“’A littara du’ Cumparucciu Scrivanu” di Giovanni Luzzi

Al centro della Calabria, nell'entroterra, a ridosso dell'Appennino sotto le Serre, incastonato tra il massiccio della Sila a Nord e l'Aspromonte a Sud, si trova Acquaro, un paese, a suo tempo, prettamente agricolo.
Come tutti i paesi del Sud, nei primi anni '60, è stato letteralmente svuotato da una emorragia umana diretta verso il Nord dell'Italia, verso il Centro-Nord dell'Europa quando non addirittura verso destinazioni oltreoceaniche: Australia e Americhe.
Si emigrava verso il benessere, per vincere la battaglia della sopravvivenza, per un bisogno inappagato di cibo, di casa, di lavoro, di sicurezza per la famiglia e di istruzione per i figli, ostacolando così il gorgo oscuro della miseria e dell'emarginazione.
Andavano via le forze giovani e restavano gli anziani, le donne ed i bambini che a volte, successivamente, partivano anch'essi, per ricongiungersi "in terre assai lontane".
Quanti amici d'infanzia si vedevano partire!
Gli anziani che restavano accettavano molto a malincuore le partenze, ma … qualsiasi cosa per il futuro dei figli!
Intense erano le corrispondenze.
'A littara era alla base della comunicazione con il mondo intero e con la famiglia in particolare.
Tutto era a "lei" affidato e scriverla aveva il sapore di un antico rito!
Ci si "predisponeva" alla sua scrittura con pensieri, emozioni, sensazioni e significati che si mobilitavano assai prima di scriverla, non senza una certa riluttanza e legittimata pigrizia a farlo. "Nu juarnu 'i chisti, aju 'u 'nci scrivu 'a littara!" [Uno di questi giorni, gli debbo scrivere la lettera] si diceva!
Il foglio rigato e la busta, comprate per poche lire, prese in mano, ti facevano già entrare in una "dimensione comunicativa".
S'iniziava diligentemente con una scrittura attenta, puntigliosa, il più possibile precisa, spesso anche faticosa data la scarsa dimestichezza con il singolare compito.
Mano a mano che si procedeva, la precisione ed il puntiglio lasciavano però sempre più spazio ad impuntature di penna. Le doppie - dd, mm, nn, rr, tt, ecc - diventavano ... singole. Si risparmiava sugli accenti e sugli apostrofi. Gli spazi tra una parola e l'altra si dilatavano. La riga di scrittura inevitabilmente … tendeva a scendere. La punteggiatura … ad capocchiam! I margini … 'affafuttere ...! [a quel paese]
Insomma, se una di queste lettere fosse oggi esposta ad una Biennale d'Arte, ben sintetizzerebbe il faticoso percorso di "allitterazione popolare" sotto forma d'Arte Grafica.
Nello scriverla, ognuno aveva le sue caratteristiche espressive.
La formula iniziale, in genere, era ben collaudata e si ripeteva sempre uguale in tutte le lettere, quasi a voler essere rassicuranti.
"Vengo a te con questa mia" era la forma, forse, più usata, quasi una prosecuzione spazio-temporale di sé stessi per poter raggiungere "fisicamente" l'altro.
"Ti sono scritto questa lettera" era uno degli incipit più impegnativi!
Si cercava con questa semplicità espressiva ed eleganza "formale", di tener testa a vecchi retaggi vessatori.
L'augurio era sempre che "questa mia" trovasse il destinatario in buona salute, in modo da scongiurare subito situazioni spiacevoli. Successivamente si comunicava il proprio stato di salute per rassicurare le presunte ansie!
In questa fase Dio, la Madonna ed i Santi erano testimoni oculari di tutto ciò che succedeva. Queste costanti e benefiche presenze evocative di popolare religiosità per la salute, per il destino, per la fortuna e per tutte le scelte da effettuare erano molto considerate e, con il loro "perenne" aiuto si andava avanti "sempre e comunque".
Uno spazio importante da' littara era dedicato al lavoro.
Il "sentimento" e l'"attaccamento" che si aveva per il lavoro si manifestava anche nello scriverne. Faceva parte, per così dire, di "una vitalità etica" che si evidenziava sempre ed in vari modi.
Le espressioni scritte al riguardo, assumevano, a volte, la consistenza di un'eredità testamentaria da tramandare alle generazioni future!
Espressioni pensate in dialetto e trascritte in auliche forme, stilisticamente italianizzate, procuravano, alla lettura, un ironico e benefico sorriso, pur inducendo, poi, a ben ponderate riflessioni!
"'U lavuru è 'u futuru". "Di lavuru no' 'ndave mai abbastanza". "Sappiti sempe misurare cu' lavuru". "Fancillu vidire chiju chi sai fare …". "Cu' 'a vucca tutti maestri". Erano alcune delle considerazioni di partenza che, trascritte, diventavano moniti e raccomandazioni: "Per il tuo futuro este bene che penzi sempe al tuo lavoro"; "Il lavoro no ti deve mai mancare, pigglialo sempe"; "Il lavoro no deve essere mai poco e mai tantu, lo devi misurare bene"; "Fanci vedere quello che sai fare a tutti chissi maestri"; "No ti vantare mai, si lavura con li mani e no con la bocca".
Nella "littara" trasparivano anche velature romantiche.
Alcune: "Mio amatissimo Sposo"; "Mia amatissima Sposa" - sempre con la S maiuscola! -; "Ti stringo forte al cuore"; "Da quando sei partito il mio cuore si è incupito"; "Abbracciandoti ti porgo tutte le mie sembianze".
Queste espressioni, spesso, s'ispiravano alla complicità vissuta nell'intimità ed alcune, anche, a testi musical-popolari del tempo ed avevano il sottinteso intento di alimentare la fiamma amorosa. La formale risultanza scritta, doveva però essere, per pudìco principio, silenziata anche se, a volte, qualcosa sfuggiva!
Mano a mano che il tempo passava, le allusioni amorose avevano anche il compito di allontanare incomprensioni e maldicerie. "Ricordati sempe che sono la tua cara Sposa e sono sempe qua ad aspettarti".
Insomma, ogni lettera accoglieva un pezzo di vita.
Ogni cosa si rifletteva dentro.
Quante espressioni rappresentavano, ad esempio, la salute ...
"Sono preoccupata per Pepparello, ave da una settimana la febbre e non passa"; "Sappi che la mia cara matre e più di là che di qua, anche il medico a ordinato pane bianco".
Così pure la crescita dei figli: "Pepparello non vuole andare alla scola, e sempre in mezzo alla strata"; "Rosinella cresce pulita pulita" [bella, graziosa e sana].
Si potrebbe continuare all'infinito …. Del resto basta che ognuno prenda una "sua" vecchia lettera, e ……… voilà …… parte la pellicola! Ci si immerge immediatamente in una sorta di sospensione estatica con infinite sfaccettature: si ammira la grafia - e solo per questa si potrebbe aprire un'enciclopedia -, si osserva il colore e le caratteristiche della carta ....
E infine loro, le parole scritte, che oltre ad essere lette, sono "osservate"; ci si "affaccia sopra" come se si stesse "supa 'o mignanu" [affacciati al balcone], si guarda la loro comparsa, … dove vanno a finire, … in compagnia di quali altre, … sparite, … altre ne arrivano ….
Come in un film, lo scorrere dei segni della scrittura proiettano, in sincronia, sul "proprio schermo": … una immagine sfuocata, … un luminoso sguardo, … un volto nitido, … un ricordo sbiadito, … un nostalgico ritornello, ….

La littara che segue, è una "libera" ricostruzione di una delle tante che, da ragazzino, scrivevo per conto di una coppia di anziani analfabeti. Consuetudine voleva che ognuno di noi, a richiesta, non si sottraesse a questo "compito"; anzi …! Essere stato scelto per …. "nobilitava" la dignità del proprio percorso di apprendimento scolastico e metterlo al servizio di … era un modo per rendersi orgogliosamente utili.
E' difficile per me descrivere le emozioni che provavo in qualità di "scrivano". Per tutto il tempo necessario vivevo una sorta di sospensione temporale, come se entrassi in uno spazio scenico di "fiabica magia". Già tutto iniziava dalla risposta al mio bussare alla porta:
- Ahh …! Siti vui!
Questo maestoso Vui, dato ad un ragazzino di 10 anni, Compare Bruno lo giustificava così:
- Quandu veniti pa' littara, vui siti 'u maestru!
Alle mie parole di schermo:
- Ma' quale maestru! … Io sugnu cotraru! [ragazzino]
Repentina la risposta - con voce tonante e dito ammonitore -:
- Ahh…! Chistu no' ncintra nente! 'U rispiattu no' guarda età!
Parole queste mai dimenticate!
Questa littara è "indirizzata" a tutti coloro che, vicini o lontani dai loro paesi di origine, vogliono continuare a "dialogare" con le proprie radici, soprattutto ora che sembra ci sia la "tendenza" a dimenticare "Come Eravamo". Auguro ad ognuno, nel leggere, di provare lo stesso piacere che io ho provato nello scrivere. "'U cunzigghiu" che mi permetto di dare, è quello di stampare "'A littara du' Cumparucciu Scrivanu" e leggerla in un momento di tranquillità, con la carta tra le dita, per favorire maggiormente il piacere della lettura.

'A littara du' Cumparucciu Scrivanu

Cumpare Brunu: - Allura … Cumparucciu, cuminciamu!
:- Cari figghi, venimu 'a vui cu' chista littara, sperandu Dio ca' stati tutti buani.
CARI FIGLI, VENIAMO A VOI CON QUESTA LETTERA, SPERANDO DIO CHE STIATE TUTTI BENE.
:- Nui no' 'ndi lamentamu, anche se 'a ntisa di vostra matre si 'nda' sta' jiandu du' tuttu!
NOI NON CI LAMENTIAMO, ANCHE SE L'UDITO DI VOSTRA MADRE SE NE STA ANDANDO COMPLETAMENTE!
:- Pe' quantu mi diciti da' casa, nui vi raccumandamu di no' fare diebita!
PER COME MI DITE DELLA CASA, NOI VI RACCOMANDIAMO DI NON FARE DEBITI!
: - Jamu avanti!
: - Tutti sti' cammari, pe' mò, no' vi servanu!
TUTTE QUESTE CAMERE, PER ADESSO, NON VI SERVONO.
: - Quandu pue aviti figghi, a Dio piaciendu, allura si 'nda parra!
QUANDO POI AVRETE DEI FIGLI, A DIO PIACENDO, ALLORA SI VEDRA'!
: - 'U cunzigghiu mio e di vostra matre este chiju di non jire 'a banca, pecchè 'a banca, si sa', t' a f f u c a !
IL CONSIGLIO MIO E DI VOSTRA MADRE E' QUELLO DI NON RIVOLGERSI ALLA BANCA, PERCHE' LA BANCA, SI SA', T I A F F O G A !
: - Rosa? … Tu chi dici? Diii … dii …!
Cummare Rosa: - Io ancora 'nci cunzigghiu di stare in cammara d'affittu … pecchè la Signora Giulietta este assai brava e puru lu' maritu!
VOSTRA MADRE VI CONSIGLIA DI STARE ANCORA IN CAMERA D'AFFITTO ANCHE PERCHE' LA SIGNORA GIULIETTA E' ASSAI BRAVA COME PURE IL MARITO!
Cumpare Brunu: - Rosa, mo' tu no' parrare, ca' parru io e … capisci a mia …
(… e mo' este miagghiu 'u 'nci'u' dicu … no' vorria ca' … chiji chi sa' chi penzanu …)
: - Da parti nostra, cuamu vui sapiti, avimu ancora diebita cu' Cumpare Cicciu po' fundu i Savucà, pagamme, pe' mo', sulu cincucientumilaliri, a parti du' Notaru.
DA PARTE NOSTRA, COME VOI SAPETE, ANCORA ABBIAMO DEBITI CON COMPARE CICCIO PER IL FONDO DI SAVUCA', ABBIAMO SOLO PAGATO CINQUECENTOMILALIRE OLTRE AL NOTAIO.
: - Quindi, pe' mo', no' vi potimu ajutare 'i nuja manera!
QUINDI PER ADESSO NON VI POSSIAMO AIUTARE IN NESSUN MODO.
: - Chist'annu non 'nci fù mancu 'a carrica d'olivi e l'uagghiu, vace puru mercatu!
QUEST'ANNO NON E' STATA UNA BUONA ANNATA PER LE OLIVE E PURE IL PREZZO DELL'OLIO E' MOLTO BASSO.
: - Po' prossimu annu, cu' saluti e cu' 'a grazia i Dio, i cuasi speriamu 'u si mentanu miagghiu!
PER IL NUOVO ANNO, SALUTE PERMETTENDO E CON LA GRAZIA DI DIO, SI SPERA CHE LE COSE ANDRANNO MEGLIO!
: - Allura sì che, fuarzi, vi potimu aiutare pa' casa!
ALLORA SI CHE, FORSE, VI POTREMO AIUTARE PER COMPRARE LA CASA
: - Capisci, figghiu mio, pecchè pe' mo' este miagghiu ca stati in affittu?
CAPISCI, FIGLIO MIO, PERCHE' PER ADESSO E' MEGLIO STARE IN AFFITTO?
: - Jamu ancora avanti Cumparucciu!
: - Cu lavuru … cuamu và cu' lavuru? Figghiu mio, fanci vidire tu, a' tutti 'ssi maestri chi 'ssi capaci i fare! E mi raccumandu …, fatti sempe ben volire du' capumastru!
COME VA CON IL LAVORO? FIGLIO MIO, FAI VEDERE A TUTTI CHE COSA SEI CAPACE DI FARE E MI RACCOMANDO, FATTI SEMPRE BEN VOLERE DAL CAPOMASTRO!
: - Tu oramai sai chi vole dire pane!
TU ORAMAI SAI CHE COSA VUOL DIRE PANE.
: - Si 'a fortuna ti vole …, tu però no' ti scordare mai da' purvarata i casa tua!
SPERIAMO CHE LA FORTUNA TI ASSISTA, TU PERO' NON TI SCORDARE MAI DELLA POLVERE CHE C'E' NELLA TUA CASA.
: - Rosa, chi dici?...
: - … 'a " mobilette"? … chi 'ncintra mo' a "mobilette"? … ahhh … capiscivi!
: - Vostra matre vi manda a dire di non jire 'o lavuru cù 'a "mobilette"
Io: - Cumpare Brunu, che cos'è 'a "mobilette"?
Cumpare Brunu: - Cumparucciu … mi meravigghiu di vui … 'a "mobilette" este … 'u motorinu!
Io: - Ahhh!
Cumpare Brunu: - Duve restamme … ahh … 'o lavuru cu' 'a "mobilette" … pecchè este viarnu … e juacu 'nce 'a nivi.
VOSTRA MADRE VI MANDA A DIRE DI NON ANDARE A LAVORARE CON IL MOTORINO …
(: - … no … no comparucciu, jaa' no' si chiama "motorino", si chiama "mobilette" …, scriviti "mobilette"!)
Cancello motorino e scrivo MOBILETTE, PERCHE' E' INVERNO E LI' C'E' LA NEVE.
: - A matina, vi azati priastu e jati 'u lavurati cu' tramvai.
LA MATTINA VI ALZATE PRESTO E ANDATE A LAVORARE CON IL TRAM.
: - Comparucciu, 'natra cosa avimu 'u scrivimu!
: - Cuamu tu, figghiu, mi scrivisti, puru pè chist'annu trovai cu' mi vinda 'na menzina i puarcu i dui cuintali, 'nu quartu l'unu, pe' sotizzi e suppressati, este 'nu bravu prunarisu, ma 'nda vole c i n q u a n t a m i l a l i r i ! E' caru … ma mi dinnu ca 'a carne este bona e sapurita!
COME TU, FIGLIO, MI HAI SCRITTO, PURE PER QUEST'ANNO HO TROVATO CHI MI VENDE META' MAIALE DI DUE QUINTALI, UN QUARTO CIASCUNO, PER LE SALSICCE E LE SOPPRESSATE, E' UNA BRAVA PERSONA
Io: - I duv'è chistu prunarisu?
Cumpare Brunu: - … di jà supa a Marzanu.
DI MARZANO, MA NE VUOLE BEN C I N Q U A T A M I L A L I R E ! E' CARO, MA MI DICONO CHE LA CARNE E' BUONA E SAPORITA!
: - Pè mia và buanu, fammi sapire pe' tia!
PER ME VA BENE, FAMMI SAPERE PER TE!
: - Rosa? … tu vua 'u nci dici ncù'natra cosa? … nente? ... sicuru? Và buanu!
: - Allura Cumparucciu ... cuamu urtima cosa 'nci mandu a dire ca' 'ccà si ficiaru i votaziuani, ma … 'u sindacu este sempe 'u stiassu!
COME ULTIMA COSA, SAPPIATE CHE QUI' SI SONO SVOLTE LE ELEZIONI, MA IL SINDACO E' SEMPRE LO STESSO.
: - No' n'avimu cchiù nente 'u vì dicimu, vi salutamu e vi mandamu sempe la Nostra Benedizziuani e 'a Madonna sempe 'u v'accumpagna!
: - Il vostro Caro Patre
: - La vostra Cara Matre
: - … e no' vi trascurati 'u rispunditi!
NON AVENDO PIU' NIENTE DA DIRVI, VI MANDIAMO SEMPRE LA NOSTRA BENEDIZIONE E CHE LA MADONNA SEMPRE VI ACCOMPAGNI.
IL VOSTRO CARO PADRE
LA VOSTRA CARA MADRE
E NON VI TRASCURATE NELLA RISPOSTA!
Alla fine della lettera era "concesso", anzi doveroso, mandare i saluti come "Cumparucciu Scrivano"
ANCH'IO, COMPARUCCIO SCRIVANO, VI MANDO CARI SALUTI!
…… saluti che bisognava leggere a compare Bruno e Commare Rosa, insieme a tutta la lettera, anche per sottolineare l'impegno profuso nello scriverla e … sperare sempre in una lauta ricompensa - anziché 10, 20 lire? -.
A volte io, fuori dettatura …, prima dei saluti, scrivevo:
E VI RACCOMANDO, QUANDO VI CAPITA, MANDATE SEMPRE LA CIOCCOLATA AL NOSTRO COMPARUCCIO SCRIVANO!
Senza, ovviamente …, rileggere lo scritto!
"'A ciuccculata" … a tempo debito, arrivava!
Tutto questo in genere avveniva in cucina, seduti intorno alla ruota del braciere, mentre Commare Rosa preparava la cena; io scrivevo "supa 'a tavuleja" [sopra una tavolozza] a cui era legata una biro con lo spago - tavolozza preparata con molta cura da Compare Bruno -, appoggiata sulle mie gambe a supporto del foglio, per favorire una Bella Scrittura!
Il foglio era poi diligentemente piegato ed imbustato. La busta, mittente e destinatario in Bella Calligrafia, religiosamente consegnata aperta nelle mani di Compare Bruno che la prendeva come fosse l'Ostia Consacrata.
Il compito di chiuderla, affrancarla ed imbucarla se lo prendeva Compare Bruno e spesso all'interno veniva riposta una immaginetta sacra di qualche Santo di recente festeggiamento (San Rocco, Santa Liberata, ecc.), senza non prima aver impresso il loro sigillo: una bella "mpataccata" d'unto!! Prima che la lettera si mettesse nella buca, ancora un rituale bacio e con la mano, a mo' di benedizione, il segno della croce sulla stessa; quella Croce che, Compare Bruno e Commare Rosa portavano sempre addosso: la lontananza!

Giovanni Luzzi
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