"Febbraio e il carnevale di un tempo" di Anna Maria Chiapparo

Freddo e lungo, gennaio, serra di gelo le campagne e la terra ghiaccia con la sua morsa pesante.
Ho di febbraio come la sensazione di un mese silenzioso e tranquillo nonostante qualche anno capiti di festeggiare il Carnevale con la sua caratteristica di allegria scherzosa e spensierata. Un mese di passaggio tra il gelido inverno che si culla come un ponticello sospeso a cavallo con la primavera.
I miei ricordi, al solito vagano tra i meandri della tranquilla vita paesana e soprattutto della vita contadina dei mie tempi.
Giorni lenti, silenziosi e monotoni, come possono essere i freddi giorni invernali quando la sera scende sempre molto presto.
Eppure, verso metà mese, qualche bella giornata di sole non mancava mai e per l'aria cominciava ad aleggiare signora primavera coi suoi profumi e colori nascosti, pronti a straripare per l'aria e per i giardini rigogliosi dopo le abbondanti piogge.
Anche l'animo, stanco dopo il rude inverno, sembrava volersi sciogliere al pallido sole, in cerca di tepore e di nuovi colori per lo sguardo.
Il maiale, molte famiglie già lo sistemavamo, poverino, già verso Natale per evitare proprio improvvisi colpi di calore improvviso che avrebbe potuto rovinare la carne o peggio la nascita anticipata delle mosche fastidiose. I salumi, per essiccarsi bene avevano bisogno di un freddo secco, non umido che li avrebbe resi invece, appiccicaticci e sempre molli.

Il nostro Carnevale era semplice e senza tante pretese. Non esistevano ancora carri allegorici e nemmeno le tante belle mascherine che oggi invadono le vie coi loro colori allegri e i vestiti pomposi. I bambini e ragazzi d'allora si divertivano con poco. Vecchi abiti dismessi o dei nonni, qualche mascherina anche di cartone, bidoni, giusto per far rumore e ci si divertiva spensierati per le vie.
L'unico desiderio era quello di essere invitati in qualche casa dove suonavano, a bere e ad assaggiare qualcosa di buono. Se non aprivano, i portoni venivano battezzati con la farina in segno di rimprovero.
Qualche malcapitato poteva ritrovarsi infarinato dalla testa ai piedi. Non c'erano ancora coriandoli e bombolette inquinanti in giro. L'unica cosa che si usava era la farina o al massimo la cenere da buttare scherzosamente ai passanti che incrociavano il loro cammino, ma rispettando sempre gli adulti, anche per paura di qualche sculacciata.
Il pranzo tipico del Carnevale era a base di carne di maiale. Salsicce, costate e le immancabili polpette per fare il sugo con cui condire la pasta, generalmente fatta in casa. I dolci tipici erano "i nacatuli" un tempo usati anche nei ricevimenti di nozze e non mancava quasi mai il sanguinaccio di maiale.
Il martedì grasso, per finire in bellezza, si faceva il funerale a re Carnevale. Spesso costruivano delle vere e proprie bare con assi di legno e vi adagiavano dentro un fantoccio di cenci che veniva portato in giro per il paese seguito da lamenti di bambini vestiti a lutto che facevano i "giangiulini" e tanto di prete con la tonaca.
Quasi sempre, la bara veniva buttata nel fiume con alte grida di dispiacere che rendeva il tutto molto tragicomico. Molti si affacciavano dai balconi o creavano capannelli per vedere la scenetta. La serata finiva in allegria bevendo, mangiando e ballando dove possibile, in attesa dell'indomani, mercoledì delle ceneri quando era impossibile mangiare carne di qualsiasi tipo per non "cammararsi" (far peccato).
Svaniva dolcemente febbraio, così com'era entrato. ogni tanto faceva un exploit scenografico con qualche fiocco di neve di breve durata, ma tutti ci rendevamo conto che le giornate cominciavano ad allungarsi e l'aria piacevolmente cambiava di giorno in giorno.
In punta di piedi, sembrava levar un po' alla volta il suo ponticello levatoio e si ritirava in letargo fino all'anno venturo. Dormiva il suo sonno, cullato dai teneri bocci di primavera che rigogliosa ammantava le colline e i giardini in fiore.

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