Anna Maria Chiapparo

Anna Maria Chiapparo

Venerdì, 10 Febbraio 2017 17:45

U tripodìajiu arraggiatu

 

Ironicamente, ma neanche troppo...

 

C'era na vota, 'nta nu focularu,
nu tripodiajiu nigru e arruggiatu
ca na matina si rivijjiau tutt'arraggiatu.

“Non cià hfazzu cchiù! 
Na suppùartu sta cundanna!
Prima m'arrustanu, puà mi rifriscano
cu nu catu d'acqua 'njelata, 
pùa mi jettanu a na ripata.
Si mi va bbona mi dassano
'nta cinnari cunzumata.
Ma u sapiti chi vi dicu?
Tri gambi 'l'ajiu e minda vajiu!”

A hfiancu c'era nu pignatiajiu
chi gujjiìa chianu chianu
e mìanzu addormentato,
'nci domandau:

“E duva tinda vai, 
puru ca i gambi l'hai?”

“No sacciu e no tu dicu!
Pemmò su trùappu arraggiatu.
Ti pare giustu, 
c'hajiu u suppùartu a chistu? 
Ijiu sta assettatu cùamu
nu baruni 'mpistunatu
ed io su tuttu 'mbunnatu!”

“Chi vorrissi dira?”

Rispundiu u puzzunìattu,
quasi 'nto gujjire.

“Puru io su nigru e ammaccatu.
Mi votanu, mi giranu 
e mi mettanu i latu.”

“Ma chi vai dicìandu?
A vui vi pijjianu, vi votanu, 
vi giranu, vi lavanu puliti puliti
e vi posanu sistemati.
Ammìa mi jettanu 
cùamu mi trùavu trùavu
ammìanzu a surici e hfolijini
hfilati e sapiti chi vi dicu?
Vùajjiu cchiù rispìattu!
Sugnu io chi ti tìagnu, puzzunìattu!”

“Ohhh...e chi ti vinna?
Stamatina cummìa ta pijjiasti?
Cerca u stai ccittu e mutu,
ca si sulu nu tripùadi arruggiatu,
mancu u m'ìari nu rrè 'ncurunatu!”

U tripodiajiu si ccittìu 
quietu e penzerusu...

“Quasi, quasi, 'nci hfazzu
nu partusu e u divacu, accussì
c'abbascìanu l'ali a stu 'mbriacu.”

Tutti si ccittiru muti muti e
mentre a hfiamma s'arrìdia 
zzumpìandu, u pignatiajiu
jìa penzandu...

“E chi mi vinna a mmia cu sti dui!
Vorrìa u dùarmu e no pùazzu hfare,
vorrìa u gridu e no pùazzu parrare.
Sti dui scìami su cumbinti, ca sulu iji
hannu i chi hfare.
Avìanu raggiuni a ggìanti antichi: 
i guai da pignata, i sapa 
a cucchiara chi manijia.
Sulu ijia, cummara mia,
u sapa cùamu mi sìantu.
M'inchìanu sempa 
di ciciari e suriaca
e rujjiu pe tutta a jornata!”

Si rivijjiau u zzuccu
mianzu cunzumatu e nu gridu minau
pe tuttu u vicinatu:

“O povaru io a chi mani capitai!
Su tuttu vruscìatu!”

Anna M. Chiapparo

(Tutti i diritti riservati)

Giovedì, 08 Dicembre 2016 18:18

Bruno e "a hfera i Dasà"

Quella sera Bruno andò a dormire tutto contento subito dopo il Carosello.
L'indomani era vacanza e non c'era scuola essendo la festa dell'Immacolata, ma la cosa che lo rendeva ancor più gioioso era la fiera di Dasà.
La mamma e la nonna gli avevano promesso che ci sarebbero andati e lui non vedeva l'ora di fare quella passeggiata tanto attesa.
Aveva contato i giorni fin dal suo compleanno, il venticinque di ottobre, quando sua madre gli aveva consegnato ventimila lire e una lettera di suo padre.
Ciccio, il papà di Bruno era emigrato in Svizzera e non tornava a casa dal Natale scorso. Di solito tornava in estate giù in Calabria, ma quell'anno gli era capitato un lavoro extra ed era rimasto su a far qualche soldo in più.
D'accordo con sua madre gli avevano quindi fatto quel sostanzioso regalo di compleanno.
L'assegno era arrivato a fine settembre. Ciccio aveva preso la paga del lavoro estivo e tenendo per se solo qualcosa, triste per la lontananza, spedì un bel gruzzoletto inaspettato alla famiglia.
Maria corse subito alla posta e versò tutto nel libretto postale. Preferiva prendere i soldi poco a poco man mano che le servivano. Aveva paura a tenerli in casa e d'altronde cercava di arrangiarsi senza spendere troppo. Usava i soldi giusto per pagare le bollette e per qualche spesa inevitabile.
L'orto bastava a sfamarli e ogni volta che i suoi prendevano la pensione, le regalavano qualcosa per fare la spesa alla bottega. Il pane lo faceva in casa e comprando la farina, era più conveniente.
Bruno e sua sorella Nina erano abituati da sempre al pane duro e non facevano capricci, ma ogni tanto la mamma comprava loro il panino con la mortadella da portare a scuola.
Il pane fatto in casa, appena sfornato, d'altronde era buonissimo e ne faceva sempre una bella scorpacciata condito con l'olio o col pomodoro fresco in estate.
In paese non c'erano svaghi dopo la festa di San Rocco che movimentava un po' il paese, e il periodo autunnale era sempre quello più indaffarato per le famiglie.
Bisognava preparare la salsa per l'inverno, raccogliere gli ultimi frutti estivi e far seccare peperoncini e legumi. Chi aveva la vigna doveva prepararsi alla vendemmia e cosa più faticosa era preparare le campagne alla raccolta delle olive. Per chi come Maria, aveva i mariti emigrati, il lavoro era sicuramente più pesante e i bambini non potevano certo permettersi il lusso di far capricci e storie. Buoni buoni se ne andavano a scuola quando iniziava e in casa aiutavano come potevano. Anche sbrigare qualche piccola commissione in casa o in paese, era un grande aiuto.
Ogni volta che il papà partiva, prima di entrare nell'auto a noleggio insieme ad altri paesani, diceva sempre a Bruno: “Ora si tu l'ùamu i casa, mi raccumandu no hfare arraggiare a mamma ca pùa mu cunta e io no ti pùartu nenta. No cicculati e no caramelli”
Bruno annuiva mogio mogio e in cuor suo sentiva quel compito come una missione da portare a termine fino al prossimo ritorno di suo padre.
Ogni volta vedeva la mamma piangere seminascosta perché intorno c'era altra gente e allora anche a lui spuntavano le lacrime, ma lesto le ricacciava indietro e faceva lo scemo ridendo e scherzando col papà che lo abbracciava stretto e poi s'infilava subito in auto per non far vedere le sue di lacrime...
Tutti piangevano, ma chissà perché, tutti cercavano di nasconderlo.
Quando sua madre gli diede quelle ventimila lire, non credeva ai suoi occhi.
“Su tutti i mia?”
“E cìartu, su u rigalu mio e du papà pammu t'accatti 'ncuna cosa pe Natale. Ti servanu i scarpi e puru nu giubbotto, ca cchiù criscisti e chijiu chi hai ti va piccirijiu”.

Le madri avevano la capacità di prendere sempre due piccioni con una fava. Sapevano quello di cui avevi bisogno e facendo finta di regalarti qualcosa, sapevano fartela usare per quel che avevano previsto. Ti facevano contento e gabbato con poco, ma a dieci anni, fino ad una quarantina d'anni fa, non avevamo la malizia di oggi e ogni minima cosa ci sembrava un dono. Bastava poco a farci felici.
Bruno guardò e riguardò cento volte quei “soldi di carta” e si sentì ricco.
Mai aveva avuto un tale dono, ma quel giorno compiva dieci anni, stava diventando grande e nella lettera a lui indirizzata, suo padre gli ribadiva che doveva aver cura della famiglia mentre lui era lontano a lavorare. Le altre diecimila lire della nonna poi, lo resero euforico per tutto il giorno. Sapeva che servivano a comprare dei vestiti, ma era tanto contento di sapersi padrone di un simile dono e andò subito fuori a raccontarlo a Rocco e Franco, i suoi amici di giochi, nonché vicini di casa.
L'indomani Bruno tornò da scuola e consegnò un foglio a quadretti piegato in quattro a sua madre dicendole che era una lettera di ringraziamento per il suo papà e se gliela poteva spedire.
Maria sorrise facendo finta di nulla.
Le mamme di un tempo, stanche e sempre indaffarate, erano poco espansive e per un'innata e incomprensibile ragione, cercavano sempre di nascondere gli amorevoli sentimenti. Erano poco propense alle carezze, ma facevano di tutto per accontentarti senza darlo a vedere. Tutto sembrava casuale o peggio, dovuto e non s'aspettavano ringraziamenti.
A vederle oggi, sembrerebbero fredde, le madri calabresi di un tempo.
Piene di affanni e pensieri chiusi nel cuore e la vita scritta dalle rughe sul viso.
Capelli presto canuti e labbra senza sorriso.
Solo la rabbia sapevano sfogare...

“Nina tu si cuntenta ca jìamu a hfera?”
“Boh...si è bellu... a nanna mi dissa ca m'accatta a calia”.
I due fratellini dormivano nella stessa stanzetta. Nina era una dolce bimba di sette anni, timida e silenziosa che stava sempre attaccata a sua madre osservando con interesse tutto ciò che faceva. A questo modo aveva già imparato a rifarsi il letto, a lavare i piatti, a spazzare e lavare il pavimento e tanti altri piccoli lavoretti. Di nascosto stava facendo una bella sciarpa calda per il suo papà con la lana che le aveva acquistata la nonna quando l'estate scorsa le aveva insegnato a lavorare ai ferri. Cose semplici, dritto e rovescio, ma per la sua età era un gran bel risultato e la nonna ne era orgogliosa. Insieme, complici, avevano deciso di fare quel regalo al papà per Natale. In Svizzera faceva freddo e una bella sciarpa calda avrebbe fatto comodo.
Bruno smaniava nel letto e non riusciva a prendere sonno.
D'altronde erano ancora le nove di sera, ma sempre a quell'ora andava a letto e tutte le sere crollava stanco dopo i giochi pomeridiani in giro per il quartiere. Quella sera era molto eccitato pregustando la gita a Dasà e cercò di ricordare la fiera degli anni prima. L'anno precedente non c'erano stati per la pioggia e in cuor suo pregava che facesse bel tempo. A dir la verità in serata qualche nuvoletta c'era, ma sua madre gli aveva detto di stare tranquillo...
Lungo la strada avevano incontrato tanti altri Acquarùati che andavano a Dasà e lui si era accodato ad altri bambini a parlare di figurine. Chiacchierando, il tragitto gli sembrò breve e appena svoltata l'ultima curva, dove i rami d'ulivo dei fondi sotto la strada pendevano fino a terra, s'incominciavano ad intravedere le prime bancarelle. I cigli erano pieni di auto parcheggiate su ambo i lati e cominciava già la confusione perché alla fiera andavano anche limpidesi e dinamesi che erano più lontani e quindi usavano l'auto.
Le voci dei mercanti che urlavano "vandìando" la loro mercanzia, si confondevano tra loro ed intorno la folla di donne e bambini che guardavano tutto, s'accalcava ad ogni bancarella. Pur non dovendo acquistare nulla, la curiosità di vedere cose belle e novità, era sempre tanta per tutti. Gli uomini più che i vestiti, cercavano attrezzi da lavoro, pantaloni di fustagno e stivali, i bambini come lui s'incantavano davanti ai dolciumi di Soriano e alle bancarelle di giocattoli. Quella volta il nonno gli aveva comprato il tamburo di plastica e lui lo aveva battuto felice fino a casa prendendosi più volte i rimproveri di sua madre.
Quella notte gli tornarono alla mente molti particolari della fiera e non seppe mai se fu un sogno o veri ricordi confusi nel dormiveglia inquieto.
Vedeva bambini con le trombette rosse che suonavano gonfiando a dismisura le gote, bambine con Cicciobello ancora inscatolato; altre con lunghe trecce che chiedevano mollette e nastri. Bimbi piccoli che piangevano perchè non volevano scendere dal cavalluccio rosso di plastica con le rotelle.
Ragazze che cercavano cappotti e vestiti e mamme che pazienti stavano dietro a tutto. Poi improvviso un profumo allettante stuzzicava le narici e come un miraggio nel deserto.
Bella tra le belle, apparve la bancarella più ricca e desiderata:
quella dei dolciumi!
Un tripudio di colori invitanti danzava davanti agli occhi di Bruno e tutto sembrava animarsi ed andargli incontro.
Cavallucci di “mostazzola” col cavaliere in groppa, inscenavano un invisibile duello davanti allo sguardo languido delle dame che li osservavano dalla “cascia” ammassate all'altro pubblico incartato di fiocchi rossi e carta trasparente.
Mandorle tostate che avevano fatto lunghi viaggi, occhieggiavano stizzite dalle gote pallide du “nzujiu” e sembravano chiedersi dove fossero finite. Vassoi di “sussumelle” di cioccolato e di glassa bianca, se ne stavano in bella mostra su un drappo rosso ed ammiccavano i passanti col loro fare invitante. Ceste di fichi secchi, incartapecoriti dal forno, nascondevano al loro interno noci croccanti... e liquirizia, caramelle, coni finti...si muovevano sinuosi in una danza orientaleggiante. Più in là, sulla stessa bancarella che sembrava grandissima, mucchi spropositati di “cacao”(noccioline), “calia” (ceci) e “ossa i cucuzzara” (semi di zucca), sembravano ridere a crepapelle e facevano il tifo per l'uno o l'altro cavaliere.
Bruno ammaliato, prendeva a piene mani un po' di tutto. Riempiva le tasche di calia e cacao e mangiava uno dietro l'altro, lacci di liquirizia che gli annerivano le dita. D'improvviso si fece silenzio e intorno non c'era anima viva. Solo lui e la bancarella golosa. Più nulla.
“Mangia mangia e pua vidi cùamu ti dola a panza!”
Bruno si guardò intorno, ma non vide nessuno e continuò a mangiare.
“E ti pare ca a hfina! Basta ti dissa”
“Ohhh, ma cu si? Chi vùa?”
“Ccà, guarda ccà. O 'ndi vidi?”
Dietro il mucchio di calia abbrustolita, accatastati in diversi colori, c'erano piccole file ordinate di torroni incartati a caramella.
Bruno si stropicciò gli occhi e pensò che non potevano essere quelli a parlare.
Una fragorosa risata, lo spaventò e sussultò.
“Babbu! E chi ti pare ca mo i turruna e i mastazzola parranu? O scìamu! Ahahahahhhhhhaaahhh”

Bruno si sentì gridare e si ritrovò a terra nella sua stanzetta.
Aprì gli occhi confuso e vide sua madre che lo prendeva in braccio per rimetterlo a letto.
“Mi hfacisti u schiantu. Minasti na gridata! Mianu male ca Nina no si rivijjiau ca ancora è prìastu.”
“E' ura, ma? E' ura u jiamu a hfera?”
Chiese, tutto contento e incurante di ciò che gli era appena successo.
“O Brunu mio, u sai, quandu gridasti stava venìandu u ti chìamu io u ti dicu na cosa. U sìanti chi vìantu chi c'è? Minau forte tutta a nottata e io non mi hfitta u pijjiu suannu. Stajiu jìandu a Petrugnanu u vijiu. Armìanu chiji quattro coccia 'nta strata ajiu mu i cuàjjiu”
“E a hfera no jìamu allura?”
“O hfijjiu, si mi sbrigu prìastu, jiamu, sinnò no' ti preoccupare ca u sabbatu jìamu a Vibbu e t'accattu jà 'ncuna cosa”
Bruno si mise a piangere.
“U sapìa io. Mo tinda vai in campagna e cu sapa quandu tùarni”
Senza tante cerimonie, sua madre si alzò dal letto dove si era appoggiata.
“Oh, finiscila e dorma. Ti stai curcatu ccà o caddu e io vajiu. Ancora su i sia du matinu. Passu i jia nanna e 'nci dicu u vena ccà. Quandu tùarnu sinda parra”.
Bruno si tirò le coperte al collo e si nascose a piangere sul cuscino.
In un attimo vide sparire la gioia di passeggiare per la fiera a guardare le bancarelle, a scegliere le scarpe nuove e il nuovo giubbotto. Aveva sperato d'indossarlo all'arrivo di suo padre a Natale ed invece...il vento...ma proprio quella notte doveva “minare?” Non poteva aspettare un altro po'?
Non riuscì a prendere sonno e udì la mamma uscire e la nonna arrivare dopo poco.
Alle sette, tra gli ululati del vento, sentì la campana della chiesa, scoccare l'ora e si alzò arrabbiato.
Sua nonna stava accendendo la cucina a legna e appena lo vide gli chiese se voleva il latte.
Si sedette arrabbiato e non le diede conto. Sua nonna scaldò il latte e glielo mise davanti con dei biscotti.
“Avanti, mangia ca hai u crisci”
La nonna, sapendo il suo cruccio, cercava di sdrammatizzare per tirarlo su, ma lui rimase imbronciato a lungo e non disse una parola.
Nel frattempo si era svegliata anche Nina.
Lei non sembrava dispiaciuta per la fiera, ma per la mamma che era andata con quel vento in campagna. Si sistemò, mangiò il suo latte e si sedette accanto alla stufa coi suoi ferri, mentre la nonna preparava qualcosa da mangiare.
“Nanna no jiamu a missa?” Le chiese Nina.
“Cìartu ca jìamu. A cchija di dìaci. Intantu fazzu u sucu accussì quandu vena mammata mangiamu tutti ccà e pua sinda parra.”
“E a mamma quandu vena?”
“E pìanzu ca vena prìastu. Jìu sulu u s'adduna 'nta strata”
“E pùa jiamu a hfera?”
“Pùa vidimu”.
Bruno si era rinchiuso nella sua stanza a giocare con le figurine. Le guardava e riguardava. Le contava e le sistemava annoiato. Sdraiato sul letto ripensava al sogno della notte trascorsa e si sentiva confuso ed arrabbiato. Aveva atteso tanto quel giorno ed ora...
Alle dieci, la campana gioiosa, invitò alla messa dell'Immacolata, ma Bruno disse alla nonna che sarebbe rimasto in casa a studiare.
Non era la prima volta che restava solo e la nonna sapendo che poteva fidarsi, uscì con Nina.
In realtà Bruno aveva rimuginato il suo da fare e appena fu solo, indossò una vecchia tuta, prese un cappello e uscì a sua volta.
Fuori c'era Rocco coi pantaloni nuovi che stava andando a Dasà.
“Oh, no vìani a hfera?”
Bruno non gli rispose e filò dritto con le mani in tasca verso l'uscita del paese. Aveva deciso di andare da sua madre.

“MAAA. DUVAAA SIII?”
Il vento ancora forte, riportò l'eco della flebile voce del bambino tra gli ulivi.
Seppur arrabbiato e deluso, aveva capito che sua madre aveva le sue ragioni per andare in campagna anche in quel giorno di festa ed aveva deciso di andarla ad aiutare.
Maria, dal canto suo era uscita di casa piangendo.
Piangeva la sua sorte di moglie senza marito che doveva fare da madre e padre ai suoi figli sembrando dura anche quando non voleva; piangeva per il lavoro che mancava e che la costringeva a raccogliere olive dal padrone “a tìarzu” e senza jornati; piangeva per quel figlio arrabbiato che voleva solo un poco di svago...piangeva mentre raccoglieva le belle olive ormai mature che luccicavano come perle nere appena sgusciate. Guardando l'abbondanza che era caduta in quella notte, si rincuorò e lesta lesta cercò di raccoglierne il più possibile dalla strada pregando che non piovesse perché dopo il vento di solito arrivava la pioggia...
Sola coi suoi pensieri non badava all'ora e estraniata da tutto, non s'accorse subito del richiamo del figlio. Quando le parve di udire, pensò fosse il vento e continuò il suo lavoro.

“OH MA, AVA TRI URI CA TI CHIAMU!!!” Gridò Bruno ridendo.
“O fijjiu i bona mamma, mi hfacisti u schiantu! E chi fai ccà?”
“Vinna u t'aiutu! Forza, dai, movimundi c'avimu u jiamu a hfera!”
Maria lo abbracciò sorridendo e decise che quel figlio si meritava davvero un premio. Con la sua compagnia e il suo piccolo aiuto, raccolse quel che poté e dopo aver nascosto nella casetta, i sacchi riempiti in mattinata, decise che era ora di tornare a casa. Legarono l'ultimo e se lo caricò sulla testa.
Nella strada del ritorno, accompagnati dal vento che si andava man mano calmando, madre e figlio, chiacchierarono allegri fino a casa dove la nonna aveva preparato un bel ragù.
I nonni mai avrebbero pensato che Bruno sarebbe andato fino in campagna da sua madre. Pensavano fosse in giro a giocare e rimasero stupiti quando Maria glielo raccontò.
Pranzarono in fretta e all'una e mezza erano tutti in cammino verso Dasà. Bruno, finalmente contento, andò alla sua “hfera”, acquistò le sue belle scarpe nuove e la mamma comprò pure i torroni e le sussumelle per Natale.
Lui osservò divertito tutto e scrutò ben bene la bancarella dei dolci per vedere se qualcosa si muovesse...ma nulla.
Il duello e i torroni parlanti erano stati solamente un sogno...bello!

(Anna Maria Chiapparo 8 dicembre 2016)
Tutti i diritti riservati a norma di legge

https://www.facebook.com/pg/Annamariachiapparo/photos/?tab=album&album_id=581403765317687

Mercoledì, 30 Novembre 2016 22:29

Quest' autunno



D' eterna primavera 
sa quest'autunno
eppure gli alberi 
han scrollato le foglie.
Tappeti multicolori 
su viali assolati.
E quando a sera 
spuntano le stelle,
le conto una ad una 
senza veli di nubi curiose.
Rose e ginestre adornano 
ancora ringhiere.
Verrà Natale,
verrà il freddo?
Dolce autunno 
rimani nel cuore,
scrigno di profumi
e ricordi lontani.
Non è tempo questo mio, 
di nenie e balocchi.
Nel silenzio mi rivedo
accanto al focolare
di scintille scoppiettante
e la voglia di tepore
scalda ancora,
come allora.

Anna M. Chiapparo

(Poesia selezionata e pubblicata nell'antologia del Premio Merini 2016 - Catanzaro)

Martedì, 22 Marzo 2016 22:33

Attimi

Come farfalle tristi
Nell'ora del declino
Pietre annerite dal sole
Del primo mattino
Attimi rubati al tempo
Di quell'età vissuta
Tra gesti usuali
Di vita passata
E s'ode un canto 
Che accarezza
le imposte e l'uscio varca
Poi lentamente scende
I gradini sconnessi
Tornerà messer silenzio
A regnare sovrano
Tra quelle antiche stanze
Che sanno di pianto

 

Anna M. Chiapparo

Foto dal web)

https://www.facebook.com/Ricordi-e-Profumi-di-Calabria-437578559700209/

Domenica, 03 Gennaio 2016 22:39

La mia terra (Calabria)

La mia terra danza nel mare

e canta nel vento

Insegue stelle da regalare

come gemme preziose

a giovani spose

Raccoglie profumi e mesce essenze

in notti insonni di vetuste presenze

La mia terra geme solitaria

quando scompare la luna

e greve culla l’anima ribelle

Accarezza capi di orfani fieri

Raccoglie preci e desideri

Conforta vedove in ogni dove

Ascolta silente serenate d’amore

Tra anfratti, boschi e diroccati manieri

cela  ninfe ed avi guerrieri

Maestosa s’inchina ad antichi cavalieri

La mia terra è uno scrigno prezioso

di tesori nascosti da coltri pesanti

che lacerano l’aria 

con grida incessanti

La mia terra è un aratro 

dai solchi profondi

semina grano e raccoglie pane 

lenisce ferite lasciate dalle frane

Rimane mesta e dolente a meditare

sulla sorte, sempre più impotente

La mia terra muore di una lenta agonia

quando un suo figlio parte e va via

 

(Anna M. Chiapparo)

 

 

Poesia selezionata e pubblicata nella rispettiva antologia nel concorso "Il Federiciano 2015"

Mercoledì, 01 Aprile 2015 22:43

U gridu da 'Ndolurata

 

Fijju aduratu 
di tutti abbandunatu,
‘ntisa dira da cundanna mentre
era ‘nta capanna duva ti criscivi
e ti cuntava ogni spanna.
Duva patrita piallava 
mentre ti parrava.
Ti cìarcu fijjiu e non ti truavu.
Dimmi duva si, fijju aduratu
di lu cìalu mandatu.

Non aju cchiù lacrimi né suspira.
Non mi cridia ca accussì, jia a finira.
Viju aggìanti chi fujianu cuntianti
mu ti vidanu passare, o fijju
chi fini ti ficìaru fari!

Eccu, ti viju, fijju sbenturatu
cu nu pannu russu cumbojjatu.
Chi sta succediandu 
supa ssu munti?
Cruci i lignu chiantati 
e sordati arraggiati.
Mancu na guccia i sangu 
mi ficiaru asciucare.
Mancu di mamma ti 
puazzu abbrazzare.

Mi spingianu, fijju, 
nommu ti viju, ma 
su ccà, sutta a stu peniju.
Dimmi cuamu ti puazzu aiutare,
parrami fijju, non mi dassare.
Chi stai dicìandu, fijju aduratu,
di lu cìalu mandatu?
C’è viantu e non ti siantu,
eppuru sacciu ca mi vidi…
guardami fijju e 
parrami ‘nto cuari, 
dimmi ancora paruali.

Pe trent’anni ti criscivi 
e sulu ti dassai
‘nta chiju uartu d’alivi. 
Perdunami fijju mio aduratu ,
si no fu bona u ti dugnu aiutu.
Chi succeda a stu momiantu?
Scurau fijju e trema tuttu…
Non mi dira ca stai moriandu!
Non cia fazzu fijju, u campu
senza i tia, eppuru u sapìa, 
ca st’ura venìa.

Fijju, fijju aduratu, 
di tutti abbandunatu!
Sula restai sutta a sta cruci,
cchiù no siantu a vucca tua duci.
Eccu ti stannu scindiandu.
Cuamu nu saccu vacanti 
Ti stannu jettandu.
Ora si ‘mbrazza ammìa
fijju mio duci…Quandu nascisti
‘nta chija grutta luntana, 
già morivi supa a sta cruci.

Non aju cchiù lacrimi pe ciangira, 
non aju hjiatu pe parrare.
Sula ccà, cu ttia vuajju stare.
Finiu u spassu pe 
stu puapulu ‘ngratu.
Siti cuntianti? 
Ammazzastuvu nu 
fijju innocìanti 
ca a tanti avìa aiutatu.
Ma vi perdunu cu u cuari ‘nte mani
cuamu vorrìa iju, a tutti pari pari.
Ora jiativinda ca no ccè nenta 
chiù i vidira…U fijjiu a sta mamma
fatinci jiangira!

(Anna M. Chiapparo)

Mercoledì, 25 Marzo 2015 17:01

A vita è na rota

 

Vi para ca duarmu
supa a sta seggia,
ccà assettata
e ‘mbeci di penziari 
‘ndaju na carrettata.
U tiampu, cu mia si divertiu.
Mi scavau cuamu
nu zappaturi, rivotandu 
e sarchijandu a tutti l’uri.
Supa a sta hfacci,
rughi a no finira,
mi chiantau senza cura
e a vita lesta lesta,
mi stranghijiau 
cuamu na minestra.

Mi tajjiaru chiji trizzi 
accussì belli 
chi m’incurunavanu 
cuamu na reggina.
Ora, hajiu capiji jianchi,
curti e senz’amuri.
Na pettinata e su 
subbitu arriggettata.
Non hannu tiampu 
sti hfijji d’oja, 
mu ‘ntrizzanu cannola.
Su stressati e ‘ndaffarati 
e ‘nci fujianu i jornati.
Mai na parola i cunfuartu, 
mai n’abbrazzata disijata.
Ciartu ca u tiampu
è disgraziatu!
Cu mia si divertiu 
cuamu nu mascheratu.
Amuri e sdiagnu 
siminau a tuttu schianu.

Guardu tuttu 
e stajiu cittu cittu
‘nta stu cantu 
duva mi posaru.
No parru ma 
pianzu ‘ndolorata
a sta vita sbenturata.
A vui vi para ca su scema,
surda e rimbambita, 
ma tuttu viju e siantu
di sta vita sdarrupata.
Ciartu, ora su vecchia, 
ciunca e arrunchiata,
ma no penzati
ca sugnu ‘ntronata.
A nenta siarvu e 
diventai nu pisu,
ma na cosa vuajjiu
u vi dicu:

- "Fijji mia cari, ‘ndaffarati,
chi cchiù tiampu, 
pe mmia non aviti, 
è inutili ca v’affannati e fujiti…
a vita è na rota 
chi gira e vota.
Oja ammìa, 
domani tocca 
a attìa sta fermata.
Finda ca era bona
a e vi servia,
mamma e nanna adurata,
ora restai sula 
e abbandunata.
A vucca mia no parra e no 
dicia nenta, stanca sugnu 
i stare supa a sta terra.
Priagu notte e
juarnu u Signuri
mu mi caccia i sti doluri.
No ssu doluri d’ossa 
e di vecchiajia,
ma doluri di “mannaja”!

Si sapìa, fijji non
‘nda hfacìa!
Miajju suli e sbenturati, 
ca suli e abbandunati.
Ma a vita è na rota.
Oja gira, domani vota!
Cerca cuntu e 
non ‘nda duna,
‘nci vola sulu bona fortuna!” -

 

(Anna M. Chiapparo)

(Fotografia di Radu Albu - dolore)

Mercoledì, 25 Febbraio 2015 22:05

Non sono poeta

Non sono poeta
che canta l'amore
che ascolta il silenzio
pregando alla luna
Non sono poeta che 
si perde nell'orizzonte
vagando nell'infinito
Non cerco speranze
perdute e ricordi svaniti
Non sono autrice
di versi inventati 
presto scordati
lasciati in giro 
da penne consumate
su fogli ingialliti
Sono messaggera di 
note dal cuore
che osserva nascosto
quel che la vita muove
Sarò poeta quel giorno
in cui il silenzio assordante
tacerà per sempre
in un sogno nascente

 

 

Anna M. Chiapparo

Domenica, 15 Febbraio 2015 22:16

Il mio canto

Da colline assolate
s’alza il mio canto
cavalca nuvole
piene di vento
sconfina oltre
l’orizzonte infinito
Si nutre di silenzio
e beve pioggia
a levare l’arsura
dal cuore intorpidito
si veste d’azzurro
e di coltri stellate
poi dolcemente
si placa
nel mondo dei
sogni sopiti
Tornerà soave
e leggero 
a cullar 
nuove giornate

 

Anna M. Chiapparo

Martedì, 27 Gennaio 2015 20:50

Come morte foglie

 

C'era freddo
e un vento gelido
scuoteva 
le esili ossa che 
non reggevano più nulla
Scheletri vaganti nella 
nebbia dell'acre fumo
E c'era freddo che 
gelava la vita
nell'assurdo calore
di un forno

E c'era vento che 
disperdeva un canto
di morte nell'aria
Moriva la speranza
ferita dal filo spinato
dentro la gioia
di bimbi ammassati
come foglie morte
ai cigli delle strade

sepolcri di sorrisi

Non c'è più tempo
per ricordare
Passano gli anni
e il vento stornella
lento un triste canto
che s'alza nella nebbia
senza sole
Acre sempre è il suo odore
C'è freddo ed ancora si muore

 

(Anna M. Chiapparo - In ricordo della Shoah)

 

Immagine dal web

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