"La raccolta delle olive" di Ubaldo Dorè

La raccolta delle olive, ancor prima che inventassero le reti, era un lavoro molto faticoso che si protraeva per tutto l'inverno e talvolta anche oltre. Si attendeva che le olive cadessero spontaneamente o per un evento atmosferico; raramente le piante venivano abbacchiate. Tutto il peso di questo defatigante sforzo fisico gravava sulle donne: uscivano da casa all'alba coperte alla meglio per ripararsi dalle intemperie dell’inverno e percorrevano chilometri a piedi prima di raggiungere gli uliveti. Lavoravano senza sosta, anche dieci ore, a seconda della quantità di olive da raccogliere. Eppure, l'enorme sforzo che compivano non impediva loro di essere allegre. Lavorando, cantavano con voce chiara e squillante gli stornelli di una volta e gli echi, provenienti dalle località dove erano situati gli uliveti, le contrade "Aricejia", "Magghjia", "Chiana di lu mulinu" etc., riempivano di armonia le valli e arrivavano fino in paese.
Esse iniziavano verso la fine d'ottobre quando cadevano le prime olive (olive della "rimunda"), che in verità erano di scarsa resa, e continuavano ininterrottamente per tutto l'inverno: talvolta, se si trattava di annata promettente ("carica"), anche fino in primavera.
Le olive, raccolte a mani nude sul terreno bagnato, di rado asciutto, senza tralasciare un solo acino, le mettevano in sacchi o in ceste o nei "ruvaci" che, a fine giornata, dopo aver trascorso ore ed ore sempre chinate a terra, loro stesse erano costrette a trasportare sulla testa. Giunte in paese, il raccolto veniva depositato in un locale dell'abitazione, per chi lo aveva disponibile, oppure nei frantoi all'interno dei "zimbuni", ossia delle vasche riservate ai clienti fissi per la successiva lavorazione.
Anche questo era un duro lavoro, non privo di difficoltà e rischi, che a fine giornata dovevano svolgere. Infatti, l'assenza quasi assoluta di una rete viaria interpoderale idonea le obbligava a percorrere spesso, con quel peso sulla testa, sentieri stretti e per di più con forti pendenze. Qui, addirittura, era possibile mettere solo un piede dietro l'altro e un passo falso sarebbe stato per loro causa di danni gravi.
Prima che facessero la comparsa i sacchi di plastica, maggiormente usati in quanto più economici e inoltre più duraturi, c'erano quelli di fibra vegetale, fatti con tessuti di canapa, capaci di contenere fino a 20 o 25 kg di olive e oltre. Le donne trovavano che, pieni del prodotto, per loro era meno faticoso portarli sulla testa dal punto di raccolta a quello di scarico: li preferivano ai tradizionali "ruvaci".

Ubaldo Doré