero di questi e' da diverse parti d'Italia, un caro amico e' direttamente da Acquaro, un'altra splendida e cara signora e' da Limpidi ma vive con la sua famiglia a Nicotera, Calabria. Un vasto numero e' dall'Argentina e un paio dall'America, USA. Ci sta un uomo che mi ha fatto tanto piacere conoscerlo, non perche' e' piu' favorito degli altri ma perche' io e lui ne abbiamo tanto in comune.

Il nome di questo signore e' Domenico (Mimmo) Carnovale e vive sposato con la sua famiglia a Belo Horizonte, in Brasile. Mimmo mi ha detto che i suoi genitori erano ambedue da Acquaro ma lui anche se ha visitato il paese tante volte era nato fuori da Acquaro. Suo padre, Francesco Carnovale faceva il Carabiniere e prestava servizio in altri paesi della Calabria. Il padre di Mimmo, Francesco ha poi sposato Mariantonia Imeneo, figlia di Francesco Imeneo e Raffaella De Nardo. Francesco Imeneo aveva perso un braccio durante la guerra 15-18 e gestiva il tabbacchino in Via Amello, assieme al tabbacchino gestiva anche la cantina dove gli uomini giocavano a carte a padrone e sotto e bevevano il vino, spesse volte non tanto sincero.

Io conoscevo bene la famiglia Imeneo perché la mia famiglia abitava a meno di cento metri di distanza dal tabbacchino. Era una famiglia numerosa ma io conoscevo quelli piu' piccoli perche' i figli piu' grandi erano fuori per studi, apprendistato o lavoro. Conoscevo pero' i tre piu' piccoli come Rosina, Pina e Umberto, conoscevo se di meno anche Raffaele.

I genitori di Mimmo hanno vissuto in diversi posti come il servizio di carabiniere richiedeva. Credo Mimmo ha frequentato l'universita' a Torino.

Passano gli anni. Spesso si estende la lontananza e poi, ad un bel punto si prova il grande piacere, la grande soddisfazione di reincontrarsi, di condividere storielle e fatti dal passato con gli stessi sentimenti, con le stesse radici, provando lo stesso straordinario orgoglio.

Grazie a facebook e alle tecnologie moderne per fare questi incontri possibile.

Martedì, 28 Maggio 2013 07:18

GLI OLEIFICI

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Nella foto vecchie ruote che servivano a macinare le ulive per fare l'olio.

Ricordo alla mia epoca che per ben piu' di tre mesi ogni anno durante l'inverno quasi tutta la comunita' del nostro paese era continuamente impegnata con la raccolta delle ulive.

La maggior parte del paese era circondato di uliveti. Cerano delle zone dove i rami delle piante di ulivi secolari si estendevano sopra la strada. Tante volte durante la notte soffiava il vento e causava una grande cascata di ulive. I nostri genitori si preparavano di buon'ora e provvisti di lanterne e scope e col buio andavano portando anche i figli per allontanare con le scope le ulive dal centro della strada verso l'orlo. Questo si faceva in modo che la gente che passava per la strada per andare in campagna non le schiacciasse. Piu' tardi, quando faceva giorno le ulive accanto la strada si raccoglievano mettendoli nei panieri.

A quei tempi non ci stavano tante comodita' o altri mezzi che ci sono adesso. Le ulive si raccoglievano a mano, con le dita, uno per uno. Si riempiva il paniere ed il contenuto si metteva in una cesta (coppareja). Le povere donne poi portavano le ceste sulla testa pieni di ulive all'oleificio accululandoli in un posto (u zzimbuni) fino a che non veniva il proprio turno di macinarle e fare l'olio. Spesse volte le donne dovevano fare piu' d'un viaggio al giorno. Specialmente per le donne erano tempi assai difficili. La donna d'allora aveva tante altre faccende. Doveva cucinare per la famiglia, doveva andare al fiume per lavare i panni, doveva badare ai figli, specialmente se erano ancora piccoli, doveva prepararsi la legna per quando doveva fare il pane in casa. La donna di allora non credo trovava un minuto di svago. Con tutto cio', quella donna cosi' tenace non si lamentava.

Per la macinatura delle ulive per fare l'olio, a quei tempi ci stavano undici oleifici. In Via IV Novembre ce ne stavano due, quello dei Comito (1) e un cento metri andando verso Salandria sulla sinistra c'era quello di Domenicantonio Colaci (2). A circa cento metri dalla chiesa Matrice andando verso Manetta c'era quello di Nicola Crupi (3). In Via Oleifici ne stavano tre. Il primo era prossimamente come si scendeva dalla strada Provinciale che di come ricordo io non era funzionante (4). Circa 200 metri piu' avanti era quello del Dottore Calcaterra (5) e ancora piu' avanti andando per Semiatoli, prima di arrivare ad Annasi ne stava un'altro che era gestito da tre o piu' soci (6). Dall'altro lato del fiume, dopo il ponte, al posto chiamato Serra c'era l'oleificio che era una volta dell'avvocato Calcaterra e dopo del Dottore Pasquale Stramandinoli (7). Ritornando verso il paese in Via Ortenzia, a i Poteja era quello di Cesarelli (8). Naturalmente, prima du Cannale era l'oleificio della famiglia Galati (9). A Santo Nicola, contrada vicinio Limpidi c'era l'oleificio che era di Don Pietro David (10) e non tanto lontano tornando verso Acquaro a Savoca' c'era quello di Domenico Crupi che ad un tempo a merito della famiglia Galati ha fatto anche il sindaco (11). Tranne tre di questi oleifici gli altri erano pienamente funzionanti.

Ricordo quando mia madre faceva il pane in casa. Dopo che il forno era riscaldato, per primo faceva "a pitta", una specie di focaccia. Capitava a volte che quando mia madre faceva il pane e al frantoio si macinavano le ulive e si faceva l'olio, mia madre mandava me o una delle mie sorelle a portare due o piu' pitte al frantoio. Arrivando la che non era tanto lontano, le pitte erano ancora calde. Queste pitte si innaffiavano con quell'olio fresco, di colore verde e direttamente dal tino, si metteva sopra un po' di peperone piccante macinato e sembrava che era davvero un mangiare squisito.

Tempi duri, tempi di vita semplice, tempi abbastanza primitivi, tempi che ci hanno insegnato a vivere.

Martedì, 13 Dicembre 2011 11:29

Gli amici non si abbandonano mai (Paulo Coelho)

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Un uomo, il suo cavallo ed il suo cane camminavano lungo una strada.
Mentre passavano vicino ad un albero gigantesco, un fulmine li colpì, uccidendoli all'istante.
Ma il viandante non si accorse di aver lasciato questo mondo e continuò a camminare, accompagnato dai suoi animali.
A volte, i morti impiegano qualche tempo per rendersi conto della loro nuova condizione...
Il cammino era molto lungo; dovevano salire una collina, il sole picchiava forte ed erano sudati e assetati.
A una curva della strada, videro un portone magnifico, di marmo, che conduceva a una piazza pavimentata con blocchi d'oro, al centro della quale s'innalzava una fontana da cui sgorgava dell'acqua cristallina.
Il viandante si rivolse all'uomo che sorvegliava l'entrata.
- "Buongiorno"
- "Buongiorno" rispose il guardiano.
- "Che luogo è mai questo, tanto bello?"
- "E' il cielo"
- "Che bello essere arrivati in cielo, abbiamo tanta sete!"
- "Puoi entrare e bere a volontà".
Il guardiano indicò la fontana.
- "Anche il mio cavallo ed il mio cane hanno sete"
- "Mi dispiace molto", disse il guardiano, "ma qui non è permesso l'entrata agli animali".
L'uomo fu molto deluso: la sua sete era grande, ma non avrebbe mai bevuto da solo.
Ringraziò il guardiano e proseguì. Dopo avere camminato a lungo su per la collina, il viandante e gli animali giunsero in un luogo il cui ingresso era costituito da una vecchia porta, che si apriva su un sentiero di terra battuta, fiancheggiato da alberi.
All'ombra di uno di essi era sdraiato un uomo che portava un cappello; probabilmente era addormentato.
- "Buongiorno" disse il viandante.
L'uomo fece un cenno con il capo.
- "Io, il mio cavallo ed il mio cane abbiamo molta sete".
- "C'è una fonte fra quei massi", disse l'uomo, indicando il luogo, e aggiunse:
- "Potete bere a volontà".
L'uomo, il cavallo ed il cane si avvicinarono alla fonte e si dissetarono.
Il viandante andò a ringraziare.
- "Tornate quando volete", rispose l'uomo.
- "A proposito, come si chiama questo posto?"
- " CIELO."
- "Cielo? Ma il guardiano del portone di marmo ha detto che il cielo era quello là!"
- "Quello non è il cielo, è l'inferno".
Il viandante rimase perplesso.
- "Dovreste proibire loro di utilizzare il vostro nome! Di certo, questa falsa informazione causa grandi confusioni!"
- "Assolutamente no. In realtà, ci fanno un grande favore. Perché là si fermano tutti quelli che non esitano ad abbandonare i loro migliori amici..." rispose il guardiano.
Non abbandonare mai i tuoi veri amici perchè:
Trovare un Amico è una Grazia,
Avere un Amico è un Regalo,
Conservare un Amico è una Virtù,
Essere Tuo Amico! è un Onore!!!

Sabato, 03 Dicembre 2011 23:06

La leggenda della stella di natale

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Era la vigilia di Natale,

in fondo alla cappella, Lola, una piccola messicana, in lacrime pregava:
"Per favore Dio mio, aiutami! Come protrò dimostrare al bambino Gesù che lo amo? Non ho niente, neanche un fiore da mettere a piedi del suo presepe."
D'un colpo apparve una bellissima luce e Lola vide apparire accanto a lei il suo angelo custode.
"Gesù sa che lo ami, Lola, lui sa quello che fai per gli altri. Raccogli solo qualche fiore sul bordo della strada e portalo qui." disse l'angelo.
"Ma sono delle cattive erbe, quelle che si trovano sul bordo della strada." rispose la bambina.
"Non sono erbe cattive, sono solo piante che l'uomo non ha ancora scoperto quello che Dio desidera farne." disse l'angelo con un sorriso .
Lola uscì e qualche minuto più tardi entrò nella cappella con in braccio un mazzo di verdure che depositò con rispetto davanti al presepe in mezzo ai fiori che gli altri abitanti del villaggio avevano portato. Poco dopo nella cappella si senti un breve sussurro, le erbe cattive portate da Lola si erano trasformate in bellissimi fiori rossi, rosso fuoco.
Da quel giorno le stelle di Natale in Messico sono chiamate "Flores de la Noce Buena", fiori della Santa Notte ♥
Nel 1825 Joel Poinsett, ambasciatore americano in Messico, riportò in America semi di Stelle di Natale e le fece conoscere in tutto il mondo.

Martedì, 23 Agosto 2011 17:03

La leggenda della Bella di notte

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Una leggenda racconta che...

Una notte, tanto tempo fa, un pianto lungo e sommesso si aggiungeva ai rumori dell'oscurità. Questo pianto si ripeté a lungo, finché la Luna decise di trovarne la fonte.
A lungo girò intorno a tutto il pianeta e, quando aveva ormai perso del tutto le speranze, lo scorse.
Un piccolo punto luminoso: era da lì che proveniva il pianto.
La Luna scese dal suo cocchio e si avvicinò.
Accanto ad un pozzo, ai margini del bosco, era seduta una lucciola. "Chi sei tu? E perché rattristi con il tuo pianto tutte le mie stelle? " chiese la Luna. La lucciola spaventata alzò gli occhi e rimase stupita nel vedere il suo interlocutore.
Allora disse: "Deve scusarmi, signora Luna, non volevo mettere tristezza alle sue stelle!"
"Io sono Lumil, il principe delle lucciole!"
"Perché piangi principe Lumil?" chiese la luna.
"Si avvicina la primavera e il mio popolo comincerà a vagare per i prati e i giardini, per illuminare le calde notti" disse Lumil "Ma noi non troveremo nessuna corolla dischiusa ad attenderci. Solo tanto verde!"
"E qual è il problema? " chiese la Luna. "Il tuo popolo, da quando è stato creato, è sempre stato il popolo della notte! Voi avete un ruolo importante: dovete illuminare, come me e le stelle, le notti degli alberi".
"E questo compito ci onora !" rispose Lumil. "Ma, vede signora Luna, c'è un sogno che ogni lucciola ha da quando nasce: io questo sogno lo faccio da sempre!"
"E qual è questo sogno?" chiese la Luna.
"Uscire dalla nostra casa, volare in un prato e trovare, almeno per una volta, un fiore che ci attenda e poterci posare sui suoi petali!" esclamò Lumil.
"Ma è un sogno, e solo un sogno rimarrà. Buona notte signora Luna e mi perdoni se l'ho disturbata". E così dicendo Lumil volò via.
La Luna ritornò in cielo, ma non riusciva a smettere di pensare a Lumil e al sogno delle lucciole.
Le notti passavano e il pianto di Lumil le riempiva, ma all'improvviso il pianto cessò.
Sirio, una delle stelle, andò dalla luna e le disse: "Mamma ascolta!"e la invitò a tendere l'orecchio.
"Cosa devo ascoltare?"chiese la Luna.
"Il principe triste! Questa notte il suo pianto non si sente." rispose Sirio.
"E' vero ! esclamò la Luna . Non odo il suo lamento!"
"E se gli fosse accaduto qualcosa?" aggiunse Sirio molto preoccupata. "Ti prego mamma va a vedere!"
E cosi fu. La Luna salì sul suo cocchio e andò in cerca del pozzo presso il quale aveva incontrato Lumil per la prima volta.
Quando lo ebbe trovato, si fermò e si avvicinò.
Ferme, vicino al pozzo, trovò tante lucciole e ad una di loro chiese:
"Cosa accade?"la risposta la rattristò.
"Il nostro principe si è ammalato. Era molto triste perché sapeva che i suoi giorni stavano finendo, e che non sarebbe mai riuscito a realizzare il sogno del suo popolo. E il dispiacere lo ha consumato."
La Luna rimase lì ferma ad attendere di poter vedere il principe Lumil.
Quando la vide il principe disse: "Signora Luna, come mai è ritornata?Io non ho pianto questa notte!"
"Ero preoccupata per te, ragazzo mio e volevo assicurarmi che tu stessi bene!" rispose la Luna dolcemente.
"Non deve preoccuparsi per me. Il mio tempo ormai è finito.
Raggiungerò i miei antenati con un unico rimpianto: non aver potuto realizzare il sogno del mio popolo. Spero che il prossimo principe ci riesca!"
Le forze stavano abbandonando il principe delle lucciole.
Tutto il suo popolo era preso da grande tristezza.
L'amore che le lucciole dimostravano al loro principe e la dolcezza di Lumil colpirono al cuore la Luna.
"Lumil la tua luce si spegnerà presto, questo io non posso evitarlo, ma – disse la Luna – andrai via sapendo di aver realizzato il sogno del tuo popolo. Guarda…….."
La Luna si strappò una ciglia, la prese tra le mani e la posò in terra di fianco a Lumil.
Come d'incanto dalla terra cominciarono a spuntare foglie.
Le foglie presero a germogliare, d'improvviso una gemma si schiuse e fece capolino un bel fiore giallo e fucsia.
"Ecco Lumil!Questo sarà il fiore delle lucciole, per sempre, e si chiamerà come te: Lumil, che nella lingua delle lucciole significa colui che rende bella la notte!" Lumil pianse di gioia e disse: "Grazie o luminosa Luna, sarà bella di notte per il mio popolo!"
E con tutta la forza che gli rimaneva, accese la sua lucina e volò sul suo fiore. E lì si spense felice.
Da quella notte, tante volte la Luna si è levata in cielo, ma ancora oggi quando, nelle notti d'estate guarda i prati, sorride.
Ogni notte le lucciole raggiungono le belle di notte che si schiudono solo per loro e c'è soltanto una pianta, la più bella, che non permette a nessuna lucciola di sedersi sui suoi petali e illuminarla: è la pianta nata vicino al pozzo ed è la sola che non ha bisogno di luce perché nei suoi fiori vive Lumil.

Giovedì, 18 Agosto 2011 11:15

IL LONTANO PASSATO

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Quandu mi criscia io eramu arriadu

E di studenti si nda vidia puacu

Ma educaziuni ndaviamu quasi tutti

Rispiattu a tutti allura portavamu

Quandu a Vibo c'eranu i vacanzi

E li studenti tornavanu o pajisi

I salutavi si nci passavi davanti

Ti rispundianu: "Io parlo italiano, no calabrisi"

Atri giuvanuatti i chiji tiampi

Jianu u s'imparanu n'arti o nu mistiari

Scarparu, sartu, barviari o muraturi

E mastri avianu u nci portanu u rigalu

Tandu di abitanti eramu assai

Fuarzi aviamu passatu i cincumila

Vigni, uarti, angri eranu tutti curtivati

Jiandu ncampagna si facia la fila

Mo u pajisi assai diminuiu

Pe nna parti o l'atra ognunu jiu

Dassamme Acquaru pe lavuru mu trovamu

Pero' nto cuari sempe lu tenimu.

Venerdì, 08 Luglio 2011 08:01

I due vasi cinesi

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( Racconto ZEN )

Un'anziana donna cinese aveva due grandi vasi, ciascuno sospeso all'estremità di un palo che lei portava sulle spalle.
Uno dei vasi aveva una crepa, mentre l'altro era perfetto, ed era sempre pieno d'acqua alla fine della lunga camminata dal ruscello a casa, mentre quello crepato arrivava mezzo vuoto. Per due anni interi andò avanti così, con la donna che portava a casa solo un vaso e mezzo d'acqua.
Naturalmente, il vaso perfetto era orgoglioso dei propri risultati. Ma il povero vaso crepato si vergognava del proprio difetto, ed era avvilito di saper fare solo la metà di ciò per cui era stato fatto.
Dopo due anni che si rendeva conto del proprio amaro fallimento, un giorno parlò alla donna lungo il cammino: "Mi vergogno di me stesso, perché questa crepa nel mio fianco fa sì che l'acqua fuoriesca lungo tutta la strada verso la vostra casa".
La vecchia sorrise: " Ti sei accorto che ci sono dei fiori dalla tua parte del sentiero, ma non dalla parte dell'altro vaso? E' perché io ho sempre saputo del tuo difetto, perciò ho piantato semi di fiori dal tuo lato del sentiero ed ogni giorno, mentre tornavamo, tu li innaffiavi.
Per due anni ho potuto raccogliere quei bei fiori per decorare la tavola. Se tu non fossi stato come sei, non avrei avuto quelle bellezze per ingentilire la casa".
Ognuno di noi ha il proprio specifico difetto. Ma sono la crepa e il difetto che ognuno ha a far sì che la nostra convivenza sia interessante e gratificante. Bisogna prendere ciascuno per quello che è e vedere ciò che c'è di buono in lui.

Tina Cerasino - 30.06.2011

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