Anna Maria Chiapparo

Anna Maria Chiapparo

Mercoledì, 09 Novembre 2011 12:00

Ricordo il volo di un aquilone

Rivado indietro nel tempo quando il cielo delle mie primavere era sempre azzurro e l'aria frizzantina ci stuzzicava con la smania di uscire, di correre all'aperto per i vicoli del quartiere sempre affollato.

Corse e nascondini fino a sera quando l'aria diventava dolce all'improvviso e ci faceva crollare di stanchezza.La mattina, poi, a scuola, non era mai un peso. Anche lì era bello stare e non ci si annoiava mai col nostro maestro.Sapeva come prenderci e nelle belle giornate di primavera non mancava mai una passeggiata al campo sportivo.Non distava molto dalla scuola. Pochi metri e c'eravamo già, ma per noi era pur sempre una passeggiata. Il campo non era altro che una distesa di terra battuta con qualche ciuffo d'erba qua e là e molte buche ai lati dove spesso

ristagnava l'acqua piovana, ma per noi bimbi era un posto splendido dove far volare le nostre fantasie.

Quante corse intorno a quelle porte sfondate! Il maestro tornava bambino insieme a noi e non sembrava mai stanco quando inventava giochi e formava le squadre per la partita di "palla prigioniera".

Quando s'alzava un pò di vento ecco allora la magia più bella: portava con sè l'aquilone che aveva costruito con pazienza e si divertiva con noi a farlo volteggiare sapiente. Le lunghe code colorate sventolavano birichine e curiose per poi diventare fiere e tirate, su, a sfidare il vento come a dirgli che, anche se di semplice e fragile carta velina, non avevano paura di nulla!

Quant'allegria c'era in noi in quei momenti. Non guardava mai l'orologio, anche perchè allora non dovevamo temere il cambio dell'ora di lezione. Capitava spesso che passassimo intere giornate lì all'aria aperta.

A sentire i miei figli, oggi, rimpiango che non possano avere la scuola di allora. Soprattutto quando la piccola, che va a scuola media, mi dice che ha passato tutte le ore seduta perchè la classe in punizione per una qualsiasi banalità, non si può alzare nemmeno a ricreazione…

Cosa ricorderanno della scuola se già la odiano e ci vanno malvolentieri? Tutto è pesante e noioso, mi dicono.

Io ci credo, ma non dico nulla. Sospiro tra me col rimpianto del passato, e col pensiero che i ragazzi d'oggi, troppo impegnati, siano pieni di nozioni che li lasceranno vuoti dentro…e forse non vedranno mai volare in cielo un aquilone, guidato dalle mani di un maestro.


Porteranno dentro il loro bagaglio, tanti ricordi, foto scattate col telefonino, gli sms, le mail fantasiose degli amici, i messaggi subliminali di facebook coi suoi gironi infernali, i link stupidi...

Cresceranno in fretta senza che ce n'accorgiamo, ma dentro, la viva sensazione che qualcosa manchi o si sia perduto per sempre.

Anna Maria Chiapparo (2011)

Mercoledì, 09 Novembre 2011 11:45

Sere e profumi d'autunno

Il vento che raccoglie i profumi tutt'intorno e li mischia in piccoli vortici che s'accostano agli usci. Castagne mature pronte a sgusciare. Funghi silenziosi che fanno capolino tra foglie morte accartocciate. I primi ciclamini dalle coroncine dal colore ancora spento. L'odore della terra smossa dalla pioggia sottile che penetra dolcemente a scalfire l'aridità estiva.
Il buio improvviso che scende dolcemente ed avvolge col suo mantello soffice, leggero.
I lampioni fiochi che sembrano danzare nella frescura della sera.


Sere d'autunno cariche di ricordi. Il buio che arrivava già alle quattro del pomeriggio e i bracieri davanti alle porte, sui balconi carichi di crisantemi sbocciati o già colti. Di corone e trecce di peperoni rossi incartapecoriti dal sole.
Il profumo delle prime caldarroste e del mosto in fermentazione chiuso nelle botti stipate nei bassi.
Noci raccolte e fichi essiccati... Il primo fumo che saliva dai camini e portava lontano l'odore acre della legna bruciata.

Famiglie raccolte davanti un camino, una stufa, un braciere. Le donne a sferruzzare, gli uomini a chiacchierare. Rosari che scivolano veloci tra le dita e nenie che sanno d'antico.
Ascoltare la pioggia che scroscia sui tetti e s'incanala rumorosa nelle strade.

Dolci, le sere d'autunno quando le tempeste non fanno paura accanto ai propri affetti.

Fuori, i rumori pian, piano diradano ed il silenzio accarezza l'aria.

Sera d'autunno, che aspetta la notte.

Giovedì, 08 Settembre 2011 10:40

Buon compleanno Maria!

La Madonna, con il Bambino Gesù fra le braccia, aveva deciso di scendere in

Terra per visitare un monastero. Orgogliosi, tutti i monaci si misero in una

lunga fila, presentandosi ciascuno davanti alla Vergine per renderle omaggio.

Uno declamò alcune poesie, un altro le mostrò le miniature che aveva preparato

per la Bibbia e un terzo recitò i nomi di tutti i santi. E così via, un monaco

dopo l'altro, tutti resero omaggio alla Madonna e al Bambino.

All'ultimo posto della fila ne rimase uno, il monaco più umile del convento,

che non aveva mai studiato i sacri testi dell'epoca. I suoi genitori erano

persone semplici, che lavoravano in un vecchio circo dei dintorni, e gli

avevano insegnato soltanto a far volteggiare le palline in aria.

Quando giunse il suo turno, gli altri monaci volevano concludere l'omaggio

perché‚ il povero acrobata non aveva nulla di importante da dire e avrebbe

potuto sminuire l'immagine del convento. Ma anche lui, nel profondo del

proprio cuore, sentiva un bisogno immenso di offrire qualcosa a Gesù e alla

Vergine.

Pieno di vergogna, sentendosi oggetto degli sguardi di riprovazione dei

confratelli, tirò fuori dalla tasca alcune arance e cominciò a farle

volteggiare: perché‚ era l'unica cosa che egli sapesse fare.

Fu solo in quell'istante che Gesù Bambino sorrise e cominciò a battere le

mani in braccio alla Madonna. E fu verso quel monaco che la Vergine tese le

braccia, lasciandogli tenere per un po' il bambinello.

Paulo Coelho - L'Alchimista

Mercoledì, 07 Settembre 2011 22:32

Semplicemente Calabria


Tanti anni fa non ci conoscevano o forse facevano finta di non conoscerci. Spuntarono frotte di briganti e diventammo terra di briganti.
Eravamo ignoranti in tante cose e ci chiamarono terra d'ignoranti e zoticoni con la testa dura.
Poi arrivò da lontano l'eco americana e qualcuno cominciò a partire per terre sconosciute. America, Argentina, Australia. Lunghi e pericolosi viaggi in balia di onde e di navi sovraccariche di disperati in cerca di fortuna. Prima soli, poi con le famiglie al seguito.
Erano anni di tristezza e di miseria e ci chiamarono popolo di "migranti". Arrivarono gli anni 50-60 e la migrazione cambiò rotta verso Germania, Svizzera,Belgio, Francia e nord Italia. Le stazioni erano affollate di giovani solitari con la solita valigia di cartone e di famiglie cariche di bambini e fagotti pesanti.Pochi vecchi lasciati a custodire gli antichi ricordi nei paesi svuotati. Eravamo diventati "meridionali".
E' stato difficile ambientarsi. Trovare ospitalità , lavoro e case in affitto.
Poi qualcuno ha visto in noi tanta buona mano d'opera a poco prezzo ed è successo il miracolo. Siamo diventati operai di fabbriche, manovali, carpentieri, facchini, contadini costretti a lavorare in campi enormi lontani dalle proprie terre e siamo diventati " terroni".
I primi agi, le prime vacanze ritornando giù a trovare i propri cari e ritornare su carichi di ogni ben di Dio, della terra e della fatica per fare qualche regalo agli amici del nord, quelli tutti bianchi, bianchi che osano sfacciatamente chiamarci terroni perché tanto non ci offendiamo. Soppressate,...
...olio buono, vino novello, le cipolle di Tropea, l'origano profumato, arance e mandarini per tenere buono il capo, pensando di accaparrare un po' più di benevolenza. I sapori e i profumi della nostra terra arrivano su e varcano pure i confini.
Diventiamo la terra del peperoncino e delle soppressate. Del capicollo e del bergamotto.
Dei dolci tipici.
Il salario fisso permette i primi acquisti extra. Il primo televisore, il frigorifero, il forno a gas, la prima automobile! Sarà bellissimo ritornare in vacanza al paesello con la macchina! Immaginiamo già il volto dei cugini, dei parenti invidiosi, le lacrime di commozione degli anziani genitori.
E si potrà pure andare al mare e ritornare su, al nord abbronzati come veri terroni, ma stavolta sotto un sole piacevole e non di fatica.
Viaggiano molto pure le cartoline e i nostri ridenti paesini con le belle spiagge e i boschi rigogliosi cominciano a stuzzicare le fantasie dei nordici che stufi dei lunghi e rigidi inverni, cominciano a sognare spiagge assolate e sapori sconosciuti. E' la Calabria turistica che sa di salsedine dei suoi mari e di resina della Sila e dell'Aspromonte.
Non siamo più solo "migranti,meridionali e terroni". Le bellezze della nostra terra cominciano a varcare tutti i confini e chiedono posto d'onore come tante altre. Poi un giorno, ignari pescatori tirano su dal mare qualcosa di veramente pesante. Che sarà mai questa pesca tanto strana? E' l'era dei bronzi di Riace.
Dici Bronzi, dici Calabria. Dici Aspromonte e non dici Madonna della montagna, ma senti "'ndrangheta".
Quante cose per dire Calabria. E non sarebbe ancora finita. Dici liquirizia, cedro, boschi, spiagge, cultura...E se dicessimo Calabresi o semplicemente: Calabria?!
(Anna Maria Chiapparo 2011)

Martedì, 23 Agosto 2011 17:03

La leggenda della Bella di notte

Una leggenda racconta che...

Una notte, tanto tempo fa, un pianto lungo e sommesso si aggiungeva ai rumori dell'oscurità. Questo pianto si ripeté a lungo, finché la Luna decise di trovarne la fonte.
A lungo girò intorno a tutto il pianeta e, quando aveva ormai perso del tutto le speranze, lo scorse.
Un piccolo punto luminoso: era da lì che proveniva il pianto.
La Luna scese dal suo cocchio e si avvicinò.
Accanto ad un pozzo, ai margini del bosco, era seduta una lucciola. "Chi sei tu? E perché rattristi con il tuo pianto tutte le mie stelle? " chiese la Luna. La lucciola spaventata alzò gli occhi e rimase stupita nel vedere il suo interlocutore.
Allora disse: "Deve scusarmi, signora Luna, non volevo mettere tristezza alle sue stelle!"
"Io sono Lumil, il principe delle lucciole!"
"Perché piangi principe Lumil?" chiese la luna.
"Si avvicina la primavera e il mio popolo comincerà a vagare per i prati e i giardini, per illuminare le calde notti" disse Lumil "Ma noi non troveremo nessuna corolla dischiusa ad attenderci. Solo tanto verde!"
"E qual è il problema? " chiese la Luna. "Il tuo popolo, da quando è stato creato, è sempre stato il popolo della notte! Voi avete un ruolo importante: dovete illuminare, come me e le stelle, le notti degli alberi".
"E questo compito ci onora !" rispose Lumil. "Ma, vede signora Luna, c'è un sogno che ogni lucciola ha da quando nasce: io questo sogno lo faccio da sempre!"
"E qual è questo sogno?" chiese la Luna.
"Uscire dalla nostra casa, volare in un prato e trovare, almeno per una volta, un fiore che ci attenda e poterci posare sui suoi petali!" esclamò Lumil.
"Ma è un sogno, e solo un sogno rimarrà. Buona notte signora Luna e mi perdoni se l'ho disturbata". E così dicendo Lumil volò via.
La Luna ritornò in cielo, ma non riusciva a smettere di pensare a Lumil e al sogno delle lucciole.
Le notti passavano e il pianto di Lumil le riempiva, ma all'improvviso il pianto cessò.
Sirio, una delle stelle, andò dalla luna e le disse: "Mamma ascolta!"e la invitò a tendere l'orecchio.
"Cosa devo ascoltare?"chiese la Luna.
"Il principe triste! Questa notte il suo pianto non si sente." rispose Sirio.
"E' vero ! esclamò la Luna . Non odo il suo lamento!"
"E se gli fosse accaduto qualcosa?" aggiunse Sirio molto preoccupata. "Ti prego mamma va a vedere!"
E cosi fu. La Luna salì sul suo cocchio e andò in cerca del pozzo presso il quale aveva incontrato Lumil per la prima volta.
Quando lo ebbe trovato, si fermò e si avvicinò.
Ferme, vicino al pozzo, trovò tante lucciole e ad una di loro chiese:
"Cosa accade?"la risposta la rattristò.
"Il nostro principe si è ammalato. Era molto triste perché sapeva che i suoi giorni stavano finendo, e che non sarebbe mai riuscito a realizzare il sogno del suo popolo. E il dispiacere lo ha consumato."
La Luna rimase lì ferma ad attendere di poter vedere il principe Lumil.
Quando la vide il principe disse: "Signora Luna, come mai è ritornata?Io non ho pianto questa notte!"
"Ero preoccupata per te, ragazzo mio e volevo assicurarmi che tu stessi bene!" rispose la Luna dolcemente.
"Non deve preoccuparsi per me. Il mio tempo ormai è finito.
Raggiungerò i miei antenati con un unico rimpianto: non aver potuto realizzare il sogno del mio popolo. Spero che il prossimo principe ci riesca!"
Le forze stavano abbandonando il principe delle lucciole.
Tutto il suo popolo era preso da grande tristezza.
L'amore che le lucciole dimostravano al loro principe e la dolcezza di Lumil colpirono al cuore la Luna.
"Lumil la tua luce si spegnerà presto, questo io non posso evitarlo, ma – disse la Luna – andrai via sapendo di aver realizzato il sogno del tuo popolo. Guarda…….."
La Luna si strappò una ciglia, la prese tra le mani e la posò in terra di fianco a Lumil.
Come d'incanto dalla terra cominciarono a spuntare foglie.
Le foglie presero a germogliare, d'improvviso una gemma si schiuse e fece capolino un bel fiore giallo e fucsia.
"Ecco Lumil!Questo sarà il fiore delle lucciole, per sempre, e si chiamerà come te: Lumil, che nella lingua delle lucciole significa colui che rende bella la notte!" Lumil pianse di gioia e disse: "Grazie o luminosa Luna, sarà bella di notte per il mio popolo!"
E con tutta la forza che gli rimaneva, accese la sua lucina e volò sul suo fiore. E lì si spense felice.
Da quella notte, tante volte la Luna si è levata in cielo, ma ancora oggi quando, nelle notti d'estate guarda i prati, sorride.
Ogni notte le lucciole raggiungono le belle di notte che si schiudono solo per loro e c'è soltanto una pianta, la più bella, che non permette a nessuna lucciola di sedersi sui suoi petali e illuminarla: è la pianta nata vicino al pozzo ed è la sola che non ha bisogno di luce perché nei suoi fiori vive Lumil.

Domenica, 21 Agosto 2011 16:27

Chiedi



Chiedi al vento cosa ti regalerebbe.
Chiedilo all'aurora e al tramonto.
Alla coltr e di stelle e alla luna.

Chiedilo alle nuvole che vagano solitarie.
Solo esse sanno raccogliere i tristi pensieri.
Lega i ricordi con stralci d'arcobaleno.

Tuffali nel mare e aspetta.
Chiedi al sole cosa ti regalerebbe.
Chiedilo alla vita.

Non otterrai risposte.
Quelle stanno nel tuo cuore
nella tua vita
Solo tu le puoi dare.

(Anna Maria Chiapparo 2010)

Lunedì, 08 Agosto 2011 16:15

Calabresi (poesia di Giuseppina Amodei)



Dinnu ca simu i figghi furtunati
'ndavimu u suli pe' pani profumatu
e u mari duci pe' stutari a siti

Dinnu ca stu profumu gersuminu
chi s'imbrischia cu rrangia e cu limuna
fu 'mpastatu cu nostru stessu cori

'Ndi dissiru co turcu e lu normannu
u grecu l'armenu e u bizantinu
ficiru razza pura da bastarda
e ca li nostri 'ntinni du penseru
'ndannu u poteri i sgrancinannu a luna

Ma nugghu 'ndi 'nformau ca simu stati
da sempre ttraversati e 'ntrappulati
da vortici da timpa e da tempesta
ca simu criaturi scarsi e nudi
e 'ndi sfrattaru da lu nostru tajiu
da li casi di rocca e di sdirrupu

E ccussì suli suli 'ndi 'ndi jimmu
intra a rrughi di strani - nui straneri -
chi nostri testi all'aria e a nostra voria
e sperti e muti sempri in cerca in cerca
i chigh'urtimu mmorzu i poesia
chi nnughu mai lu potti 'mpastoiari
chi nnugghu stuta e nnugghu po' llordari
mancu li vuci chi s'incappucciaru

Ora 'mpastammu a nostra crita duci
ca crita carda du rrestu du mundu
ora potimu diri ca sapimu
quandu cocchiunu parra du doluri
ma non volimu fari na bandera
ma non volimu fare na bandera.


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Calabresi
Ci dissero che siamo i fortunati figli
che hanno il sole per pane
ed il mare per spegnere la sete

Ci dissero che il profumo
di arancio e gelsomino
sono stati impastati con la pelle
del nostro interno sentire

Ci dissero perfino che l'arabo il normanno
il greco il bizantino
fecero razza pura da bastarda
che i nostri filamenti di pensiero
hanno il potere di graffiare il cielo

Ma nessuno informò
che siamo da sempre attraversati
da Vortice e Tempesta
creature dalle vesti stracciate
sfrattate
dalle case di roccia e di dirupo

Così siamo andati
nei vicoli stranieri
con teste altere
portando il nostro orgoglio
di vagabondi silenziosi
cercatori insaziabili dell'unico
spicchio di poesia
non ancora ingabbiato
non ancora sporcato
dalle squallide lingue incappucciate

Adesso che abbiamo impastato
la nostra creta con la creta del Mondo
potremo dire di essere
tra coloro che comprendono il dolore
senza farne bandiera.
(Giuseppina Amodei)

Martedì, 19 Luglio 2011 10:20

Uno strano viaggio...

Che brutti scherzi fa la nostalgia...

L'altro pomeriggio, bambini al mare col papà ed io sola in casa, per caso apro lo street wiew e comincio ad osservare le immagini che si susseguono sullo schermo... Ah, la tecnologia moderna quante cose nuove ci ha portato!

Basta inserire una via e subito ti ritrovi là. Sembra tutto così reale, che man, mano ti ci perdi e non t'accorgi dello scorrere del tempo.

Dalla nostra bella piazza ho cominciato il mio viaggio virtuale cercando la vecchia via dove ho passato gli anni della fanciullezza.

Sembrava tutto come un tempo, ma il tempo invece ha inghiottito il passato, le voci, le risate e i giochi di bambini mai stanchi...i ricordi...

Mura annerite dall'umidità e finestre e porte sbarrate da anni. Silenzio irreale per vicoli che un tempo pullulavano di vita spesso concitata. Vasi abbandonati su balconi scrostati dalla pioggia. Ruggine ovunque e aria tetra che non solo sa di vecchio, ma soprattutto di fine.

Fine di tempi andati, fine di vite vissute, di giochi consumati a tutte le ore... Eppure a pensarci, non sono passati secoli da quei tempi, ma solo qualche anno.

Incredibile come cambiano velocemente le cose!

Ho scrutato molti angoli a me noti e seppur non presente fisicamente, mi è sembrato di risentire voci, passi conosciuti, risate e richiami allegri. Ho rivisto l'estate coi suoi ritmi alternati, le chiacchiere della sera calda e afosa che non dava tregua e noi a cercare gli angoli più freschi e ventilati.

Semplici gesti naturali che non vedo più da tempo come lo sbucciar legumi sedute fuori, in compagnia, tanto che tutti sapevamo cosa cucinavano i vicini aiutati anche dagli aromi che si spandevano per l'aria, dalle finestre spalancate. Sembravamo una piccola comunità dove ci aiutavamo a vicenda per qualsiasi cosa.

Mi sembra di sentire il profumo del pane caldo appena sfornato dal forno di "Richetta".

Il profumo del mosto caldo, bollito nelle lucide caldaie di rame. Il profumo dell'olio e della sansa che arrivava dal vicino frantoio...

E rivedo quei volti, quei gesti, sento quelle voci.

Il vecchio del passato è diventato nuovo, ristrutturato. Il nuovo di un tempo, abitato, vissuto, è diventato vecchio e abbandonato.

Forse sarà sempre così, ma continuando il mio viaggio virtuale ho visto molte case rinate, molti balconi fioriti e rigogliosi di quel verde intenso, mai stanco che solo da noi ho trovato.

Accanto ad interi quartieri chiusi in un silenzio tombale, ho rivisto palazzi cresciuti a dismisura, fino a non far entrare il sole nelle vie strette, strette. Ho rivisto qualche tenue novità ed ho rivisto le mie amate-odiate colline sempre lussureggianti.

Ho visto vecchi, ma anche giovani che hanno ancora voglia di sperare e scommettere su quelle antiche mura e in quelle rinnovate strade...ed il viaggio continua ancora...

Venerdì, 08 Luglio 2011 08:01

I due vasi cinesi

( Racconto ZEN )

Un'anziana donna cinese aveva due grandi vasi, ciascuno sospeso all'estremità di un palo che lei portava sulle spalle.
Uno dei vasi aveva una crepa, mentre l'altro era perfetto, ed era sempre pieno d'acqua alla fine della lunga camminata dal ruscello a casa, mentre quello crepato arrivava mezzo vuoto. Per due anni interi andò avanti così, con la donna che portava a casa solo un vaso e mezzo d'acqua.
Naturalmente, il vaso perfetto era orgoglioso dei propri risultati. Ma il povero vaso crepato si vergognava del proprio difetto, ed era avvilito di saper fare solo la metà di ciò per cui era stato fatto.
Dopo due anni che si rendeva conto del proprio amaro fallimento, un giorno parlò alla donna lungo il cammino: "Mi vergogno di me stesso, perché questa crepa nel mio fianco fa sì che l'acqua fuoriesca lungo tutta la strada verso la vostra casa".
La vecchia sorrise: " Ti sei accorto che ci sono dei fiori dalla tua parte del sentiero, ma non dalla parte dell'altro vaso? E' perché io ho sempre saputo del tuo difetto, perciò ho piantato semi di fiori dal tuo lato del sentiero ed ogni giorno, mentre tornavamo, tu li innaffiavi.
Per due anni ho potuto raccogliere quei bei fiori per decorare la tavola. Se tu non fossi stato come sei, non avrei avuto quelle bellezze per ingentilire la casa".
Ognuno di noi ha il proprio specifico difetto. Ma sono la crepa e il difetto che ognuno ha a far sì che la nostra convivenza sia interessante e gratificante. Bisogna prendere ciascuno per quello che è e vedere ciò che c'è di buono in lui.

Tina Cerasino - 30.06.2011

Lunedì, 04 Luglio 2011 15:24

Vivi



Taci.

Ascolta l'incedere del tempo.

A volte urla, altre sussurra.

Accetta la carezza del vento.

Ti regala un profumo, un ricordo.

Osserva il cambio delle stagioni.

Non parlano di sè, ma di te.

Immagina il volo di

una rondine solitaria.

Una gemma che si schiude

su un ramo.

Un farfalla che nasce

e in poco muore.

La magia di una piccola

lucciola che sfida il buio.

Osserva le stelle ed il

cielo trapunto.

Adagiati su una nuvola

d'ovatta e scruta il mondo.

Trasformati in torrente

montano che corre al mare.

Cogli un fiore e regala un

sorriso a chi non ne ha.

Ascolta il tuo cuore e,

semplicemente: vivi.


(Anna Maria Chiapparo 3 luglio 2011)

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