"Arti e mestieri di una volta" di Ubaldo Dorè

panorama limpidiA Limpidi (figura 1), dalle origini del paese e forse fino a metà anni ottocento, la lavorazione della terra è stata l’attività che la gente del luogo ha svolto in modo esclusivo.
La popolazione, composta in maggioranza da contadini - piccoli proprietari, traeva da vivere essenzialmente dai suoi frutti: gli ortaggi coltivati negli orticelli lambiti dal fiume, l’olio ricavato dalla molitura del modesto raccolto nei fonduscoli olivetati ed il vino prodotto da esigue estensioni di vigneto.
I raccolti, veramente ingrati, non ripagavano le tante privazioni e il sudore versato e, purtroppo, non sempre garantivano il minimo indispensabile per il nutrimento delle famiglie.
Non mancavano certamente i casi di povertà assoluta.
All’epoca, il latifondo, costituito dalle aree boschive delle montagne circostanti, dalle grandi estensioni di uliveti, dai terreni destinati alla semina o ad altre colture, situati nelle vallate lontane dal paese, lo detenevano i proprietari terrieri: i “signorotti” rappresentati quasi sempre dagli eredi del marchese di Arena o di altri feudatari.
I contadini non avevano scelta, dovevano obbligatoriamente accettare le indiscutibili condizioni poste da costoro per avere in affitto degli appezzamenti da seminare a grano, orzo, segale, mais, canapa e lino etc. e anche per essere autorizzati a raccogliere la legna da ardere, previo pagamento di un balzello.
Se si esclude il suo territorio montano, comprendente le poche case sparse nelle contrade Camera, Camerino, Fellari etc., a Limpidi non esisteva la pastorizia, ma si allevavano semplicemente qualche capretta o pecorella che, insieme agli altri animali da cortile come il pollame, fornivano il latte e le uova; in alcune occasioni si macellavano e si mangiavano conigli e porcellini d’india, “scorcigghji”.
Il maiale, lasciato crescere in parte allo stato brado e in parte in porcile “zimbiejiu”, ricavato spesso, per la esigua disponibilità di spazio, nell’unico vano sottostante alla stessa abitazione, in molte famiglie era d’obbligo.
La sua uccisione, a carnevale, garantiva un indispensabile rifornimento annuale di alimenti: carne salata, da conservare e mangiare, con parsimonia, durante l’inverno; insaccati; strutto come condimento e altro ancora perché, come è risaputo, “del maiale non si butta via niente”.
L’asino e il mulo, considerati “beni di lusso”, li possedevano soltanto i pochi “ciucciari-mulattieri-vaticali” che disponevano dei mezzi sufficienti per il loro mantenimento.
A queste persone tutti facevano ricorso quando si dovevano trasportare dei raccolti dai campi al paese oppure negli altri casi di effettiva necessità.
Un introito, anche se minimo, nella quasi totalità delle famiglie, proveniva dal baco da seta (figura 2), “siricu”, allevato, “nuotricatu”, nelle stesse abitazioni su ripiani di canne intrecciate “cannizzi”.
In Calabria, a quei tempi, questa “industria bacologica”, largamente diffusa, dava da vivere a diversa gente e la seta che si produceva, effettivamente di qualità eccelsa, “aveva invaso i mercati europei facendo scuola ad altre nazioni europee che si sentivano leader nel settore”.
Trovavano, di conseguenza, motivazione le ampie distese di terreni piantate a gelso dal momento che le sue foglie erano il nutrimento insostituibile dei “bruchi del bombice del gelso”.
Sono queste le poche notizie giunte ai nostri giorni, tramandate da padre in figlio, sulla situazione socio-economica degli abitanti di Limpidi, che di fatto rispecchiava quella di tutte le comunità del territorio all’origine soggette al sistema di dominio feudale.
I più anziani raccontarono che in quel contesto, nel quale non vi erano altre attività se non quella prettamente campestre, gli abitanti di Limpidi desideravano fortemente la presenza di qualcheduno disposto ad attendere a un qualsivoglia mestiere.
Fu forse questo il movente per cui un giorno arrivò in paese, proveniente dalle aree interne della provincia di Reggio Calabria, un certo Scandinaro, il quale aprì “bottega di sarto” in una fatiscente baracca, alla periferia dell’abitato, proprio laddove oggi sorge un fabbricato adibito a garage di proprietà De Lorenzo.
La “borsa”, che il sarto, “mastro custurieri”, si portava appresso, conteneva semplicemente due attrezzi del mestiere: un’affilatissima lama di ferro battuto che usava come forbici e un mastodontico ago, anch’esso di ferro battuto, il cosiddetto “saccaraso”, nella cui cruna non infilava filo di seta o di lana, bensì filo di fibre naturali ricavato dalla lavorazione manuale della pianta di ginestra o di lino o di canapa come già facevano, in antichità, i Greci e i Romani.
In Calabria o meglio nel Regno delle due Sicilie, in quei tempi di magra, questo tipo di attività era fiorente e non mancavano certo le materie prime.
La ginestra, pianta arbustiva sempreverde, profumata, spontanea e rigogliosa, che copriva sterminate estensioni di terreno (figura 3), si poteva procurare gratuitamente; diverso era per il lino e la canapa, che si producevano dopo la semina e colture particolari.
A Limpidi, oltre alla coltivazione della terra e all’allevamento del baco da seta, la maggior parte delle donne, da tempo, si dedicava alla elaborazione dei rami e degli steli delle suddette piante.
Esse, dal filamento della fibra, ottenuto manipolando centinaia di fascine di ginestra, creavano, attraverso l’intreccio eseguito con i telai esistenti in quei tempi, le “pezze di stoffa”, necessarie per la confezione degli “indumenti” o di altri “capi di biancheria”.
Molto più limitata, e pertanto meno lavorata, era invece la quantità di steli di lino da fibra e di canapa perché, per la loro produzione, non erano sufficienti le superfici di terreno che, detenute normalmente in fitto, si preferiva utilizzare, principalmente, per le semine di grano, mais, orzo, etc.
E’ noto che la fibra ricavata dalla lavorazione manuale di queste piante (figura 4), poi raffinata attraverso un processo di cardatura, pulitura etc., ridà un filamento che, a secondo della sua provenienza, si presta alla composizione di tessuti più o meno pregiati o anche per altre applicazioni.
Testimonianze storiche di un passato più o meno lontano, tramandatesi nel tempo, in particolare sull’uso della pianta di ginestra, ci confermano che la sua trasformazione fu una delle principali attività manifatturiere svolte nelle comunità del Regno dei Borbone di Napoli.
“La ginestra dà una fibra lunga, abbondante, uniforme e tenace da paragonare a quella della canapa e da superare di gran lunga quella del lino, mentre di questo è assai più morbida ed elastica e molti tessuti grossolani venivano ricavati soprattutto sia in Basilicata come in Calabria”.
Sarà stato questo il motivo per cui diventò pressante da parte delle industrie tessili dell’epoca la richiesta di fibra, rivolta in particolar modo alle piccole comunità agricole che, come quella di Limpidi, intravidero subito, nella nuova offerta di lavoro, una buona fonte di reddito se rapportata a quella che fino a quel momento aveva concesso solo di poter condurre una vita grama, piena di stenti e privazioni.
Nella comunità “l’odore dei soldi” fece scattare la molla.
Si costituirono squadre, prevalentemente di donne, con il compito di recarsi, di buon’ora, munite di falci, nei posti dove la materia prima da lavorare abbondava per raccoglierne quante più fascine era possibile, da trasportare poi sulla testa in paese, dopo avere selezionato i rami più lunghi e più grossi.
Limpidi, paese agricolo, aveva acquistato nel giro di pochi mesi una certa rilevanza; nelle sue viuzze c’era un tale fermento che gli conferiva la caratteristica di un vero e proprio “laboratorio al servizio dell’industria tessile”.
Dopo poco tempo però la richiesta, fino a quel momento limitata alla sola fibra di ginestra, venne estesa anche a quella di lino e canapa.
Soddisfare la nuova “domanda” non fu cosa facile, ma, poiché il pregiato filamento veniva pagato lautamente, i limpidesi si impegnarono a trovare il modo come poter rifornire le “industrie committenti”, che mandavano continuamente i carrettieri con i loro carri trainati dai muli, “trojini”, o anche solo i mulattieri con gli animali da soma, di quanta più “merce” era possibile.
Ben presto si resero conto però che c’erano dei problemi da risolvere; il più importante era quello rappresentato dalla quantità di fascine di steli di lino da avere a disposizione per la lavorazione.
Come già detto, la superficie del terreno, in affitto, dedicata alla coltivazione del lino e della canapa, limitatamente al solo fabbisogno familiare, non garantiva un raccolto tale da soddisfare la fornitura della quantità desiderata e, poiché occorreva ampliarla di almeno il triplo, con la consueta determinazione e con grande impegno riuscirono a ovviare l’intoppo in vista dell’annata seguente.
Presero, altresì, coscienza che con le tradizionali “tecniche” di lavorazione, non si poteva produrre, in tempi ragionevolmente brevi, tanta fibra quanta ne veniva richiesta.
Si dovevano sottoporre ad uno sforzo davvero massacrante.
Nei mesi di luglio e agosto il lino doveva essere estirpato e poi lasciato a essiccare nei campi.
Quando gli steli apparivano perfettamente asciutti, erano riuniti in fascine, trasportati al fiume e lasciati in sommersione nei laghetti, “gurnali”, creati appositamente, per un periodo variabile da sette a dieci giorni, durante il quale subivano un processo di macerazione che li ammorbidiva talmente da rendere più agevole la lavorazione.
La fase successiva, consistente nella separazione, attraverso la battitura, delle fibre dalla parte legnosa, era quella più impegnativa ed estenuante.
Ci volevano muscoli e tenacia per pestare in continuazione sui piccoli fasci di steli con una specie di pala di legno fino ad ottenere un buon prodotto, anche se ancora grezzo; un lavoro che durava dieci ore quotidiane e veniva ripreso il giorno successivo perché le richieste aumentavano sempre più.
Le povere eroiche donne, vere protagoniste, a volte purtroppo vittime inconsapevoli, silenziose nei momenti cruciali e nei periodi più ardui della vita di una famiglia, che negli attimi d’intervallo si dovevano sobbarcare anche i lavori domestici oltre a quelli dei campi, a fine giornata erano esauste.
Le altre fasi di lavorazione, fino ad arrivare al filato (figura 5), venivano poi effettuate altrove.
A Limpidi, l’attività iniziata come occasionale si rivelò tanto redditizia da diventare quella principale.
Durante il suo svolgimento si avvertiva la necessità di ideare qualche sistema che, contribuendo ad alleviare l’enorme fatica umana, concorresse principalmente ad accelerare il procedimento di estrazione della fibra dallo stelo della pianta di lino.
Vennero in aiuto i fratelli Pasquale e Giuseppe Muratore, soprannominati vitruali”: due contadini - boscaioli - carbonai capaci di “plasmare” il legno come il vasaio fa con l’argilla, che dal legno ricavavano “mortai”, “mestoli”, “forchette”, “madie per il pane” e ogni altro utensile.
Questi, basandosi sulle frammentarie informazioni che avevano raccolte in giro, principalmente dai carrettieri, riuscirono, in poco tempo, a modificare quel “marchingegno” chiamato “mangano”, che, in forma molto ridotta, come in altre comunità, veniva da tempo utilizzato nella lavorazione.
Si trattò di una modifica sostanziale tanto che, dopo averlo sperimentato e messo in opera diverse volte, lo impiegarono definitivamente “nell’industria” per la separazione della fibra dallo stelo della pianta del lino.
Questo pesante utensile (figura 6), ricavato esclusivamente da un tronco di leccio, sagomato come un parallelepipedo con la base di 25 x 25 cm2 circa e la lunghezza di 1 metro e forse più, rappresentava l’elemento principale.
La parte interna era costituita da “due canalette”, ciascuna con sezione trasversale a forma di V, uguali e parallele: due triangoli isoscele rovesci di 7 cm circa di base e 15 cm circa di altezza.
Il precedente “mangano”, più piccolo di dimensioni, aveva invece una sola “canaletta” dalla sezione trasversale concava.
Un robusto tronco di legno essiccato, anche questo di leccio, dalla lunghezza di 1 metro e oltre rappresentava il secondo componente.
La parte centrale, che fungeva da “mazza dentata”, era modellata in modo tale che sovrapponendola alle “due canalette” dell’“elemento principale” combaciasse così perfettamente da sembrare un unico pezzo.
Un estremo era incardinato, con un perno di legno, all’estremità dell’elemento principale, rispetto a cui poteva ruotare di centottanta gradi, mentre l’altro era sagomato a mo’ di “manico” per consentire all’“operatore” di impugnarlo e pestare, con movimenti ritmici, i fasci di lino, in precedenza messi a macerare e, poi, fatti essiccare.
Le cronache riferirono che le modifiche apportate dai due “esperti fratelli” furono davvero geniali. La loro idea consentì di sistemare nelle “canalette” due fasci di steli contemporaneamente, in senso longitudinale, per separare, tramite battitura con la “mazza dentata”, la parte legnosa dalla fibra, successivamente lavorata con il vecchio “strumento”.
Il processo di lavorazione, prima estenuante, diventò molto più agevole e sbrigativo e permise, alla comunità di Limpidi, di poter produrre una maggiore quantità di fibra, oltre che di qualità migliore, tanto che gli stessi “committenti”, soddisfatti, decisero di far pervenire, tramite i loro “vettori”, altra materia prima da lavorare.
La novità suscitò molto scalpore e ai “fratelli artisti”, grazie alla pubblicità fatta dai carrettieri, pervennero richieste di costruzione di altri prototipi, che realizzarono assieme ai due loro cugini Giuseppe e Pasquale Muratore, detti “fachi”.
A Limpidi si iniziò così un’altra attività artigianale: la costruzione in serie di “mangani”, che durò per diverso tempo.
Gli altri mestieri che si praticavano erano quelli degli artigiani del legno, che facevano le botti, i barili, i tini, i “ruvaci” e altri contenitori in uso a quell’epoca. Famosi erano i maestri bottai per la loro precisione.
Ma il mestiere esercitato a Limpidi, che la storia ci ha riportato, è questo: “manganari”, costruttori di “mangani”.
I carrettieri (figura 7), fino a quando sono esistiti, che si spostavano con i loro carri, “trojini”, trainati da muli o cavalli da un paese all’altro per trasportare o vendere merce, cantilenavano come una nenia stando “a bordo della loro vettura” in movimento: “Arena, Arena, Arena chi di Francica si tena …”, “Dasà, Dasà, Dasà …”, “Acquaru, lu paisi di …” e, passando per Limpidi, “Limpidi, lu paisi di li briganti e di li manganari. E, andando oltre, dopo Dinami fino al primo paese in provincia di Reggio Calabria, S. Pietro di Caridà, forse incaricati di fare della pubblicità, terminavano con: “A Caridà lu vinu buonu don Dominicu Meriglianu”.

Limpidi, lì 4 agosto 2014
Ubaldo Doré

Pdf di "Arti e mestieri di una volta" di Ubaldo Dorè

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