Riflessioni

Riflessioni (39)

Venerdì, 10 Febbraio 2017 17:45

U tripodìajiu arraggiatu

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Ironicamente, ma neanche troppo...

 

C'era na vota, 'nta nu focularu,
nu tripodiajiu nigru e arruggiatu
ca na matina si rivijjiau tutt'arraggiatu.

“Non cià hfazzu cchiù! 
Na suppùartu sta cundanna!
Prima m'arrustanu, puà mi rifriscano
cu nu catu d'acqua 'njelata, 
pùa mi jettanu a na ripata.
Si mi va bbona mi dassano
'nta cinnari cunzumata.
Ma u sapiti chi vi dicu?
Tri gambi 'l'ajiu e minda vajiu!”

A hfiancu c'era nu pignatiajiu
chi gujjiìa chianu chianu
e mìanzu addormentato,
'nci domandau:

“E duva tinda vai, 
puru ca i gambi l'hai?”

“No sacciu e no tu dicu!
Pemmò su trùappu arraggiatu.
Ti pare giustu, 
c'hajiu u suppùartu a chistu? 
Ijiu sta assettatu cùamu
nu baruni 'mpistunatu
ed io su tuttu 'mbunnatu!”

“Chi vorrissi dira?”

Rispundiu u puzzunìattu,
quasi 'nto gujjire.

“Puru io su nigru e ammaccatu.
Mi votanu, mi giranu 
e mi mettanu i latu.”

“Ma chi vai dicìandu?
A vui vi pijjianu, vi votanu, 
vi giranu, vi lavanu puliti puliti
e vi posanu sistemati.
Ammìa mi jettanu 
cùamu mi trùavu trùavu
ammìanzu a surici e hfolijini
hfilati e sapiti chi vi dicu?
Vùajjiu cchiù rispìattu!
Sugnu io chi ti tìagnu, puzzunìattu!”

“Ohhh...e chi ti vinna?
Stamatina cummìa ta pijjiasti?
Cerca u stai ccittu e mutu,
ca si sulu nu tripùadi arruggiatu,
mancu u m'ìari nu rrè 'ncurunatu!”

U tripodiajiu si ccittìu 
quietu e penzerusu...

“Quasi, quasi, 'nci hfazzu
nu partusu e u divacu, accussì
c'abbascìanu l'ali a stu 'mbriacu.”

Tutti si ccittiru muti muti e
mentre a hfiamma s'arrìdia 
zzumpìandu, u pignatiajiu
jìa penzandu...

“E chi mi vinna a mmia cu sti dui!
Vorrìa u dùarmu e no pùazzu hfare,
vorrìa u gridu e no pùazzu parrare.
Sti dui scìami su cumbinti, ca sulu iji
hannu i chi hfare.
Avìanu raggiuni a ggìanti antichi: 
i guai da pignata, i sapa 
a cucchiara chi manijia.
Sulu ijia, cummara mia,
u sapa cùamu mi sìantu.
M'inchìanu sempa 
di ciciari e suriaca
e rujjiu pe tutta a jornata!”

Si rivijjiau u zzuccu
mianzu cunzumatu e nu gridu minau
pe tuttu u vicinatu:

“O povaru io a chi mani capitai!
Su tuttu vruscìatu!”

Anna M. Chiapparo

(Tutti i diritti riservati)

Giovedì, 18 Dicembre 2014 09:02

ACQUARO ED IL FUTURO

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Venerdì, 04 Ottobre 2013 23:44

Una vergogna a colori

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Ennesimo scempio, ennesima disgrazia, ennesime polemiche, ennesimi martiri...

Martiri moderni, senza palma in mano.

Non stringono nulla in quelle mani se non un pizzico di speranza, di sogni invisibili che spesso naufragano nell'indifferenza di noi tutti, nella nostra rabbia, nei nostri aiuti stanchi, nel tempo che scorre rassegnato, nella furia del mare capriccioso che sembra voler accogliere tra le sue onde quei relitti umani bistrattati da tutti.

Abbiamo negli occhi le solite scene.

Simili a macchie di petrolio che s'allargano nel mare, le carrette ondeggiano inquiete sotto il peso scomposto che sono costrette a portare. Vacillano incerte come zattere alla deriva pronte a sfasciarsi su scogli minacciosi.

Miracolosamente alcune arrivano a riva, ma quante non toccheranno mai terra?

Quanti mai visti arrivare, giacciono nel mare?

E non c'è più il nero della pelle bruciata dal sole.

Non ci sono bianchi sorrisi di bimbi felici, ne canzoni di mamme bambine che cullano neonati scarni.

La vergogna di oggi è multicolore.

Ha il colore dell'azzurro del cielo, del mare, delle barche anonime che galleggiano stanche.

Ha il colore sgargiante delle associazioni di aiuto. Giallo, rosso, arancione, verde, bianco...

E poi ci sono i colori oro ed argento delle coperte termiche...

il blu, il verde militare, il nero...teli cupi che coprono corpi inermi.

Che celano visi stanchi, giovani, maschili, femminili, bambini...

Celano morte.

Celano grida d'aiuto smorzate dalle onde. Bracciate infinite aggrappate al nulla. Celano corpi intrisi d'acqua.

Sembra un assurdo destino aver vissuto in zone desertiche per una vita e morire d'acqua, nell'acqua.

La vergogna di oggi è multicolore.

Ha il colore della nostra bandiera, di quella dei paesi natii che non li hanno saputi amare, ha il colore delle magliette indossate, di jeans scoloriti, di veli leggeri che svolazzano tre le onde...

Ha il colore della gioventù piena di speranze, di sogni, di mondi nuovi dove vivere liberi e sereni.

Poveri, magari, ma sereni. Soli al mondo, ma finalmente sereni. Vivi.

Ha il colore del sole caldo che non riscalda più, di deserti infiniti, di zoccoli consumati, di camicie a quadri...

Ha il colore della normalità, della vita.

Sono uomini.Sono esseri umani come noi che parlano, ridono, cantano, sognano, sperano, amano, piangono...

Hanno figli, genitori, fratelli, nonni che non rivedranno mai più. Scappano.

Corrono via il più lontano possibile, da un mondo falso, fatto di gentaglia che sa solo sparare, uccidere, calpestare, derubare, violentare. Corrono incontro al futuro, in cerca di un possibile futuro che in realtà si frantuma sui nostri scogli e si arena sulle nostre spiagge.

E non solo con la morte, ma anche vivendo.

Erranti, clandestini, schedati, numerati come un qualsiasi pacco postale, come fardelli ingombranti che s'ammassano in magazzini chiusi a chiave. Custoditi come merce rara o forse avariata in attesa di essere portata al macero.

E' una vergogna a colori, quest'ennesima tragedia. Vergogna colorata d'ipocrisia, di strumentalismo, di pietismo velato, di mimetiche impolverate che operano lontano dalle coste.

E' una vergogna permettere sbarchi clandestini e partire con attrezzate e potenti navi a fare missioni di pace.

La bandiera della pace ha i colori dell'arcobaleno, quella ONU è azzurra, come il cielo e il mare della speranza ...

(Anna M. C.)

Sabato, 28 Settembre 2013 18:02

Riflessioni

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Stare da soli con se stessi, chiudendo tutto fuori è un grande esercizio per il corpo e sopratutto per l'anima.

Ritrovi te stesso e capisci che non ha senso rinunciare alle piccole, grandi cose per cui hai lottato, ai tuoi sogni, alle piccole gioie che nascono anche dal nulla...

Vivere. Questo ha un senso e vivere bene con se stessi è una grande battaglia vinta, se capisci che in fondo hai tutto ciò di cui hai bisogno.

(Anna C.)

Sabato, 28 Settembre 2013 17:36

Riprendiamoci la nostra vita

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Chi non ricorda, anche per studiato a scuola o per sentito dire, le bottegucce allineate nelle vie dei paesi o dei quartieri delle grandi città, degli artigiani locali? Le insegne, spesso anch'esse fatte a mano in ferro battuto, legno intagliato o semplicemente col marchio verniciato...un semplice cartello con scritto a penna: calzolaio, sarto, orafo...Profumo d'altri tempi, quando ci si soffermava sull'uscio a chiacchierare e fumare una sigaretta spettegolando del più e del meno. L'odore del pane appena sfornato per l'aria, misto a quello dei dolci in bella vista nelle vetrine.Le porte spalancate nelle giornate di sole e i vetri appannati negli inverni più rigidi che invitavano ad entrare nel calduccio accogliente, anche solo a salutare. Tutto sembrava più buono, più genuino, più rispettato, perchè fatto con amore. C'era tempo per tutto ed anche il tempo sembrava scorrere più lentamente scandendo le ore silenzioso. Dal falegname c'era odore di legno piallato e i trucioli disegnavano riccioli incolti sul pavimento usurato. Dal calzolaio, l'odore della pelle delle scarpe si mischiava a quello del mastice. Gli attrezzi ordinati in bella vista o messi casualmente sul banchetto quasi sempre rotondo, sembravano animati, parlavano di vita con le scarpe risuolate per farle durare molto ancora. C'era il fabbro con la sua brace rovente, coi suoi ferri arrugginiti, con l'incudine pesante e il martello noioso che batteva incessante tutto il giorno...le grida festose dei bimbi per strada che rincorrevano un pallone, che giocavano a nscondino.Figli di tutto il quartiere, nipoti di tutti. Una grande famiglia che divideva gioie e dolori...

Torniamo ad oggi. Gli scaffali dei mega store americani ci hanno attratti coi loro colori sgargianti e pian, piano ci hanno inglomerati dentro i loro barattoli, pacchi, bottiglie di mille nomi diversi. Ci hanno illusi ed ammaliati fino a farci fare Km per trovare un dato prodotto a prezzo minore. Camminiamo con le liste della spesa su foglietti o memorizzate sul telefono.I più moderni sull'ipad...siamo storditi dalle mille offerte giornaliere e bersagliati a raffica dalle pubblicità. Siamo diventati consumisti incalliti di prodotti anche superflui che non sappiamo nemmeno da dove arrivano. Mangiamo prodotti confezionati chissà dove e da chi. Chissà che viaggi fanno per arrivare a noi! E lasciamo fare, ci scervelliamo a cercare il buono, pur sapendo che in questo mondo ovunque inquinato, ormai poco di buono c'è, oppure ci rassegnamo al prezzo minore, in nome della crisi senza sapere cosa metteremo nel piatto a pranzo. Sicuramente conservanti ed additivi e poco di cosa crediamo essere.

Abbiamo aperto le porte alle cineserie di poco prezzo e man, mano i conti diventano salati sulla nostra pelle, sulla nostra salute.

Abbiamo perso la magia del tempo in cui tutto sapeva di pulito e ci siamo incamminati sul viale spoglio del non ritorno in nome del consumismo. Siamo peggio dei robot.Loro sono macchine, ferraglia, noi cosa siamo diventati?

Ecco, forse fermarci almeno a meditare un po' potrebbe servire a svegliarci dal torpore.Magari sognare il miracolo del Natale che verrà... Penso che non sia mai troppo tardi. Torniamo allora a pensare a quei profumi, a quei ricordi, a quei tempi, non con semplice nostalgia, ma con rabbia! Rabbia per aver perso per sempre qualcosa di bello e semplice che non abbiamo saputo custodire. Cominciamo a spegnere nella nostra mente, i neon fastidiosi delle fredde insegne che ci circondano, le pubblicità spesso inquietanti e perverse che mirano al lavaggio del nostro cervello, al richiamo degli scaffali stracolmi di merce, alla roba firmata che salassa gli stipendi. Rilassiamo la mente staccando la spina alle assordanti discoteche, rifugio dell'io inquieto che ne esce sempre più sconfitto. Puliamo l'aria dai gas tossici che l'avvelenano e cerchiamo i profumi genuini del nostro passato. Torniamo alle bottegucce di paese calde di vita e poesia. Torniamo al fatto a mano col cuore invece che al made in China in serie da piccole mani che lavorano incessanti in nome di un mercato sempre più invadente. Riprendiamoci la nostra vita prima che venga risucchiata da un freddo mega store!

Chiapparo Anna Maria 2012(tutti i diritti riservati)

Sabato, 15 Giugno 2013 11:35

Riflessioni

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"L'amicizia è un dono immenso da coltivare ogni giorno nel giardino rigoglioso della vita!"

Questa frase l'ho pubblicata qualche anno fa su un famoso sito on-line di aforismi. Da allora sta facendo il giro del web. La ritrovo in blog, forum e link su Fb. La cosa non può farmi altro che piacere, ma oggi la riscriverei aggiustandola meglio.

"L'amicizia è un dono immenso da coltivare ogni giorno nel giardino rigoglioso della vita, ma spesso siamo pigri giardinieri senza voglia di lavorare il nostro giardino."

Quando finisce un'amicizia, la cosa che fa più male, è la constatazione che hai aperto il tuo cuore, la parte più segreta di te, a quella persona. Dobbiamo imparare ad essere sempre più gelosi del nostro essere e una vocina mi sussurra che bisogna pur imparare a diventare un poco più egoisti e pensare a curare meglio noi stessi, piuttosto che gli altri. Spesso riponiamo fiducia a prescindere, ma facilmente, nulla è come appare. Comunque anche questo fa parte del gioco ed aiuta a maturare.

La frase che mi porto dietro da anni, rispecchia tutto questo. L'avevo fatta mia, ma non si finisce mai d'imparare anche se per fortuna aumentano gli anticorpi...

"Conoscere un nome non significa conoscere un uomo. L'uomo sta nascosto in fondo, dentro il suo nome e le sue azioni e quasi sempre vive solo e in segreto."

Mercoledì, 20 Febbraio 2013 14:36

Quando la politica si affida solo ai proclami

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È la formula magica che ci è capitato di ascoltare più frequentemente in questi giorni di campagna elettorale, da tutti i pulpiti da cui vi è stata una "predica": «Il bene del territorio». Bene, ovvero cosa giusta, corretta, ineccepibile dal punto di vista morale, per un territorio, quello della Calabria, della provincia di Vibo e dell'Alto Mesima, periferia di quest’ultima, più nel dettaglio, che ne avrebbe veramente bisogno ma che non si vede. Altrimenti non si spiegherebbe lo stato di abbandono in cui il territorio, quello dell’Alto Mesima in particolare, versa da anni, accelerato in maniera smisurata negli ultimi tempi da una non più velata tendenza, volontariamente portata a compimento, all’estinzione dei centri che vi fanno parte. Perché sconvenienti, antieconomici, indegni dall’investirvi risorse e utili soltanto al momento del voto, da dare, però con l’occhio rivolto al «bene del territorio». E poco importa se, passata l’euforia preelettorale, il bene, per questo territorio, si traduce inevitabilmente in un’azione volta esclusivamente a "stancare" la gente che vi vive, ed a spingerla a "scappare" per altri lidi, certamente più allettanti politicamente ed economicamente che non dei piccoli paesini insignificanti, dove pure la gente paga le tasse, per vedersi, ogni giorno di più, ridurre i servizi. Meno scuole, meno ospedali, meno uffici, tutti spostati in luoghi più centrali ed opportuni dal punto di vista economico. Perché da queste parti il compito dei cittadini è solo quello di pagare le tasse ed andare a votare quando è il momento. Non hanno diritto alla salute, all’istruzione, a strade degne di questo nome, ad occasioni di lavoro e di sviluppo. A meno di avere santi in paradiso. Non hanno diritto ad avere diritto, perché sono antieconomici e perché, comunque, quando è il momento alle urne ci andranno. Questo è l’importante. E poco importa se i figli di questo territorio, di questa Calabria che tutti vantano di conoscere meglio degli altri, siano costretti, ancora nel 2013, a seguire le orme che furono dei loro padri e dei loro nonni, facendo le valige ed andando a cercar fortuna, in Australia, magari, o in Canada. Tutto uguale a cinquant’anni fa, tranne la valigia che non è più di cartone. Solo che siamo nel 2013 e, di «bene del territorio» in tutti questi anni, come "u pilu" di "Cetto", ne è stato propinato a fiumi. A vagonate. Solo a parole, però. E lo dicono i fatti. Sicuramente non condividiamo l’antipolitica fine a se stessa. è inopportuna, non produce effetti. Però, se questa negli ultimi tempi è imperante e travalica i più alti livelli mai raggiunti, non basta semplicemente criticarla da tutti i pulpiti. Occorrerebbe chiedersi perché essa è imperante. Occorrerebbe chiedersi: «Io amo davvero il territorio?» e, se si «se, come me, l’hanno amato quelli che mi hanno preceduto e, al momento del voto, lo hanno detto ad altri cittadini che hanno preceduto gli attuali, perché è tutto fermo a 50 anni fa?». Fatevi queste domande e datevi voi stessi la risposta.

Valerio Colaci

Calabria Ora del 12 febbraio 2012

Lunedì, 18 Febbraio 2013 12:20

Il museo del dialetto di Dasà

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Metti la nostra bella terra piena di cultura antica. Metti un paesino dell'entroterra Vibonese dal nome piccolo, piccolo: Dasà, dal greco "dasòs" che sta ad indicare luogo di boschi, posto alberato. Metti l'emigrazione che pian, piano ha portato via molti dei suoi figli, riducendo gli abitanti a circa 1500 anime. Metti una serata tra amici, una chiacchierata nella bella piazza del paese, la nostalgia del passato e del suo vivere povero, ma genuino; i cari ricordi di un tempo che fu e la voglia insistente di far rivivere in qulche modo quei tempi come a voler mettere non un sigillo polveroso, bensì una lente d'ingrandimento proiettata al futuro, per non dimenticare...

Nasce così l'idea del "Museo del dialetto di Dasà".

La caparbietà di un gruppo di amici e la fattiva collaborazione di quasi tutto il paese che generosamente ha donato i vecchi cimeli di famiglia facendoli rivivere, piuttosto che tenerli nascosti in cantine e bassi (catuaji) polverosi. Il prestito di alcuni, ancora attaccati ai vecchi ricordi e restii a separarsene, hanno dato vita ad un piccolo mondo antico che rivive silenzioso all'interno del centro abitato.

Vi entri e ti si apre davanti la realtà contadina del passato coi suoi attrezzi di lavoro efficienti perchè usati con passione e soprattutto per necessità di sopravvivenza.

Ritrovi testimonianze silenziose che ti portano a riflettere sull'ingegno dell'uomo che da sempre ha usato la sua intelligenza e la forza del suo corpo per andare avanti.

Nell'era del cemento armato e delle costruzioni antisismiche ti senti piccolo, piccolo, davanti ai rudimentali mattoni di argilla, plasmati a mano dal fango e misti a paglia (briasti) ad uno, ad uno e fatti seccare al sole per costruire le antiche dimore.

T'incanti davanti alla maestria di chi ha costruito ed usato gli imponenti torchi e le antiche macine del mulino, ma anche davanti ai semplici, ma indispensabili arnesi, piccoli, piccoli, che polverosi, e dimenticati, giacciono sul banchetto del calzolaio (scarparu), che ti sembra di rivedere nella sua botteguccia nel "catuajiu" (basso) saturo dell'acre odore di mastice, con la porta aperta sulla strada a far due chiacchiere col passante di turno.

Nelle ciotole e i mortai del farmacista (u speziale) che usava i prodotti della natura e le erbe officinali contro i malanni comuni, mentre le nonne toglievano il malocchio ai nipoti con "formule magiche" e preghiere segrete...

Or ti par d'udire un borbottio sommesso che viene da un'altra stanza. Odore di fumo acre che sale su per il camino acceso. Rivedi vecchie pentole e pignate messe al fuoco, acceso con fascine di frasche di ulivo e di "bruvera" (erica selvatica) trasportate dalle donne, sulla testa, e messe sotto, nel "catuajiu" al riparo della pioggia, vicino alla catasta di "zzucchi" (ceppi grossi), pronti all'uso.

Ecco la casa del contadino, dell'uomo umile che ha, avendo una casa e un pezzo di terra, il suo immane tesoro.

Casa antica di briasti con "catuajiu"

Casa povera fatta di "briasti" e tetto di tegole, ma riparo e rifugio dopo un duro giorno di lavoro. E' la sera, infatti che sembra vivere, la stanca e silenziosa dimora che aspetta impaziente il ritorno dei suoi abitanti dal lavoro nei campi.

Dopo cena al tenue bagliore di "una lumera" (lume ad olio) finalmente un po' di riposo a riscaldarsi davanti "o vrasciari" (braciere) dove la moglie ha raccolto le ultime braci del fuoco "du focularu" (camino) usato per cucinare.
Una pulita e un'ingrassata alle scarpe da lavoro.Una breve chiacchierata con la moglie, fumando una sigaretta fatta con la cartina e il tabacco, mentre lei lavora ai ferri o tesse al telaio la grezza trama della ginestra o il pi

Lunedì, 20 Agosto 2012 10:45

Francesco Galati

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Ieri, domenica, 19 agosto mentre in Acquaro si festeggiava San Rocco a Melbourne si spegneva il nostro caro amico e paesano, Francesco Galati. Francesco tra paesani era conosciuto come "Cicciu i Mastru Brunu" e aveva sposato a Nina Carnovale conosciuta come "A figghia i Pascale i Padeia" che a quei tempi la famiglia di Nina abitava a Via 4 Novembre.Francesco era una bravissima persona ed era stimato e rispettato dai paesani e da quelli che lo conoscevano. Francesco era anche un bravissimo musicista che ha imparato la musica sotto la direzione del Professore Giuseppe Ierfone tanti anni fa. Francesco suonava il suo adorato flauto con tanta passione e da professionista. Ha suonato per tanti anni nella Banda Bellini, una nota Banda qui a Melbourne e molto conosciuta dalla comunita' italiana.Francesco lascia la moglie Nina, le figlie Lina, Giulietta e Brunella assieme le loro famiglie.

Sabato, 07 Aprile 2012 16:42

Pasqua in Calabria, una delle festività più sentite

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La religiosità in Calabria, ancora molto presente specie nei paesi, è certo uno dei motivi del successo delle festività pasquali tra i calabresi. La Pasqua è il periodo in cui si organizzano diverse manifestazioni folcloristiche che affondano le proprie radici nella tradizione pre-cristiana e spesso questa commistione tra il sacro e profano, è evidente nelle rappresentazioni della Crocifissione del Venerdì Santo, in alcune zone unite alle celebrazioni della Via Crucis.

In Calabria quasi ogni paese organizza una manifestazione pasquale secondo le usanze del posto; in tutti i paesi si svolgono processioni, veglie di preghiera e la benedizione dei sepolcri, ma ciò che attira maggiormente cittadini e turisti, sono le feste popolari.

Molte delle tradizioni calabresi legate alla Pasqua sono imperniate sulle statue processionali: solitamente viene portata in spalla la statua della Madonna Addolorata, ma a Briatico(Vibo Valentia), così come in altri posti della Calabria, viene portata in solenne processione la Vara, una sorta di portantina che rappresenta la bara del Cristo morto; la processione è preceduta da un compaesano in tunica che porta una pesante croce di legno sulle spalle. A Satriano (CZ), invece, questa parte della cerimonia vede la presenza non del Cristo bensì del Cireneo, che trascina la croce tra due ali di folla che prega e suona le "Traccette", strumenti di musica popolare in legno.

A Cerchiara di Calabria (CS) ad essere portata in spalla dai fedeli è la statua di San Giovanni Evangelista, preceduta dall'esposizione di un gallo vivo, simbolo pagano di forza e rigogliosità.

A Vazzano (VV) i protagonisti del corteo pasquale sono i frati membri della locale congregazione, che per l'occasione indossano una corona di spine e si incatenano le mani, mentre i fedeli disegnano il loro percorso tenendo in mano torce accese realizzate con fiori raccolti in montagna.

Il rito della fiaccolata di Pasqua è presente anche nella tradizione di Pizzo Calabro (VV), dove si porta in processione la statua della Madonna Addolorata che, simbolicamente, si reca al sepolcro del Figlio.

La rappresentazione della vicenda evangelica attraverso le statue in Calabria trova l'espressione più caratteristica nella cosiddetta "Affruntata", cerimonia tipica di alcuni comuni della provincia di Vibo; l'Affruntata (o Affrontata) consiste nel portare in solenne processione le statue di Gesù, di San Giovanni e della Madonna, quest'ultima coperta da un velo nero in segno di lutto. Le statue vengono avvicinate e riallontanate più volte al fine di riprodurre l'episodio dell'annuncio della Resurrezione di Cristo, comunicata dall'apostolo Giovanni a Maria che con lui si precipitò al sepolcro. Questi movimenti, piuttosto semplici, sono provati a lungo nei giorni precedenti per far sì che tutto proceda per il meglio: a complicare le cose, però, c'è la diffusa usanza di velocizzare i movimenti ad ogni ripetizione. Le statue sono piuttosto pesanti e la ressa tutta attorno non rende agevoli gli spostamenti, specie se repentini: ma se qualcosa va storto, ciò sarà interpretato dalla cittadinanza come un cattivo presagio.
Portare le statue, nell'Affruntata o nelle normali processioni di Pasqua, è un onore a cui i calabresi tengono molto; è facile immaginare come l'assegnazione dei pochi posti disponibili sia, nei paesi, motivo di forte competizione. In alcuni casi, onde evitare un insuccesso con quanto ne consegue, gli organizzatori prediligono criteri fisici: altezza, robustezza e gioventù. Molto più spesso, però, entrano in gioco altri "parametri". Talvolta a fare da portantini ai Santi sono esponenti di famiglie importanti nel paese e questo è solo uno dei tanti privilegi acquisiti nel tempo e tramandati da generazioni.

Originale, poi, ciò che succede a Sambiase, presso Lamezia Terme, dove ogni statua è portata da rappresentati di una categoria sociale: Gesù nella vara dai religiosi, Gesù nell'orto dai contadini, Gesù alla colonna dai muratori, Gesù con la corona di spine dai barbieri, il Crocifisso dai falegnami e San Giovanni dagli impiegati.

L'auto-flagellazione, invece, è alla base del più noto rito pasquale in Calabria, i Vattienti (o Battenti) di Nocera Terinese (CZ), si tratta di uomini con le gambe scoperte che si percuotono con violenza le cosce fino a sanguinare copiosamente inondando le strade e gli spazi antistanti le porte delle case con il loro sangue. Per far aumentare il sanguinamento si flagellano con uno strumento chiamato "cardo", costruito con sughero e pezzi di vetro tagliente. Lo spettacolo che ne scaturisce non è adatto a tutti e può facilmente impressionare i più piccoli, ma è di certo una delle tradizioni pasquali calabresi più conosciute.

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