"Aspettando Pasqua" di Anna Maria Chiapparo

Non si può non ricordare la settimana Santa ad Acquaro. Vuoi perché sono ricordi di tanti anni fa, vuoi perché sono vita vissuta, vuoi perché un po' di nostalgia e il periodo fanno ricordare la settimana più bella ed emozionante dell'anno, fatto sta che il cielo azzurro rattoppato da qualche nuvola, mi fa ricordare insistentemente quel periodo... Dopo il lungo e freddo inverno, quando tutto si desta dal torpore e viene voglia di uscire all'aria aperta come bambini festosi e mai stanchi, la primavera irrompe col suo gaudio di colori e profumi che addolciscono l'aria e il cuore. Simbolo incontrastato della bellezza e del tripudio primaverile, penso sia senza alcun dubbio, la collina di Malamotta. Una tela cangiante di colori nelle varie stagioni e che la Primavera ammanta dei pon-pon rosa dei delicati peschi, di qualche melo o ciliegio indefinito tra il biancospino e le eriche fiorite ("bruvere") che sembrano innevate. Nelle querce rigogliose che mostrano al sole il loro verde intenso celato tra fogliame nuovo appena sbocciato... Voli di rondini indaffarate, canti di usignoli e cinguettii di pettirossi curiosi che volteggiano felici fino a sera. Satura l'aria di profumo di violette selvatiche e aliti di vento portano zefiri di zagare sbocciate nell'"Orto della chiesa". Salandria, maestosa, verdeggia nei castagni ammantati di future gemme preziose nascoste nel segreto delle chiome frondose. Tutto sembra fremere, volare a mezz'aria nel dolce risveglio che porta una gioia delicata, indefinita. Ed è Pasqua! Pasqua silenziosa di sepolcro come inverno buio e triste. Pasqua gioiosa di vittoria di vita che vince la morte e si scatena nel tripudio festoso di campane allegre. Anche in casa tutto sembra più bello e vien voglia di spalancare finestre ai raggi del sole, al tiepido tepore che sembra magica polverina che desta il cuore. Noi bambini aspettavamo con impazienza le vacanze pasquali e non c'erano le uova di cioccolato dei nostri giorni... Bastava poco a renderci felici. Dalla vetrina della pasticceria, che dava sulla via che porta alla chiesa, occhieggiavano teneri agnellini con la bandiera di salvezza. Ricordo mia madre che ne comprava sempre uno e noi avevamo quasi timore di assaggiarlo perché faceva tenerezza. Spesso lo tenevamo come ricordo e diventava durissimo perché la pasta di mandorle si seccava. Era dolcissimo gustarne un pezzetto. Ora se chiedo ad un bambino cosa sia un agnellino pasquale mi guarderà sicuramente stupito e non mi risponderà anche se, come allora, occhieggiano da tutte le vetrine di bar, forni e pasticcerie. Oggi s'aspetta la sorpresa, neanche il cioccolato, perché di quello se ne mangia tutti i giorni. Noi aspettavamo le vacanze perché uno di quei giorni era dedicato alla preparazione dei "tiralli", i nostri tipici dolci pasquali casalinghi. Quel giorno diventava festa e noi bambine ci sentivamo piccole massaie operose e volenterose di creare. Non avevamo il forno a legna, ma la signora Enrichetta lo prestava volentieri per queste cose e per fare il pane, a tutto il vicinato. S'impastavano farina bianca quasi impalpabile ("hjuruta") uova, zucchero, strutto dei nostri maiali, bianchissimo e puro e tanti aromi che profumavano l'aria intorno quando i biscotti cuocevano. Eh, si, perché in fondo erano dei semplici biscotti, ma per noi avevano un che di speciale e le mamme ne facevano una buona provvista che durava per un bel po' per le nostre colazioni e merende. Era vietato assaggiarli, però il venerdì per la presenza dello strutto che ci faceva "cammarare", cioè, era peccato. Era piacevole creare i biscotti lasciando libera la fantasia, ma i più apprezzati erano a ciambella con i confettini colorati e le uova fresche, ben lavate, inserite qua e là... al forno le uova avevano un gusto tutto particolare e nuovo. Era quello il nostro uovo di Pasqua e quella ciambella non doveva essere cominciata se non il giorno fatidico tanto atteso, come se avesse un sapore speciale a mangiarla la mattina di Pasqua. Qualche volta davamo la forma di una colombella, ma non era ancora tanto usuale neanche quella. Poi, non si mancava mai di rendere partecipi i vicini. Si condivideva con tutti e magari il giorno dopo ricambiavano. Si era più uniti con piccole cose, con piccoli gesti abitudinari, che magari non ci facevi caso, ma a pensarci, avevano tanto valore. Tutto più genuino perché spontaneo. Ora, spesso, confusi su cosa comprare, ammaliati e disorientati tra scaffali pieni di roba imbottita di conservanti, acquistiamo solo per il gusto di... o perché dobbiamo farlo a tutti costi... è questa la nuova tradizione.

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